Il brano più lungo “All My Friends Are So Depressed”, ma lungo davvero per questo album, è meno di tre minuti nel corso del quale la band attraversa in maniera disarmante la nostalgia latente, con un pizzico di irriverenza. Con questo “I Used to Go to This Bar”, che segna il settimo lavoro sulla lunga distanza, i californiani Joyce Manor ammaliano con climax decisamente anglosassone che evoca i primi Kooks.

Credit: Dan Monick

L’apertura dirompente con “I Know Where Mark Chen Lives” traccia in effetti subito le coordinate, ovvero quelle che si dirigono verso un pop-punk che intrattiene e passa veloce in soli 19 minuti di cui si compone il full-length. Un disco compatto che condensa oltre alla richiamata nostalgia, anche ironia e soprattutto semplicità.

La successiva “Falling Into It” grida al ritornello earworm mentre con “Well, Whatever it Was” siamo su terreni alla Simple Plan, per intenderci, fino alla titletrack che ci regala un brano di poco più di due minuti dove le parole di Barry Johnson, accompagnate dalla chitarra di Chase Knobbe e dal basso di Matt Ebert, si innestano come schegge nevrotiche.

Prodotto nientepopodimeno che da Brett Gurewitz, fondatore dei Bad Religion (e proprietario di Epitaph), l’album include momenti quasi leggendari contenuti nella melanconica “After All You Put Me Through” e dove il groove delle pelli fanno la differenza rispetto al resto come in “The Opossum”. Chiude il sipario del breve spettacolo la travolgente ma profondamente cupa “Grey Guitar”.

Insomma, “I Used to Go to This Bar” funziona come fotografia istantanea di un percorso coerente nel quale i Joyce Manor confermano la loro abilità nel trasformare frammenti di vita quotidiana in frammenti melodici memorabili. Breve, incisivo, onesto, una sorta di promemoria di quanto la semplicità, quando è autentica, possa essere ancora sorprendente.