
Entrare al Largo Venue per il ritorno dei caroline è stato come varcare la soglia di una sala prove privata, di quelle dove conta quanto profondamente riesci a far vibrare l’aria insieme a chi ti sta accanto.
Una lunga introduzione di fiati sembra graffiare l’aria, squarciando una barriera tra collettivo e intimo, e ci accompagna dentro la delicata “Song Two” (tratta dal nuovo “caroline 2″). Non sembra un’esecuzione, ma una conversazione tra anime un tempo vicine ma che si sono allontanate, che riprende dopo anni. Mentre la complessità degli incastri e delle stratificazioni inizialmente rapisce e seduce, quello che mi colpisce è la fragilità dei pezzi eseguiti dall’ensemble. Ci sono momenti in cui il violino sembra sul punto di spezzarsi, mentre le voci si toccano per poi perdersi e trovarsi nuovamente e definitivamente, tra sovrapposizioni e contrappunti sonori che mescolano sapientemente armonie luminose e contrasti pensosi.
Con “Coldplay cover” la band smette di essere un collettivo per trasformarsi in un esperimento di scomposizione acustica: i musicisti si sono divisi mentalmente e fisicamente in due blocchi. Da una parte un nucleo ritmico scarno, quasi autistico nella sua ripetitività; dall’altra un’ala di archi e feedback che sembra suonare in una dimensione parallela, slegata da ogni metronomo. È un momento di disorientamento puro: la traccia viene letteralmente spaccata in due, costringendo l’ascoltatore a inseguire il suono che rimbalza negli angoli del Largo. Non è un gioco di bravura, ma una gestione dello spazio che trasforma il locale in uno strumento aggiunto.
Ma probabilmente il cuore del concerto è la struggente “Tell Me I Never Knew That”, romantico abbraccio tra avant-pop e post-rock: la resa live riporta la stessa magia del pezzo che su disco vede la collaborazione con Caroline Polachek, spingendolo ad un livello successivo di bellezza e autenticità.
“Total Euphoria”, in chiusura, non è stata un’esplosione liberatoria vecchio stile, di quelle che ti aspetti da una band post- standard, ma qualcosa di decisamente più interessante e sincero, capace di evocare una “felice malinconia” attraverso un mix ipnotico di stridori lancinanti e dolcezza “vera”.













