Terzo album per la cantante londinese di Hammersmith che propone una radicale svolta musicale netta e decisa rispetto a “My Soft Machine” e soprattutto a “Collapsed in Sunbeams“, album d’esordio del 2021 grazie al quale si è aggiudicata l’ambito Mercury Music Prize. Trasferitasi a Los Angeles, lo switch artistico è ancora supportato dalla Trasgressive Records, convinta delle potenzialità di Arlo Parks anche quando si tratta di rinnovarsi.

Credit: Joshua Gordon

Arrivata al successo molto presto con un primo album condito di urban e soul ben definito ma ancora in uno stato embrionale e rimanendo, seppur con un pizzico in più di elettro-jazzy, in quei territori col sophomore, in “Ambiguous Desire” Arlo Parks invece esplora le sonorità e la vita della club culture per riappropriarsi di qualcosa che le è mancato. ” I hadn’t really had the time to be silly and have crazy, deep conversations in the smoking area”. Sì, perché se a 20 anni non hai la possibilità di viverti i 20 anni e devi salire su e giù dal palco e da un bus e lasciare che ogni conversazione, gesto e sensazione siano a tempo, beh è normale poi ricercare ciò che ti è mancato e che i tuoi coetanei invece hanno vissuto.

Al banco del baggage drop di Heathrow, Arlo Parks ha altresì imbarcato il desiderio di vivere la sua identità ed esistenza senza rinchiudersi nelle gabbie del tempo. “Jetta” e “Get Go” sono i cavalli di battaglia di questo cambio di rotta, alt-pop che accarezza lo UK Garage coi suoi synth, inclinazione dancefloor-jungle e, grazie al sample di una conversazione carpita in una radio pirata, “Get Go” offre tutto l’immaginario underground newyorkese che ha vissuto e da cui ha preso ispirazione – “Paradise Garage and the Loft and Studio 54. All of that was so inspiring” -.

In questo filone si inserisce anche “2Sides” e “Nightswimming” anche se su quest’ultima al minuto 1′ 53″ pensavo partisse una cassa dritta, in stile The Blaze “TERRITORY”, che avrebbe reso questo brano di elevata fattura. Invece no, non me ne vogliano Paul Epworth e Baird, i produttori, ma è veramente un peccato non aver nemmeno allungato la durata del pezzo.

Si registrano avvisaglie dreamy in “Heaven”, “Beams”, “Blue Disco”, “South Seconds”, “Senses” ft. Sampha e “Luck of Life” e l’immaginario spacey, non tanto psicofisico quanto piuttosto sonoro, è mantenuto e non stona perché inserito in un contesto coerente di desideri ed immaginazione, di strobo e led che percorrono soffitti di corridoi labirintici e scuri. C’è spazio per tutto e “What If I Say It” e “Floette” ricordano il trip-hop mischiato con la drum-n-bass in chiusura dell’album.

In un’evoluzione che richiama gli Artful Dodgers ft. Romina Johnson di “Mooving Too Fast”, The Streets di “Has It Come To This”, passando per Roots Manuva, Erykah Badu e Tom Misch, “Ambiguous Desire” fonde R&B, soul e clubbing con liriche passionali e appassionate inserite in una realtà che rende il desiderio il vero centro della produzione, il motore emotivo e musicale che ci ha proposto una Arlo Parks a tratti meno accademica e più spontanea. “Desire is a life force, it’s a wanting, a yearning, a momentum […] desire is an engine. But it is also mysterious, tangled, random, enlightening and HUMAN” come anche lei ci suggerisce. In fondo, il desiderio è quel movimento viscerale, profondo e ineccepibile che ci permette di vivere.