Quella dei The Julies non è certo la storia di una band nata ieri. Il gruppo si forma a metà degli anni ’90 a Philadelphia, in un periodo in cui l’indie rock americano stava ancora assorbendo le onde lunghe dello shoegaze e del britpop britannico. Fin dagli inizi la band guidata da Chris Newkirk ha costruito il proprio suono su un equilibrio molto particolare: chitarre riverberate, melodie malinconiche e una sensibilità pop che guardava apertamente oltreoceano. Nel corso degli anni i Julies hanno pubblicato diversi lavori, mantenendo sempre una posizione un po’ appartata ma coltivando una piccola e fedele comunità di ascoltatori. “Cherisher” arriva quindi non come l’esordio di una band emergente, ma come il nuovo capitolo di un percorso musicale iniziato ormai quasi trent’anni fa.

Eppure, ascoltando i The Julies, è difficile non avere l’impressione che le loro coordinate musicali puntino spesso verso l’Inghilterra. Le chitarre luminose e leggermente velate di riverbero ricordano quella stagione in cui band come Ride e Slowdive trasformavano il rumore in paesaggio emotivo, mentre la vena melodica rimanda a quell’idea di pop chitarristico che negli anni ’90 passava anche attraverso gruppi come The Stone Roses. È una strana geografia musicale: canzoni nate a Philadelphia ma che sembrano guardare continuamente oltre l’Atlantico, verso quella tradizione britannica dove malinconia e melodia hanno sempre camminato fianco a fianco.
Entrando nel vivo del disco, le prime tracce non dissipano del tutto l’impressione di un lavoro più elegante che realmente coinvolgente. “Manigolds” apre l’album con un tappeto di chitarre ben costruito che definisce subito il paesaggio sonoro dei Julies, anche se il cantato fatica a lasciare una vera impronta. “Neo Afterlife” insiste su coordinate simili, con tastiere che aggiungono una patina vagamente anni ’80 e una melodia molto dolce che rischia però di scivolare verso territori fin troppo zuccherini.
È con “Chagall Pop” che il disco sembra trovare un po’ più di corpo: le chitarre si fanno più distorte e lo shoegaze emerge con maggiore decisione. La stessa direzione viene sviluppata in “Summermouth”, probabilmente uno dei momenti più interessanti del disco, capace di alternare passaggi più delicati a ripartenze più energiche che danno finalmente un po’ di respiro all’album.
Nella seconda metà “Cherisher” continua a muoversi lungo questo equilibrio tra malinconia melodica e stratificazioni chitarristiche. “Teenage Sadness” costruisce un muro di chitarre suggestivo ma rimane ancorata a melodie piuttosto prevedibili, mentre “Love Is a Treason” prova ad alzare il ritmo con un approccio più diretto e un buon uso di synth e tastiere che rende il ritornello uno dei momenti più immediati del disco. Più raccolta e intimista è invece “Forever Songs”, costruita su una linea di chitarra essenziale ma efficace, mentre la chiusura con “Rooms” porta il disco su coordinate ancora più sognanti: delay pronunciati, stratificazioni progressive e un crescendo di intensità che amplifica l’atmosfera senza accelerare davvero il ritmo.
“Cherisher” è un disco elegante, costruito con mestiere e pieno di chitarre luminose che guardano apertamente allo shoegaze britannico. Eppure, mentre scorrono le tracce, resta la sensazione che qualcosa non scatti davvero: le canzoni funzionano, ma raramente sorprendono. Non è un brutto disco, tutt’altro. È semplicemente uno di quelli che finiscono e ti lasciano con un pensiero molto semplice: carino, sì… ma non sono sicuro di volerlo riascoltare subito.













