
C’è stato un momento nella carriera dei MBV in cui quel Dio di Kevin Shields non era ancora diventato il gran maestro assoluto dello shoegaze, stiamo parlando di uscite come “Sunny Sundae Smile” o “Strawberry Wine”: schegge sonore travolgenti in cui il tremolo era ancora in soffitta e i nostri volavano altissimi su clamorose melodie pop, in cui il jangle-pop di scuola Byrds si sporcava di noise e il mix esaltante sembrava tracciare coordinate radiose tra Jesus and The Mary Chain e la nascente Sarah Records.
Bene, quel momento è ricreato dai nostri canadesi preferiti, ovvero i Prism Shores che, in breve tempo, hanno già dato un seguito al trionfale “Out From Underneath” dell’anno scorso. Alla produzione c’è Scott “Monty” Munro che rende tutto molto compatto e scorrevole, predilegendo l’aspetto più immediato e carico rispetto ad alcuni profumi più malinconici del disco precedente (forse solo in “Twist The Knife” ci si avvicina a quel mood, con un gusto agrodolce alla Pastels che si sporca di super riverberoni).
Certo che, come nel secondo album, qui i ragazzi sono baciati dagli dei della melodia, la scrittura è felicissima, capace , in assoluta scioltezza, di ispirarsi a mostri sacri come Teenage Fanclub, Lemonheads o Sugar e la scuola C86, per poi librarsi solida e personale lungo piege esaltanti e immediatamente empatiche.
Esaltano quando vanno a testa bassa verso il trionfo melodico, lanciati e irresistibili, pensiamo a una “Resigned to the Fact” così come “Faster Gun” o a quella magia esaltante che è “Kid Gloves” che apre il disco, ma anche “Idle Again”, tanto per citare una delle canzoni più furiose, ritmicamente, del disco, ma ci fanno battere il cuore fortissimo quando pagano un tributo struggente a Norman Blake e compari in una canzone da pelle d’oca come “I Didn’t Mean to Change My Mind” o quando dimostrano di poter tranquillamente dire la loro nello shoegaze moderno, insieme a un gruppo come i Wishy, basti sentire un noise pop rumorosamente ipermelodico come “Gossamer”. Trattato di perfetta guitar-pop song redatto per “Precarity”.
Ah, gli arpeggioni di “Guidebook” volutamente sabotati da chitarre scriteriate e a ruota libera mi fanno impazzire, come se fossimo in una specie di jam a ruota libera e poi c’è quella “Nothing To Find” che guarda con affetto alla Nuova Zelanda e a quel jangle adorabile che sà anche diventare bello rumoroso…ma che ve lo dico a fare? I Prism Shores hanno sagacia guitar-pop da vendere e così ogni brano ha quel particolare, quel sound, quel giro di chitarra e quel rimando che sembre riuscirà a colpirci e a farci venire la pelle d’oca.
Altro gran bel discone per i ragazzi canadesi. Bravi, sempre più bravi.
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