Prosegue la lunga e prolifica stagione degli album collaborativi per i Melvins che, per l’occasione, stupiscono il pubblico chiamando alla propria corte una storica band con la quale hanno condiviso alcune tournée nell’ultimo decennio. Parliamo dei Napalm Death, padri putativi del death metal e del grindcore, sulle scene da oltre quarant’anni ma ancora vivacissimi dal punto di vista creativo, seppur ben più parchi di uscite rispetto ai colleghi americani.

Napalm Death: Sven Mandel, CC BY-SA 4.0 , via Wikimedia Commons
Non aspettatevi il tradizionale split album: le otto tracce di “Savage Imperial Death March” sono state scritte e registrate come un unico collettivo, composto da Buzz Osborne e Dale Crover, in quota Melvins, e da Barney Greenway, Shane Embury e John Cooke, in quota Napalm Death. Da quest’unione sacrilega ha preso forma un lavoro assai peculiare che, pur presentando punti di contatto con le sonorità di entrambe le band, si muove continuamente in direzioni diverse: un tripudio metal/sperimentale fatto di brani oscuri e pesanti, spesso claustrofobici, nel quale nulla risulta facilmente etichettabile.
L’impronta melvinsiana è decisamente più marcata, con i ritmi lenti e possenti tipici del noise e dello sludge che costituiscono l’ossatura di due fra le migliori tracce della raccolta: “Rip The God” e la lunghissima “Some Kind Of Antichrist”. Quest’ultima si distingue anche per sorprendenti inserti elettronici, tutt’altro che sporadici in un disco dove non mancano stravaganti parentesi industrial/glitch (“Awful Handwriting”, “Comparison Is The Thief Of Joy”). Melvins e Napalm Death non si pongono limiti in un lavoro totalmente inclassificabile, nel quale spaventosi riff di chitarra si scontrano con minacciose linee di synth, sample ultra-effettati, angeliche voci femminili e il consueto growl cavernoso del grande Barney Greenway.
Il problema di fondo è che, tuttavia, non si pongono nemmeno obiettivi precisi, e i quaranta minuti di “Savage Imperial Death March” scorrono via senza colpo ferire. Le buone idee non mancano, ma a farla da padrona è una fertile confusione non sempre ben incanalata. Il momento davvero imperdibile dell’album? Gli ultimi secondi della conclusiva “Death Hour”: se vi sembrava già assurdo vedere i Napalm Death “accoppiarsi” con i Melvins, aspettate di ascoltare il loro breve omaggio a “Jump” dei Van Halen.












