
Altro passaggio in Italia alquanto interessante è quello dei Gift, formazione statunitense non proprio osannata dalla critica di settore, nel senso, che non stiamo certo parlando di un collettivo chiacchierato, ma che meriterebbe molto di più in termini di visibilità.
Fanno shoegaze da tempi moderni, quello più psichedelico e, se volete, meno rumoroso, rispetto a certi standard, ma come spiega il nostro Riccardo Cavrioli, in una ficcante recensione del loro disco del 2024 “Illuminator“, non c’è un ritornello fuori posto, dettaglio che mi trova più che d’accordo. Una scrittura di valore al servizio e viceversa tutta una serie di escalation melodici fatti di intrecci di chitarre, capitanati da una voce sognante.
Ci sono tutti gli ingredienti per chi ha amato quell’ondata di band straordinaria, che invase il Regno Unito alla fine degli anni ottanta, paradossalmente talmente avanti nelle intenzioni da essere rivalutata, capita e osannata negli anni successivi, compresi quelli odierni, tanto da richiamare le stesse band in ottica di dimensione live. I Gift recuperano con personalità ed ottima scrittura appunto, i dogmi dell’appena citata scena.
Venendo al live di questa sera, allestito nella suggestiva palestra Visconti, va detto che non ci sia il pubblico delle grandi occasioni, un 50 intervenuti, ma attenti e calorosi tanto da regalare una bella serata ad entrambe le band.
Infatti c’è guest che apre le danze, si chiamano Palea, vengono da Modena, fanno un venticinque minuti di indie-rock suonato con la riot giovanile che non può mancare, e si prendono i loro primi sinceri applausi dal pubblico milanese.

Subito dopo gli altrettanto giovanissimi Gift da New York City, fanno un concerto, come direbbe un amico, con i fiocchi, tributo alle succitate reference, piuttosto evidente, ma quando si parte da un’alta posizione e si mantiene, con orgoglio e sfrontatezza, il confronto, direi che la discesa è più che auspicabile.
Voci bellissime, quelle di TJ Freda e Jessica Gurewitz, dettaglio non da poco e sebbene sommerse dal rumore distorsivo delle sei corde, come da dogma di genere del resto, spiccano eccome.
Tutto fila liscio per un’ora comoda di musica d’altri tempi, l’unica nota, a mio personale parere, che non mi ha convinto e’ la composizione della setlist, che lascia fuori alcuni capisaldi del repertorio già edito, quanto molto bello e altrettanto assimilato dal sottoscritto, avrei fatto altre scelte, ma, come dire: dettagli.
Young generations rise!













