La Cherry Red si era già occupata di Britpop con il pregevole cofanetto “Popscene From Baggy To Britpop 1989-1994“. Ovviamente in quel caso si guardava alla sua genesi, analizzando “il prima” e come si era arrivati ai primi classici del genere. Beh, fate conto che ora siamo alla seconda puntata, visto che “All You Good Good People” (citazione da un classico degli Embrace) va a prendere in considerazione gli anni dal 1995 al 1999, quindi periodo d’oro, se vogliamo chiamarlo così e inevitabile declino (non tanto qualitativo, se dobbiamo essere sinceri, quanto più di appeal e di presa su media e ascoltatori).

I due anni dal 1995 al 1997 è tutto un climax ascendente e a dare i punti di “inizio e fine” sono sempre gli Oasis. Il boom si ha proprio nel 1995, con il picco assoluto di “(What’s the Story) Morning Glory?”, che incorona i Gallagher come veri vincitori della battaglia fra band (ovviamente con i Blur) e trascinatori assoluti del movimento (e tutti ne traggono giovamento, visibilità e spazio sui magazine), mentre l’inizio della fine lo possiamo far coincidere con la pubblicazione di “Be Here Now”, album che la critica cominciò a guardare storto dopo l’amore iniziale: la luna di miele del Britpop era finita, iniziavano i primi tempi cupi e le prime crepe, era già tempo di parlare di “post-Britpop” se anche paladini del genere come i Blur facevano uscire un album omonimo che prendeva decisamente le distanze dai suoni dei dischi precedenti.

L’onda lunga del “post-Britpop” regala però perle e band di assoluto valore che allargano il tiro e non si fermano più ai modelli classici di scuola Beatles, Who o Kinks, tanto per citare alcune ispirazioni massime, ma vanno oltre, guardano spesso anche all’America o iniziano a spingere più forte sul versante malinconico piuttosto che sulla freschezza e sui sorrisi.

Nei 4 dischi della compilation la Cherry Red va a toccare ogni spunto qui citato (forse si poteva dedicare qualche spazio ai gruppi del movimento Romo), pescando a piene mani dai classici e dalle band che, quando si parla di Britpop, vengono subito in mente e non potrebbe essere altrimenti, ma, come da tradizione, non mancano gruppi o proposte più rare e oscure, materiale da collezionisti o da completisti assatanati e noi, pure questo da tradizione, andremo proprio a pescare lì per la nostra consueta TOP 10 (ovviamente le 10 posizioni non hanno alcuna velleità di classifica).

10 – SENSELESS THINGS – “Something To Miss”

Carichi e grintosi i Senseless Things, che rappresentavano l’ala che guardava più al punk se vogliamo, con questa voce bella ruvida e le chitarre che si facevano sentire, muscolose a dovere. “Something To Miss” è contenuta sul disco “Taking Care Of Business”, ultimo della loro discografia che comprende 4 album (i ragazzi erano attivi dal 1986). Il cantante Mark Keds è mancato nel 2021. Sorrido sempre quando penso ai ST perché ho chiaro in mente quel passaggio di Piero Scaruffi che li definiva “emuli britannici dei Soul Asylum“.

9 – POWDER – “Afrodisiac”

Non fa fatica la Cherry nel trovare il brano più rappresentativo dei rumorosi Powder. La band capitanata da Pearl Lowe (molto nota e molto chiacchierata per il suo stile di vita “disordinato”, diciamo eufemisticamente così) ha trovato una discreta visibilità proprio con “Afrodisiac” ed eccola qui, giustamente riproposta. Forse più vicini a quel taglio che veniva chiamato “New Wave of New Wave”, per una sensibile ruvidezza di fondo tutt’altro che nascosta (erano definiti la risposta inglese alle Hole), i Powder non durarono molto, giusto il tempo di un pugno di singoli raccolti in “MCMXCV”. La fanciulla poi andò nei Lodger, progetto più “stralunato” in cui c’era anche Danny Goffey dei Supergrass, all’epoca boyfriend (hanno fatto coppia fissa per un bel po’ a dire il vero) proprio della Pearl.

8 – DELTA – “Make It Right”

Quando si parla dei Delta ovviamente si devono citare anche i The Sea Urchins, perché i Delta nascevano proprio dai fratelli Roberts e da Robert Cooksey. Simon Woodcock aveva lasciato e così i tre decisero di partire con un nuovo progetto, decisamente più orientato a suoni americani, con il profumo di West Coast e lo sguardo rivolto a gente come Love e Buffalo Springfield. L’ottima “Make It Right” profuma di Neil Young e dobbiamo dire che Robert Cooksey è decisamente sugli scudi. Il problema è che proporre cose simili nel 1995 in UK non era particolarmente indicato se volevi avere un po’ di visibilità…

7 – MANTARAY – “I Don’t Make Promises”

Eh, qui c’è un pezzo di cuore per me. Sì perché io ho veramente una predilezione per questi ragazzi, complice anche l’intervista che feci tanti anni fa con il leader Chris Latter. Sta di fatto che per me “Some Pop” (1994) è veramente il disco che i Blur avrebbero potuto fare tra “Modern Life” e “Parklife”, una roba pazzesca. La corsa al nuovo album “The Reds And The Blues” iniziava in un modo perfetto con la travolgente “I Don’t Make Promises”, che vedeva Ed Buller alla produzione. Canzone assolutamente superlativa. Ho il rimpianto di non averli mai visti live e la cosa mi brucia da morire.

6 – SILVER SUN – “Lava”

Pochi mesi prima che ci lasciasse per un brutto male avevo intervistato James Broad, leader dei Silver Sun. Ci siamo detti un bel po’ di cose e abbiamo parlato di quanto fossi affezionato al loro primo album. Che dire…power-pop + Beach Boys, ecco la ricetta per un disco travolgente. “Lava” è l’esempio perfetto di quello che i Silver Sun erano bravissimi a fare. Una prima pubblicazione a fine 1996 e poi un rilancio per mandare in alto l’esordio omonimo, prodotto addirittura da Nigel Godrich. Un trionfo totale. Ci manchi James.

5 – PIMLICO – “Glummer”

Aria frizzantissima in casa Pimlico, sulle coordinate mod-Blur, che nel 1996 sfornavano l’ EP “A Glummer Quartet” e la Cherry ha ben pensato di proporre proprio il brano “Glummer”, anche se ammetto che io sarei stato tentato anche da “Poetry Street” per me una delle perle assolute (e poco conosciute) dell’intero Britpop. Sta di fatto che i cari Pimlico pubblicarono un solo disco, (“Housebound“) che arrivò un po’ troppo tardi, 1998, quando l’attenzione sul Britpop si era decisamente allentata: peccato, perché aveva davvero delle canzoni deliziose.

4 – SUSSED – “One In A Million”

Anche per i Sussed un solo disco all’attivo, il piacevole “All Hail The Young Assassins”, uscito nel 1997, che però non contiene questa travolgente “One In A Million”, che viaggia sferragliante in bilico tra Oasis, Stone Roses e Shed Seven: una canzone davvero vincente, con gli “yeyeye” al posto giusto e le chitarre che viaggiano con gusto.

3 – THESE ANIMAL MEN – “Light Emitting Electrical Wave”

Lo so, sto giocando un po’ sporco, perchè i TAM è difficile dire che sono un gruppo poco conosciuto. Anzi. Loro erano praticamente il volto di quella “New Wave of The New Wave” lanciata dalla stampa inglese. Però c’è da dire che la Cherry non ha optato per un brano dei TAM prima scuola, no, ha scelto “Light Emitting Electrical Wave” che ci mostra i “nuovi” TAM, quelli meno irruenti e senza il classico look Adidas, ma con i giubbotti neri e un sound decisamente virato verso il glam. Per me facevano la loro figurona pure così. Il mio vanto? Aver visto il loro ultimo live assoluto. Una serata londinese che non dimenticherò mai.

2 – BRONCO BULLFROG – “Del Quant”

Con i Bronco Bullfrog entriamo in zona “post-Britpop”, sia come anno cronologico, perché parliamo del 1998 come data di pubblicazione del loro esordio omonimo, sia come influenze sonore, visto che qui siamo in zona psych-rock/sunshine-pop, con un taglio che guarda sia ai ’60 che ai ’70. Questa “Del Quant” forse se la ricordano in pochi, ma è decisamente intrigante. La loro carriera è andata avanti con altri 3 album. Da riscoprire.

1 – JOCASTA – “Go”

No ma, dico io, si può essere lincenziati dalla propria casa discografica proprio il giorno esatto di uscita del tuo primo album? Beh, ai Jocasta è proprio successo questo. No comment. Un giovanissimo Tim Arnold guidava una truppa dedita a un guitar-rock capace di essere molto carico ma anche ricco di arrangiamenti in grande stile, che ci crediate o meno i primi Muse non hanno preso solo dai Radiohead ma anche dai Jocasta a mio avviso. “Go” è uno dei primi singoli della band che poi era stato rilanciato per spingere “No Coincidence” che usciva il 1 giugno 1997. La band da lì a poco si sciolse e Tim iniziò una ricca carriera solista, ma già questi primissimi passi erano indicativi di un grande talento.