Di Sebastian Lugli

Dopo tanti, troppi anni di silenzio, i Chapterhouse hanno festeggiato il trentacinquesimo anniversario del loro album d’esordio (e capolavoro) “Whirlpool” tornando sul palco per la prima volta dal 2010, e in pochi giorni ho avuto la fortuna di vederli due volte (più una volta i Boo Radleys, ma questa è un’altra storia), così questo live report è riferito a entrambe le serate, caratterizzate dalla stessa scaletta ma da qualche piccola differenza che vedremo.

In pochi anni di attività all’inizio degli anni Novanta i Chapterhouse hanno gettato ponti tra mondi diversi come le visioni ipnagogiche dei My Bloody Valentine e il groove Madchester, senza dimenticare la vena garage-psych di Stooges e Spacemen 3 che li ispiravano alle origini, e “Whirlpool” in particolare è ritenuto dagli amanti del genere uno dei migliori album d’esordio di sempre.

Veniamo alle serate.

Nato come un circolo per lavoratori, il Brudenell social club di Leeds conserva ancora quell’estetica vintage e un’atmosfera tanto comunitaria quanto intima, senza un vero confine tra palco e pubblico. Domenica 26 il pubblico era decisamente variegato, spaziando tra fan di vecchia data che comprarono l’album appena uscito nel 1991 e ventenni che magari avranno scoperto lo shoegaze da TikTok ma di sicuro hanno saputo andare alla fonte migliore: il live.

Più formale il locale di Londra: la Islington Assembly Hall è un’ampia sala dal soffitto alto, con un palco in stile teatrale e una balconata sopra la platea. Il pubblico di mercoledì 29 era un mix di musicisti (tra gli altri due membri degli Slowdive, su cui torneremo fra poco), addetti ai lavori e fan di vecchia data, alcuni arrivati da ogni angolo d’Europa per essere qui.
Come band di apertura a Leeds ho apprezzato i Night Swimming, giovanissimi Bristolians che masticano un raffinato trip-hop con aperture molto atmosferiche. Mentre la sezione ritmica fornisce un groove chirurgico, uno dei chitarristi intesse arpeggi e l’altro disegna paesaggi sonori molto particolari, scolpendo il pitch di riverberi senza fine. La celestiale voce di Meg Jones fa il resto, incantando il pubblico.

Credit: Sebastian Lugli

A Londra aprivano invece i Sister Ray Davies, duo shoegaze venuto dall’Alabama ma che in qualche modo gioca in casa essendo della scuderia Sonic Cathedral (etichetta di culto dello shoegaze contemporaneo che organizzava l’evento insieme a Bad Vibrations), con il loro classico mix di melodie delicate e chitarre fuzz + riverbero che non può sbagliare, ma innestato su basi e drum machine anziché su una sezione ritmica in carne ed ossa.

Veniamo al piatto forte: quando i nostri arrivano sul palco, dopo uno sguardo e un sorriso enigmatico di Andrew Sherriff verso noi delle prime file, quasi a controllare che sia tutto vero, partono le onde quadre dei tremolo che tagliano ritmicamente il muro di fuzz. Andrew ruota la manopola del vibrato del suo ampli Fender mentre Stephen agisce su un pedalino che tiene attaccato alla testata Marshall, il ritmo del volume che sale e scende fluttua da veloce a lento e viceversa, le tre chitarre si inseguono pulsando e
producono effetti di fase molto ipnotici.
Sì, è proprio “Ecstasy II”, tra le prime canzoni scritte dal gruppo – ma che rimase esclusa da “Whirlpool”-. A un certo punto la cadenza dei tremolo si sincronizza in un’unica, enorme pulsazione e le bacchette al cielo anticipano la partenza del groove killer di Ashley Bates, che da sempre rende speciali i brani dei nostri con quel suo unire la potenza (qualcuno lo paragonava a John Bonham) con appunto il groove, la direttezza con lo swing feel.

Da lì in poi, full immersion in “Whirlpool”: si decolla con la splendida “Breather”, poi “Pearl”, forse l’espressione più compiuta del loro daimon. Si balla con la mente e si fluttua con il corpo, o viceversa.
Qui va fatta una doverosa parentesi sulla serata londinese: alla Islington Assembly Hall già prima del concerto “giravano voci incontrollate…“, e in effetti le speranze degli astanti si sono realizzate: per celebrare i 35 esatti della release di “Whirlpool”, è uscita sul palco nientemeno che Rachel Goswell, per un meraviglioso cammeo alla seconda voce (di cui era del resto incaricata anche sul disco). La “scena che celebra se stessa” ha colpito ancora, mandando in delirio la folla per questo momento che ha indubbiamente reso unica la serata.

Credit: Sebastian Lugli

Continua l’artiglieria pesante con “Autosleeper” e poi “Treasure”, la ritmica baggy cadenzata dallo wah-wah di “Falling Down” (azionato da Joe Light, già “pusher” di pedalini artigianali della band, che sostituisce per questo tour il terzo chitarristaSimon Rowe, il quale peraltro era in platea a Londra), poi “April” che emoziona e ipnotizza, e ancora “Guilt”, “If You Want Me”, “Something More”; la sequenza va via tutta d’un fiato e ci godiamo l’intreccio magico delle tre chitarre, sapientemente disegnato per occupare in modo
perfetto lo spettro sonoro.
Dopo questi 45 minuti di beautiful noise una breve pausa e poi si ricomincia con alcuni B-sides e un paio di brani dal secondo album “Blood Music”.

In mezzo anche “Precious one” e “In my arms”, prima di salutare temporaneamente il pubblico. A Leeds l’encore arriva per acclamazione popolare, a Londra quasi per riflesso condizionato, ma i brani sono gli stessi due: le melodie di “Mesmerize” e l’impeto tellurico di “Need (Somebody)”, che ci lasciano con le orecchie che fischiano e il piacere di avere visto una band in splendida forma. Sia nel calore del Brudenell che nell’energia dell’Islington Assembly, tra lo sfumare dei riverberi aleggia la stessa speranza: che adesso i Chapterhouse ci abbiano preso gusto, aggiungano nuove date europee a quelle sudamericane già previste e magari facciano anche finalmente uscire qualcosa di nuovo.

Credit: Sebastian Lugli