Probabilmente è solo una questione di genere musicale e di come la maturità permetta, e nel loro caso abbia la possibilità di far attecchire, nuova linfa ispiratrice ad un percorso seminale iniziato più di 25 anni fa col primo album, che dopo la reunion, porta gli American Football a questo “LP4”, un tassello ulteriore che parte da lontano ma si inserisce comunque in un continuum evolutivo lineare e non scontato della band americana.

Credit: Alexa Viscius

Lungi dal non dissipare l’enorme background degli esordi, Kinsella e soci trovano nel loro emo core che hanno contribuito a creare, il veicolo adatto per testimoniare come sostanzialmente non si siano mai sbagliati, come se ciò che prima era solamente prurigine post adolescenziale, certamente magica, quasi inconsapevole, oggi diventa testimonianza viva del presente adulto, di questi 4 mentori dell’Illinois, alle prese con le riflessioni sulla vita che procede e che precede, una sorta di presa di coscienza che le cose capitano, matrimonio, innamoramenti, dipendenze, l’inesorabile adattamento al fluire indipendente del tempo e non c’è verso di non poterlo testimoniare, o almeno incominciare a perdere l’abitudine che questo non sia necessario.

Ecco, “LP4” testimonia questa malinconica constatazione di avere a che fare con una maturità che sorprende per come permetta di raccontare il presente, ed in questo i testi e la presenza vocale di Kinsella, forse più che mai che in passato, danno l’idea di come tutto questo magma passi attraverso la sua figura di leader, tramite il suo canto evocativo, certo impostato un pò Scott Walker per dire, sempre in linea col mood delle canzoni (il che a volte non è sempre un merito).

L’album di fatto è quanto di più meticoloso e preciso gli American Football abbiamo mai prodotto finora, magnifici arpeggi di marca, le chitarre che entrano nelle trame esili delle canzoni al millisecondo, quando c’è da espandere escono canzoni splendide, “Man Overboard” su tutte, ma anche “Bad Moons”, quando c’è da lasciare libera la band insomma funziona meglio, con alcuni episodi che rasentano lo stucchevole (“No Feeling”, ma anche altri) ma l’idea è che sia un album da apprezzare a volumi alti, preferibilmente in cuffia, per cogliere la dimensione migliore della perfezione del suono, per ricevere la densità dei sentimenti soffusi a cui Kinsella e soci permettono di avvicinarci.