Non si può che essere contenti quando i riflettori tornano a illuminare gli angoli più oscuri e dimenticati del rock britannico in una delle sue tante epoche d’oro, ovvero quella a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80. Quanti, qui in Italia, conoscono o ricordano i Fischer-Z?

Probabilmente pochi. Eppure stiamo parlando di una band che ha venduto oltre due milioni di album, che ha condiviso tournée con The Police, Dire Straits e James Brown – persino con Bob Marley, nella sua ultima capatina in Europa – e che ha lasciato un’impronta rilevante nella scena new wave/post-punk britannica. Una band che, pur non riuscendo mai a fare il vero botto nel suo paese d’origine, trovò un pubblico fedele anche oltremanica, soprattutto in Germania, Olanda, Belgio e Portogallo.

Oggi i Fischer-Z tornano a far parlare di loro con “Word Paradise: The United Artists Records & Liberty Recordings”, un cofanetto pubblicato dalla Cherry Red Records in occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione del gruppo di Sandhurst. Al suo interno i primi tre album della formazione originale (“Word Salad” del 1979, “Going Deaf For A Living” del 1980 e “Red Skies Over Paradise” del 1981) corredati da una selezione di bonus track e da un nutritissimo booklet.

In sostanza, una fotografia completa e definitiva della fase più significativa della carriera dei Fischer-Z: quella precedente allo scioglimento del 1982, quando il frontman John Watts decise di tirare il freno e imboccare la strada della carriera solista. Una decisione sofferta, ma necessaria: Eravamo sul punto di sfondare definitivamente, ricorda Watts in un’intervista inclusa nel libretto. Ma se non avessi sciolto la band, non avrei potuto farmi una famiglia. Non avrei avuto i cinque figli che mi vogliono ancora bene.

“Word Salad”, il debutto della band, venne registrato con il produttore Mike Howlett (ex bassista dei Gong). A realizzare la copertina fu George Hardie del leggendario studio di grafica Hipgnosis, già al lavoro per i Pink Floyd di “The Dark Side Of The Moon” e “Wish You Were Here”. Un disco bello fuori ma anche dentro: un ottimo esempio di new wave intelligente e tagliente, oggi arricchito con cinque bonus track.

“Going Deaf For A Living” del 1980, prodotto ancora una volta da Howlett, è se possibile ancor più coeso del debutto, pur restando legato alla medesima formula new wave “mutante”, con un bel mix fra pop, punk rock sintetico e reggae. Il singolo “So Long” divenne un piccolo classico in Europa (soprattutto nei Paesi Bassi) e in Australia, e riuscì persino a entrare nella heavy rotation della neonata MTV americana.

https://www.youtube.com/watch?v=Ejy7L64lFWM

“Red Skies Over Paradise”, oltre a mostrarci il lato più genuinamente rock del gruppo, è il capitolo conclusivo della prima vita dei Fischer-Z e, a detta dello stesso Watts, rappresenta l’opera più completa e matura della trilogia. Registrato con la formazione ridotta a trio dopo l’uscita di Steve Skolnik, con Watts a coprire anche le parti di tastiera (piuttosto marginali in realtà), è il disco che trascinò la band ai vertici delle charts europee: una promessa di successo interrottasi precocemente. Nell’album trova spazio anche la hit “Marliese”, uno dei pezzi più noti del gruppo insieme a “So Long”. 

Cosa colpisce ascoltando questi tre album così tanti anni dopo la loro uscita? Prima di tutto la freschezza. Musica che suona ancora urgente e vivace, forse non pienamente “contemporanea” ma di certo non vetusta. Detto in maniera molto grezza: roba che non è invecchiata affatto male. In certi momenti – e questo è forse il dato più sorprendente – viene quasi da pensare ai Wombats, ai Futureheads e a tutta quella generazione del revival degli anni 2000 che ha fatto del post-punk più melodico e sfacciato il proprio marchio di fabbrica. I Fischer-Z erano lì, vent’anni prima, a tracciare la rotta. Consapevolmente o no, poco importa.

Il segreto del suono assolutamente personale del gruppo capeggiato da John Watts sta in una serie di tensioni creative tenute magnificamente in equilibrio. Da una parte c’è il punk – quello della prima ondata, genuino e grezzo ma, in questo caso, non privo di concessioni – che scorre sotto la superficie come corrente elettrica. Dall’altra c’è lo strapotere della melodia più ricercata: un gusto per il pop che emerge in mille dettagli. E poi ci sono le più disparate influenze: il power pop, il reggae e persino il glam più colorato e atipico, con una certa stravaganza sonora mutuata dagli Sparks.

I ritmi nervosi che pulsano in tanti e tanti brani – prendete “Acrobats”, giusto per fare un esempio fra gli episodi più degni di nota – sono solo uno degli ingredienti che rende la musica dei Fischer-Z così vitale ed eccitante. La tensione ritmica è centrale: una sensazione di corpi in continuo movimento, di macchine che girano troppo in fretta. Non è una loro esclusiva peculiarità, ma pochi l’hanno interpretata con la carica creativa dei Fischer-Z. Un unicum nel panorama della new wave e del post-punk, nonostante i numerosi elementi musicali condivisi con colleghi più celebri e blasonati.

Il parallelo con i Police è inevitabile: del resto, i due gruppi si sono spesso incrociati in sede live. Entrambi attingevano dal reggae con una disinvoltura che, in quegli anni, era considerata quasi sovversiva: L’idea dei bianchi che suonano reggae era mal vista, ricorda Watts. Ma i Fischer-Z non sono mai stati semplici apostoli della dancehall . Le sfumature giamaicane, che emergono con naturalezza in brani come “Remember Russia” o “Billy and the Motorway Police”, non sono quasi mai al centro del discorso. Sono solo una delle tante componenti di un impasto sonoro più ricco e imprevedibile.

La dimensione elettronica è un altro tassello fondamentale, persino avanguardistico considerando il periodo. Le tastiere di Steve Skolnik (e di John Watts in “Red Skies Over Paradise”) sono onnipresenti ma mai invasive. Aggiungono un colore sintetico che avvicina i Fischer-Z alla new wave più riflessiva senza mai tradire la vocazione fortemente rock del gruppo. Musica a trazione elettrica, molto spesso “ballabile”, che ti fa muovere e pensare allo stesso tempo. Che ti prende alle gambe e alla testa nello stesso istante.

E già, perché anche le parole contano. E i testi dei Fischer-Z sono piccoli trattati di sociologia urbana applicata alla canzone pop. Individui schiacciati dai sistemi, vite meccaniche e ripetitive, paranoia sociale e geopolitica, media inaffidabili, relazioni filtrate dall’artificio del consumo: un catalogo di alienazione più moderno che mai.

“The Worker” è forse uno degli esempi più noti e riusciti: il ritratto di un impiegato, svuotato dalla routine, che scende dal treno ogni mattina e non si chiede nemmeno più perché. Ispirata in parte dalla vita del padre di Watts, la canzone divenne una piccola hit nel Regno Unito e venne proposta dai Fischer-Z nella loro unica apparizione a Top of the Pops. “Headlines” e “Lies” sono invece esercizi di sfiducia sistematica nei confronti dei media e della narrazione pubblica (alquanto profetici, col senno di poi). La già citata “Remember Russia” porta in musica l’ansia latente della guerra fredda in uno dei momenti più bui della tensione tra USA e URSS.

“Lemmings” racconta il comportamento collettivo irrazionale come fosse una legge naturale, quasi suicida. “Pretty Paracetamol” e “Wax Dolls” esplorano una sessualità filtrata da una distanza emotiva che non sa come colmarsi, se non attraverso la finzione e i consumi. E poi ci sono “Wristcutter’s Lullaby”, la ninna nanna dei tagliapolsi (un pezzo che parla di suicidio con una delicatezza devastante) e “Multinationals Bite”, un attacco alla logica spietata del capitalismo d’impresa che, come fa notare Tim Peacock nel booklet del cofanetto, suona spaventosamente attuale in un mondo dominato dalle grandi corporation.

Nel 2026 John Watts è ancora in piena attività (con la bellezza di 26 album e circa 4.000 concerti sul groppone) e i Fischer-Z, tornati in vita nel 1987, si apprestano a celebrare il loro cinquantesimo anniversario con un nuovo disco di inediti. “Word Paradise” è il punto di partenza ideale per chiunque voglia scoprire o riscoprire questa pagina di new wave ingiustamente dimenticata e sottovalutata.