Prosegue la seconda vita dei Failure, influente band losangelina ignominiosamente snobbata dal pubblico nonostante le ottime cose prodotte negli anni ’90. Il trio alt rock, composto da Ken Andrews, Greg Edwards e Kellii Scott , arriva al traguardo del quarto album post-reunion con “Location Lost”, un lavoro dalle mille sfaccettature nel quale lo stile assolutamente personale – mutante ma sempre riconoscibile – del gruppo californiano, frutto di un desiderio di crescita che non si è mai fermato di uscita in uscita, viene spinto verso lidi finora inesplorati.

Credit: Bandcamp

La base di partenza continua a essere sempre la stessa: un mix fra post-grunge e space rock ad altissima fedeltà sonora, nel quale ogni minima sfumatura strumentale è curata e affinata in fase di produzione e missaggio. Un piacere per le orecchie da gustarsi in cuffia: se siete degli audiofili, non fatevi scappare questo disco perché rappresenta uno dei picchi raggiunti dal Ken Andrews in versione ingegnere del suono.

Oltre alla forma, però, c’è anche la sostanza; e, anche in questo ambito, i Failure non tradiscono le aspettative, pur non raggiungendo i picchi di “Magnified” e “Fantastic Planet” (d’altronde, sarebbe un compito davvero troppo arduo). “Location Lost” si mantiene su livelli alti ma, come i suoi più recenti predecessori, non manca di alcuni momenti un po’ meno incisivi, per quanto sempre apprezzabili (“The Air’s On Fire”, “Halo And Grain”).

Le atmosfere si sono fatte più riflessive e mature rispetto al passato, con la carica del grunge che resta un po’ sullo sfondo rispetto ai toni post-punk e sperimentali portati in dote principalmente da Greg Edwards, anima degli Autolux assieme alla batterista Carla Azar.

Questo disco rappresenta un’evoluzione del versante “spaziale” dei Failure, nel quale hanno grandissimo risalto le influenze new wave (l’ariosa “Crash Test Delayed”, caratterizzata da suggestivi inserti elettronici, e l’oscura “A Way Down”, che cita i Depeche Mode di “Never Let Me Down” anche nel testo) e shoegaze (la potente “Solid State”, l’intensa e commovente “Moonlight Understands”). Come da consuetudine, il trio cura maniacalmente i dettagli riguardanti gli arrangiamenti e l’effettistica, giocando spesso e volentieri con sonorità atipiche dal sentore art rock (“Someday Soon”).

Un sound più sfumato, dilatato e notturno, con leggerissime sfumature progressive, che potrebbe risultare un po’ indigesto ai fan più sanguigni della prima ora. Ma questi sono i Failure del 2026; una band non più giovane ma ancora ispiratissima, come ben dimostrato da quella che forse è la migliore traccia del disco ovvero “The Rising Skyline”: una ballad post-rock/sadcore con coda super-elettrica, davvero molto bella, interpretata in duetto con Hayley Williams dei Paramore, notoriamente grande estimatrice del gruppo.