I Modern Woman si erano fatti notare fin dal primo singolo pubblicato nel 2022, “Ford”, contraddistinto da un notevole giro di basso e dallo spoken word espresso con grande carisma dalla cantante e autrice Sophie Harris.

Da quell’ottimo esordio l’attesa per un album si è protratta a lungo, ma finalmente la band londinese arriva al debutto sulla lunga distanza.
La dimensione artistica di Sophie non si limita però allo spoken. La cantante possiede una notevole estensione vocale che le permette di muoversi con naturalezza tra fragilità, tensione e teatralità. Anche la band evita di restare confinata in territori alla Dry Cleaning: il gruppo alterna momenti di forte irrequietezza ritmica ad altri più eleganti e raffinati, mantenendo sempre una personalità ben definita, caratteri che a volte li spingono in dimensioni rock e a volte in atmosfere più rarefatte.
Il risultato è un album che cattura attenzione e ascolto fin dai primi minuti. La title track iniziale mostra immediatamente alcune delle caratteristiche principali del disco: i Modern Woman non cercano di compiacere l’ascoltatore, preferendo invece alternare dolcezza e inquietudine, caos controllato e melodia. A rendere il tutto ancora più ricco contribuisce l’utilizzo di strumenti come violino, sassofono e flauto accanto alla classica struttura chitarra, basso e batteria.
Esiste una naturale distanza dalla forma canzone più tradizionale, elemento che rende l’album poco immediato e che potrebbe allontanare parte del pubblico. Eppure è proprio questa caratteristica a rappresentarne uno dei maggiori punti di forza: “Johnny’s Dreamworld” preferisce disturbare piuttosto che rassicurare.
In “Neptune Girl” il ritmo nervoso sostiene una performance vocale selvaggia e teatrale; “Killing A Dog” sembra concedere una pausa all’intensità generale del disco attraverso un episodio solo apparentemente più morbido, nel quale l’interpretazione mantiene comunque una forte carica emotiva, “Daniel” mostra invece il lato più delicato e malinconico della band.
La qualità resta costante lungo tutta la durata dell’album e ogni brano riesce a lasciare qualcosa. “Blessed Day” colpisce per la sua energia rock unita a una linea melodica più riconoscibile, mentre la splendida “Dashboard Mary” rappresenta probabilmente il momento più immediato del disco: una ballata elegante e raffinata capace di catturare fin dal primo ascolto.
I Modern Woman hanno atteso parecchio prima di pubblicare il loro debutto, ma l’impressione è quella di trovarsi davanti a una band già sicura dei propri mezzi e sorprendentemente matura dove Sophie Harris emerge come un punto di forza assoluto grazie alla sua presenza scenica, alla grande estensione vocale e alla capacità di dominare i brani con intensità e drammaticità.
Johnny’s Dreamworld sembra il primo capitolo di una band che ha già trovato una identità precisa e riconoscibile, che ha nelle sue mani il proprio futuro e lascia intuire notevoli margini di crescita.













