
L’Irlanda, che grandiosa e fiera nazione. La sottoscritta ha avuto modo di vedere in prima persona (via esperienza di un mese nella splendida Derry) quanto siano ancora pesanti le conseguenze del conflitto con il Regno Unito, quanto il gaelico si stia lentamente perdendo ma anche quanto, nonostante tutto, gli irlandesi continuino a portare avanti la propria identità con la testa alta. E qui arriviamo ai Kneecap.
Che li si odi o li si ami, è impossibile non apprezzare come i loro testi (perlopiù in gaelico!) siano irriverenti e sprezzanti delle possibili conseguenze (accuse di terrorismo comprese); se aggiungiamo anche che le loro basi non sono per niente male, e che hanno energia da vendere (soprattutto dal vivo), possiamo dire che il loro è un progetto che colpisce decisamente nel senso.
Ma eccoli qui, al loro primissimo live italiano al Circolo Magnolia, in tutto il loro splendore: tra un insulto al governo britannico e uno a quello italiano, immancabile l’elogio all’anglo-irlandese Violet Albina Gibson, che il 7 aprile 1926 attentò alla vita di Mussolini (ricordo accolto con urla di giubilo della folla).
Avendoli già visti al Primavera Sound, avevamo più o meno già un’idea di come sarebbe stato, certo. Eppure c’è qualcosa di diverso nel ritrovarsi immersi in quella rabbia condivisa da centinaia di persone che chiedono cambiamento, qualcosa che fa quasi ben sperare. Chiunque ha pogato e ballato su pezzoni come “Liars Tale”, “FENIAN” e la onnipresente “Get Your Brits Out”, ma non è possibile ridurre la serata a semplice concerto: la definizione più vicina, forse, sarebbe quella di manifestazione. È stato un trionfo del punk, del rap, di tutto il loro significato storico, della ribellione e della rabbia di un popolo (anzi, due) che crede nella possibilità di vivere in un qualche modo migliore, ma non sa bene come farlo.
Incredibile poi come siano capaci di coinvolgere così tanto il pubblico, nonostante non si capisca nulla della meravigliosa lingua in cui cantano; eppure ogni barra, ogni ritornello arrivano fortissimi. La serata cresce progressivamente d’intensità, tra una richiesta di un minuto di silenzio per la security anti-droga (a cui il pubblico risponde con un “Tout le monde déteste la police”) e un promemoria importante che la musica può e deve essere politica, specie in un momento storico in cui siamo estremamente desensibilizzati a ciò che accade nel mondo, prendendo tutto come l’ennesima cosa che non ci riguarda perché “lontana” o prendendola semplicemente come meme.
E qui sta, anche, la bellezza dei Kneecap. Perché possono essere irriverenti, caotici, possono chiedere scherzosamente ai presenti di confiscare le loro droghe, ma quando si tratta delle cose che contano sanno perfettamente cosa vogliono dire e come farlo. Come anticipato, i loro non sono concerti, sono momenti in cui si riflette sullo stato attuale delle cose, si sviluppa una coscienza e la si unisce con quella di altre mille persone. Si parla dell’Irlanda, della Palestina, dell’oppressione, della resistenza e di quanto sia importante fare il possibile per sensibilizzare altre persone ancora, con la consapevolezza che a volte basta davvero poco, anche solo andare al concerto di tre irlandesi pazzi ma bravi da morire.
Lunga vita ai Kneecap, alla ribellione al potere, ma soprattutto lunga vita a chi ogni giorno, nel suo piccolo, si ricorda che c’è un modo migliore per vivere (per tutti), e che arrivarci non è così impossibile come può sembrare. L’importante è poter dire di averci provato, invece di essere rimasti a guardare.













