iron maiden milano san siro
Credits: Mathias Marchioni

Alla fine, il metal ha trionfato. Dopo aver conquistato generazioni di ascoltatori in Italia e nel mondo, gli Iron Maiden sono tornati a dominare anche San Siro, insieme a 45mila fedelissimi accorsi per l’unica data italiana del Run For Your Lives Tour. Una celebrazione a dir poco mistica per festeggiare mezzo secolo di carriera, spingendo su una scaletta piena delle hit più grandiose del gruppo, dal debutto omonimo fino a “Fear of the Dark”.

Certo, non che l’acustica e la location di San Siro siano le ideali per un concerto metal che prevede fuoco e fiamme (in tutti i sensi), ma da “The Number of the Beast” in poi la situazione procede molto meglio e la band inizia seriamente a spaccare tutto. E qui tocca aprire una parentesi di elogio su questi ragazzi (sì, ragazzi, perché tali sembrano), in primis Bruce Dickinson. Quasi 70 anni ma con una mobilità e un’energia allucinante, corre da una parte all’altra (anche con la bandiera italiana in mano, durante “The Trooper”), cambia abiti di scena, scompare da una parte e ricompare a sorpresa dalla parte opposta. Ironia, costumi incredibilmente a tema e acuti spaventosi.

Ogni canzone diventa una storia epica a sé. Dickinson si fa narratore e attore, trascinando il pubblico dentro ogni brano più come un intrattenitore teatrale che come un semplice cantante, soprattutto durante “Phantom of the Opera”. Tra i momenti più emozionanti della serata spicca “Infinite Dreams”, riportata stabilmente in scaletta per questo tour dopo essere rimasta assente dai concerti della band per oltre trent’anni (1988!). Un ritorno da pelle d’oca, impreziosito da un’esecuzione impeccabile, così come la magistrale “Seventh Son of a Seventh Son”.

Steve Harris immenso, vederlo scatenarsi e saltellare in giro fa capire quanta passione questo gruppo riesca ancora ad avere in corpo. Anche il resto della band appare in forma smagliante e in grande affiatamento, tranne forse Simon alla batteria: è andato leggermente fuori tempo su “2 Minutes to Midnight”, ma nel complesso ha tirato fuori una prestazione che farebbe invidia a non pochi professionisti. Poi, beh, immancabile Eddie, la leggendaria (nonché enorme) mascotte-simbolo della band, che gironzola per alcuni momenti sul palco duellando e torreggiando sugli altri.

Fuochi mancati a parte (lecito, visti i motivi di sicurezza), compensa la bellezza dei visual con spezzoni horror vintage (“Nosferatu” del 1922 in primis!) durante “The Number of The Beast”, lascia un po’ in dubbio l’utilizzo di grafiche palesemente realizzate con l’intelligenza artificiale, largamente presenti durante il set. Si sarebbe potuto tranquillamente evitare, vista l’entità dell’evento (impossibile pensare che non ci fossero le risorse per un lavoro di qualità). Ahimé, è una tendenza che la sottoscritta sempre più spesso ai concerti, sia di artisti piccoli sia di artisti più affermati. 

Note dolceamare a parte, vedere un gruppo di questo calibro suonare con tanto cuore dopo cinquant’anni di carriera è qualcosa di raro. E ritrovarsi a cantare insieme a oltre 40mila persone sulle note di inni come “Wasted Years” e “Run to the Hills” ricorda perché gli Iron Maiden siano diventati una delle band più amate della storia del metal. Le imperfezioni passano (quasi) in secondo piano; restano l’emozione e la sensazione di aver assistito a qualcosa che, mezzo secolo dopo, continua a sembrare immortale.