
Aldous Harding torna finalmente in Italia – attesissima – per presentare il suo quinto LP, “Train On The Island“, uscito lo scorso maggio e pubblicato da 4AD: registrato ai mitici Rockfield Mountains in Galles, il disco è stato prodotto dalla musicista neozelandese insieme al fidato John Parish, storico collaboratore anche di PJ Harvey.
Come dicevamo, l’attenzione verso Hannah è davvero tanta anche qui in Italia come dimostra il sold-out raggiunto stasera qui al Locomotiv nella seconda delle sue tre date nel nostro paese.
Una setlist, quella di stasera, basata ovviamente soprattutto sul suo nuovo lavoro, ma che troverà anche alcuni spunti dai suoi album precedenti (salvo il suo omonimo debutto).
Si parte precisi alle nove e mezza in punto proprio come da programma ed è “Train On The Island”, la title-track del suo disco più recente, a dare il via alla serata: il tocco delicato del piano supporta perfettamente la voce di Hannah Sian Topp (questo il suo vero nome) e il drumming leggero aggiunge un tocco jazzy, mentre il livello di emotività cresce ogni secondo. Si capisce sin da subito che siamo davanti a un’artista di un livello superiore rispetto a tantissime altre colleghe.
Subito dopo ecco “I Ate The Most”, molto particolare e saltellante con quel suo tono weird-pop dove i vocals malinconici della neozelandese si uniscono con questo synth saltellante e ad azioni percussive particolari: le sue soluzioni sonore non risultano mai banali e, senza mai forzare il ritmo, cercano modi mai scontati per proporsi.
Poco dopo facciamo un passo indietro fino a “Designer” (2019) e troviamo la bellissima “Treasure”, un dolce ricamo ricco di intimità, che disegna comunque melodie gustose capaci di cullare i presenti con il loro calore.
Come avevamo già sottolineato anche in fase di recensione del disco, “Worms” è una delle nostre preferite e, anche nella prova live, riesce a stupirci per la sua classe e la sua intimità: con piano e un drumming decisamente soft, questa canzone denota un non so che di jazzy, che la rende una perla unica.
Altro piccolo e gradevolissimo gioiello di questa serata è sicuramente “San Francisco”, che si muove tra synth e pedal steel nella più totale intimità: il finale con l’aggiunta della chitarra acustica non fa altro che aumentare la sua delicatezza a cui si aggiunge un tocco di malinconia.
Ci pensa “Coats”, che chiudeva anche “Train On The Island”, a concludere il mainset con una versione più chitarristica, elettrica e rockeggiante della Harding.
C’è infine spazio per un encore di tre canzoni con la splendida “Designer” posta giustamente alla fine del set con quella sua saltellante e luminosa vivacità, ma con un tocco weird che sa sempre spiazzare i numerosi presenti.
Un’altra prova maiuscola per la musicista neozelandese che anche stasera ha saputo regalare emozioni e tantissima qualità ai fan emiliani, provando spesso nuove sfumature sonore ed evitando sempre di risultare banale o prevedibile.













