I Dogstar sono tornati. Dopo oltre vent’anni di silenzio discografico, Bret Domrose (voce e chitarra), Robert Mailhouse (batteria) e Keanu Reeves (basso) si sono mostrati carichi e visibilmente entusiasti di calcare di nuovo il palcoscenico per la data conclusiva del loro tour italiano al Teatro degli Arcimboldi di Milano, in occasione del nuovo disco “All In Now”. Sicuramente non sono la classica band che ci si aspetterebbe di vedere in un contesto teatrale, una location rinomata per la sua acustica e solitamente abituata a tutt’altro genere di eventi. Eppure, per quanto il loro sia un onesto alternative rock che prende a piene mani ispirazione dagli anni Novanta, l’abbinamento ha sorprendentemente funzionato.

Il live è andato dritto al sodo: niente effetti superflui, nessuna scenografia faraonica, solo tre musicisti su un palco. Durante il concerto, articolato in una ventina di brani eseguiti con una precisione invidiabile, si è avvertita forse un po’ la mancanza di quelle grandi hit da cantare a squarciagola o ballare fino allo sfinimento. Tuttavia, il pubblico ha reagito con calore, accompagnando spesso i brani col battito delle mani (che, per quanto possa sembrare poco, è effettivamente sintomo di grande partecipazione in una platea seduta). È innegabile il piacere di vederli suonare, dato che si divertono da morire, cercano spesso il contatto tra loro, si ascoltano a vicenda e dimostrano grande consapevolezza. Un dettaglio degno di nota è proprio il basso di Keanu, che dal vivo risulta molto più potente e in primo piano rispetto alle registrazioni in studio e soprattutto rispetto al disco precedente, “Somewhere Between the Power Lines and Palm Trees”. La sinergia tra i tre membri è palpabile, così come la forte connessione con la platea, anche se, inevitabilmente, si tratta di un’attenzione che pende in modo quasi esclusivo verso un solo lato del palco.

Ed è qui che emerge la vera nota dolente della serata, un aspetto difficile da ignorare per chiunque fosse lì (anche) per ascoltare la musica. Tutto sommato, è un peccato constatare come una fetta consistente del pubblico fosse presente quasi esclusivamente per riprendere il bassista hollywoodiano. Tra un “Ti amo!” urlato a caso e un coro chiuso sul nascere sulle note di “Sei bellissima” (anzi, “sei bellissimo”) di Loredana Bertè, l’atmosfera a tratti ricordava più un fan meeting che un concerto alt-rock. A tratti. Purtroppo, la fruizione collettiva dello spettacolo ne ha inevitabilmente risentito, specie considerato che la serata si è svolta in un teatro: laddove l’oscurità e l’acustica sono parte integrante dell’esperienza, l’uso dei flash e l’avere costantemente schermi accesi nel proprio campo visivo, magari per modificare le foto di Keanu (e solo di Keanu) in tempo reale con l’IA e inviarle su WhatsApp nel bel mezzo di un brano (cose effettivamente successe durante la serata), rompe irrimediabilmente l’immersione nel live.

Al netto di questi fattori esterni, i Dogstar non saranno la band più rivoluzionaria della storia, ma non sono affatto male. Anzi, sono apparsi decisamente più solidi e a fuoco nell’assetto dal vivo rispetto alle loro precedenti esibizioni, come quella al Primavera Sound.

In definitiva, la presenza di un divo come Keanu Reeves è per questa band una benedizione e una maledizione allo stesso tempo: permette loro di riempire i teatri e garantisce un’enorme attenzione mediatica, ma rischia costantemente di mettere in ombra l’effettivo impegno musicale del trio. La speranza è che riescano a sfruttare questa visibilità per continuare a crescere, dando vita a live sempre più coinvolgenti e a dischi sempre più maturi. La voglia di suonare c’è tutta, e il margine di miglioramento è già un’evidente, piacevole realtà.

L’importante, comunque, è che al loro prossimo live italiano non parta di nuovo “Sei bellissima“.