Attivi a partire dal 1999, gli Shearwater hanno portato avanti nel corso degli anni un percorso sempre interessante e vedono ora nella figura di Jonathan Meiburg il loro leader e unico componente della formazione originale, accompagnato in questa avventura dalla tastierista Emily Lee e da Dan Duszynski, suo compagno anche nei Loma, che ha pure registrato questo nuovo lavoro della band originaria di Austin.

Questo, che se non andiamo errati, dovrebbe essere l’undicesimo album di studio degli Shearwater, è stato pubblicato in autonomia, attraverso la loro Polyborus Music, e vede la presenza di numerosi ospiti provenienti da varie parti del mondo, formando così un ensemble numeroso, sì, ma perfetto per un viaggio che attraversa gioia, confusione, sfida, reverenza e tenerezza, con la voce di Meiburg come guida elegante e sfuggente.
Appena nove canzoni per quasi quarantacinque minuti di musica ed è “Even Song” ad aprire le danze: prima è una chitarra acustica a introdurci a questo loro nuovo mondo, poi sono le intense percussioni di Shahzad Ismaily a supportare la voce calda e avvolgente di Meiburg, che rimane comunque calma anche in mezzo alla confuzione creata da certi strumenti a fiato e dalla batteria, prima che appaia anche uno dei tanti field recording di questo disco, incluso un breve pianto di un bambino piccolo. Emozioni accoglienti fin da subito per questi statunitensi.
Al centro del disco, sicuramente non a caso, ecco “The Only Sound I’m Afraid Of”, una pura meraviglia: i lavori interessanti della sei corde, supportata dal piano, lasciano alla voce di Jonathan lo spazio per crescere pian piano fino ad arrivare al climax, mentre le percussioni, cortesia dell’inimitabile Thor Harris, picchiano con grande intensità: l’emotività raggiunge dei livelli incredibili facendo venire la pelle d’oca a chi ascolta.
“A Mink In The Dusk”, una delle tante citazioni di elementi della natura del disco (e di tutta la carriera degli Shearwater), gode di questo ritmo percussivo riflessivo che si va a porre tra le sensazioni melodiche disegnate invece dalla chitarra: il coro poi gode di ottime armonie vocali.
La conclusiva “You And Your Dog” è di una bellezza assoluta, sebbene non nasconda la sua malinconia: lo spoken word di Laurie Anderson, una dei tanti ospiti dell’album, aggiunge un senso di relax con la strumentazione che vede influenze orientaleggianti e una qualità jazz (con piano e clarinetto): la poesia pervade ogni secondo di queste sette minuti e ci porta alla fine di “The New World” nel miglior modo possibile.
Non sarà forse un album facile o che si puo’ memorizzare al primo ascolto, ma questo undicesimo LP della band texana non solo mostra una classe immensa, ma sa emozionare e far riflettere. Speciale e unico!













