C’è un particolare che mi è sempre piaciuto delle Body Type: è quello scrivere testi che ti portano ad immaginare situazioni anomale, spesso divertenti o tragiche, sempre vissute con il sorriso stampato in bocca. Anche in questo terzo e ultimo lavoro, “Tally”, la band di Sydney non si risparmia. Qui ci sono ascensori scassati, un sacchetto per il vomito dell’aereo, un mazzo di tarocchi o un gelso e riescono a farti credere che dentro quelle piccole cose ci sia un mondo intero.

Credit: Bandcamp

Dopo l’ottimo esordio del 2022 (Everything Is Dangerous But Nothing’s Surprising) e il bis dell’anno seguente “Expired Candy” ci sono voluti tre anni. Per una band che fino a quel momento aveva pubblicato praticamente senza fermarsi è stato quasi un lusso. O forse una necessità. Si sente fin dalle prime battute che qui c’è meno fretta. Non meno energia, attenzione: semplicemente meno ansia di dimostrare qualcosa.

Merito anche della produzione di Stella Mozgawa (Warpaint), che invece di imprimere il proprio marchio sembra aver fatto la cosa più difficile: convincere la band a togliere invece che aggiungere. Le Body Type erano arrivate in studio con dodici pezzi da registrare in dodici giorni. Ne sono uscite con dieci canzoni. È una differenza che si sente. “Tally” non ha un grammo di grasso.

Le coordinate restano quelle di sempre: chitarre nervose, post-punk che ogni tanto guarda ai Sessanta senza nostalgia, melodie che sembrano arrivare con naturalezza e invece sono costruite con una precisione quasi invisibile. Solo che stavolta tutto respira di più. Anche quando il disco accelera non dà mai l’impressione di voler correre.

La vera sorpresa, però, sono i testi. Le Body Type hanno un talento raro: riescono a parlare di sentimenti senza usare il vocabolario dei sentimenti. Preferiscono un dettaglio storto, un’immagine che all’inizio fa quasi sorridere e poi, a forza di pensarci, rimane addosso.

“Sick Bag” è probabilmente il momento più riuscito del disco. C’è un Mellotron che compare quasi di nascosto, come se fosse sempre stato lì, e una delle immagini più belle dell’album: il cuore è un piccolo uccello stretto in mano fino a sporcare le dita di chi lo tiene. Fa sorridere, mette a disagio e commuove nello stesso istante. È un pezzo che parla di amore senza essere una classica canzone d’amore. O meglio, come canta Sophie McComish, forse quella canzone d’amore esiste solo nella sua testa.

È questo il gioco che “Tally” porta avanti per tutta la durata del disco. Le emozioni passano sempre attraverso oggetti concretissimi. Un ascensore diventa un ragionamento sulla fiducia, una lettura dei tarocchi assume il tono di una piccola rivelazione, una giornata qualunque sembra nascondere qualcosa di inspiegabile. Niente è davvero straordinario, eppure tutto finisce per sembrarlo.

Anche musicalmente le Body Type sembrano essersi concesse una fiducia nuova. “Eye Is A Mouth Is A Face”, nata improvvisando tutte insieme in sala prove, rompe gli schemi ritmici senza mai trasformarsi in un esercizio di stile. “Mulberry” lascia spazio alle voci e ai silenzi, mentre “Everything In A Row”, rimasta in un cassetto per anni prima di trovare la sua forma definitiva, chiude il disco con una delicatezza che qualche anno fa sarebbe stata difficile immaginare per questa band.

La cosa che colpisce di più è che “Tally” non cerca mai il colpo a effetto. Non ci sono esplosioni programmate, non c’è il singolo costruito per imporsi dopo trenta secondi. È un disco che preferisce insinuarsi lentamente. Ogni ascolto aggiunge un dettaglio: una seconda voce, una chitarra che entra di traverso, una frase che improvvisamente acquista un altro significato.

Forse è proprio questa la maturità delle Body Type. Non quella, un po’ noiosa, di chi smussa gli angoli, ma quella di chi capisce che non serve alzare continuamente la voce per lasciare il segno. Basta trovare il modo giusto di raccontare le cose, anche se in fondo pesano solo di banalità quotidiane.

E trasformarle, per mezz’ora abbondante, in qualcosa di sorprendentemente grande.