Siamo nell’era dell’intelligenza artificiale, e la differenza tra ciò che reale e ciò che è finzione sembra farsi sempre più sottile. Il dubbio sorge spontaneo: le tredici tracce di “Strike And Kill”, così potenti e scintillanti, sono davvero state scritte e registrate da esseri umani? O sono semplicemente il frutto di un prompt ben congegnato dato in pasto a qualche piattaforma super-evoluta specializzata nella generazione di musica, tipo Sunio o Udio?

Il frontman dei DevilDriver Dez Fafara, noto per i suoi trascorsi nu metal con i Coal Chamber, si è detto contrario a qualsiasi forma di utilizzo delle IA per realizzare canzoni originali. Ascoltando l’undicesimo disco della band statunitense, tuttavia, si ha l’impressione che i pezzi non siano del tutto naturali, in quanto ampiamente rielaborati in fase di post-produzione.
Suoni pompati all’inverosimile per dar risalto a una violenza sintetica che cambia poco nel corso di cinquanta minuti. Un album lungo, troppo monotono nonostante gli alti tassi di tensione, nel quale vengono esibiti tutti gli stereotipi del groove metal moderno: i riff vorticosi ma patinati; le timide aperture melodiche dai toni a tratti drammatici, a tratti “orrorifici” (nel senso cinematografico del termine); un growl cavernoso che tende allo screaming nei passaggi più aspri, con poche o nulle concessioni alle parti pulite.
E poi, naturalmente, la portata principale, ovvero i breakdown: lenti ed epici, selvaggi ma cadenzati, con le chitarre e la batteria che si incastrano tra loro alla perfezione, quasi fossero tasselli di un puzzle definito in ogni minimo dettaglio. L’headbanging è assicurato…ma non aspettatevi molto altro.













