
Di Eusebia Parrotto
L’ultimo concerto dei C.S.I. che avevo visto, prima di quello di lunedì scorso al Castello Scaligero di Villafranca di Verona, è stato quello di Rovereto (TN), il 28 aprile 1998. Ho un unico, potente ricordo di quel concerto: Ginevra Di Marco, centrale sul palco, espirando con voce tenue lo sfondo sonoro di “Inquieto” (dovete avere presente la voce di Ginevra in quel canto, per comprendere del tutto la scena), a un certo punto comincia lentamente a ruotare su se stessa, continuando cantare, a lungo, mentre Giovanni Lindo Ferretti recita cupo, con cadenze sincopate “gremito di presenze il vuoto è pieno / pieno / s’incupa il suono s’avviluppa e si blocca / s’avviluppa e si blocca….“. Noi, il pubblico, siamo ammaliati da quello che sta accadendo, trasportati dentro un altrove cui si arriva per ipnosi, per abbandono.
Non era una dea, non era una sacerdotessa, nulla di ieratico: era un piccolo spirito lieve che ci stava incantando. Era meravigliosa.
Il concerto di Villafranca è stato bellissimo. Il posto stupendo, un prato fresco dove aspettare, e dove godersi la birra e la compagnia seduti o sdraiati sull’erba dopo il concerto. Le mura, le torri alte, le merlature del castello circondavano tutto lo spazio, illuminato da una luna appena calante. Sono stati generosi: due ore e mezza di concerto, generosi e giganteschi, tutti. Ma lo sapevamo. Qualche sbavatura nella qualità audio all’inizio (la voce di Ferretti non si sentiva benissimo), ma per la perfezione ci sono i dischi. Sono belli i concerti imperfetti. Hanno suonato praticamente tutti i loro pezzi più belli e più noti, con “Cupe Vampe”, “In viaggio”, “Fuochi nella notte”, “Linea Gotica”, “Matrilineare”, “E ti vengo a cercare”, e tante altre, tutte da brivido.
Ciascuno sul palco è concentrato sulla propria parte, tutti seri, tutti al meglio.

Ginevra è ancora meravigliosa, si muove sul palco con l’allegra dolcezza di una bambina, di una farfalla; si prende cura di tutti con grazia lieve, solo avvicinandosi, o sfiorandoli; segue la musica appena ondeggiando, mentre canta. L’unica a sorridere, a muoversi, a interagire anche a distanza con gli altri. Ferretti un paio di volte si perde il testo, lei lo insegue e lo raccoglie, quasi non te ne accorgi. Si dividono una sigaretta, c’è un flusso speciale tra i due, fatto di sorrisi, di sguardi, di piccoli gesti, di vicinanza fisica.
Con altri modi, con semplicità, è ancora Ginevra che continua a incantarci. Lei l’unico elemento lieve e dolcemente vitale sul palco, è attraverso lei che una buona, scintillante energia scorre e arriva fino al prato, e toglie peso alla nostalgia che potrebbe arrivare.
Con molto rispetto, e con molto amore, devo riportare una sensazione che ho avuto per tutto il concerto, cui sono riuscita a dare forma soltanto dopo, tornando a casa in autostrada. I C.S.I. non suonano insieme, e non creano musica insieme, da decenni, e questo si vede sul palco. Il concerto è stato impeccabile, di qualità altissima, e loro sono mostruosi; le canzoni, come ha detto Ferretti in uno dei suoi pochi interventi parlati sul palco, “fanno ancora la loro porca figura“. Eccome. Ma si percepisce, se vuoi seguire fino in fondo una sensazione piccola, che si manifesta come un puntino, fino a scoprirla del tutto, che qualcosa manca. Questo non inficia la bellezza del concerto, ma qualcosa manca. Manca quella speciale chimica, quel guizzo creativo che si manifesta tra chi ha una continuità nella creazione condivisa, per cui anche se suonano lo stesso pezzo di trent’anni fa, anche se lo fanno uguale a come era trent’anni fa, quel pezzo trasmette anche tutto il mutamento, le trasformazioni, la vitalità che chi ha una consuetudine creativa comune porta con sé nel tempo. Questo, evidentemente, non poteva esserci.
Loro sono fermi, concentrati: eseguono, con le loro canzoni, ciò che sono stati insieme e che oggi non sono. Hanno aperto la capsula del tempo, hanno preso il loro stato di grazia, e non l’hanno riportato in vita, l’hanno “solo”, magistralmente, rappresentato sul palco. Ma sono riusciti a farci vedere, sentire, tutta la bellezza di quello che è stato.













