ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì #8

 
18 Settembre 2020
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti“, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

TOP


SAMUELE BERSANI
Harakiri

Ma avete capito cos’è successo oggi? Dopo una latitanza durata anni dalle scene e una presenza in assenza capace di far sentire il suo peso sulla scrittura dei “millenial songwriter” (quanto Bersani c’è nel nuovo mainstream?) senza proferir verbo e nota, il cantautore bolognese – in una notte qualsiasi di metà settembre – esce (in controtendenza, come sempre) dal letargo e regala all’Italia la possibilità di ricordarsi come si scrive una canzone, come si racconta un dolore tanto personale quanto condiviso. Sì, perché in “Harakiri” (e già il titolo lascia trapelare il forte carico di positività e ottimismo sul futuro che da sempre caratterizza la scrittura del Samuelone nazionale – sono ovviamente ironico -) di questo si parla: ferite raccontate solo ora che il trauma è diventato cicatrice e il sangue si è rappreso del tutto – o quanto meno, sufficientemente per poterne scrivere, e bene -, lividi messi all’asta sul banco dei pugni che la vita sa sferrare con precisione chirurgica, silenzi così gravidi e lunghi da non riuscire più ad arenarsi (come Samuele ha lasciato che succedesse) sulle porte, chiuse a forza, della voce. In “Harakiri”, il tormento personale e quasi autobiografico si fa universale perché sincero e capace di richiamare al senso più profondo dell’esistenza: la solitudine, l’ineluttabilità della caduta e la necessità della ripresa nell’eterno ritorno di uguali esistenziali capaci di renderci così simili nella nostra umanissima fragilità. Insomma, il dolore è democratico perché – vuoi o non vuoi – ci appartiene (e ci tiene in ostaggio, occhieggiando dietro ogni angolo che le svolte della vita offrono all’inconsapevole viandante) sin dal primo vagito, dal primo pianto del neonato: vita e morte sono estremi di un percorso tanto circolare da non poter credere che esistano andate prive di ritorno, conclusioni che non siano nuovi inizi. Un po’ come è successo in questa tiepida notte di settembre, che ha visto riemergere dalla polvere della Storia uno dei monumenti del cantautorato moderno, a dimostrare che il domani continua ad avere un cuore antico (e, nel caso di “Harakiri”, ancora squisitamente dalliano) e che il passato – nella circolarità del movimento delle parti – sembra già essere in anticipo sul domani.


PSICOLOGI feat. ARIETE
Tatuaggi

Diciamocelo, da vecchio dentro quale sono faccio fatica a definirmi un “seguace” del nuovo mood strascinato (e spesso rasentante il lamento) che tanto piace ai nuovi malinconici millennial (beata gioventù!), ma non potevo esimermi dal dare il mio contributo al ricambio generazionale di fronte all’uscita del nuovo singolo degli Psicologi, che di anni ne hanno 20 (e a vent’anni, si sa, è tutto ancora intero anche se così spesso cantano di cuori spezzati) e che di fronte a loro vedono concretizzarsi, ogni giorno di più, il sogno di dimostrare alle nonne di tutti che fare musica (anche per un ventenne del 2020) può diventare un lavoro, se fatto con identità e consapevolezza. “Tatuaggi” è un buon pezzo, capace di scivolare bene sulle linee pop di un inciso coinciso, intelligente nella sua semplicità e in generale ben incastonato tra le costole solide di un testo ben scritto, dotato di una poetica fortemente personale; l’ingresso, sul finale di brano, di ARIETE (altra promessa del panorama) crea la sospensione emotiva giusta – nell’intensità dell’interpretazione – per annullare, per una volta, ogni diffidenza aprioristica nei confronti del nuovo che avanza, cancellando la distanza anagrafica e lasciandoci commuovere di fronte all’esuberanza del nuovo che avanza. E per una volta, “avanzare” qui significa portare avanti una tradizione con parole nuove, e non essere l’ennesimo avanzo di un mercato bulimico, che produce e consuma più di quanto possa davvero assimilare.


MARCO CASTELLO
Cicciona

Mi va (perché son paxxerello) di mettere sul podio dei Big del nuovo pop anche il nome nuovo (ma non per me, che ne divoro la musica da mesi) di Marco Castello. Sì, non è ancora nell’Olimpo divistico della scena, ma è anche vero che la stoffa della semidio sembra averla: tre singoli fuori, tre conferme di una realtà giovane e solida, che è in crescita ma sembra già cresciuta e pronta al salto di categoria. Poi, per Dio!, finalmente un musicista (non prendetemi per classista: credo solo che la musica vada conosciuta per poter essere maneggiata nel modo giusto) con gusto e con idee, capace di veicolare ad una scrittura mai banale la melodicità estrema di una precisa identità musicale raggiunta. Sto spingendo troppo sull’acceleratore? Va bene, allora ascoltatevi “Cicciona” (non fatevi ingannare dal titolo, stolti!) e tutto quello che Spotify offre di Castello. Troverete Battiato, Ivan Graziani e tutta la Storia della tradizione declinata in un modo fresco perché rispettoso e memore delle radici, nell’era delle amnesie collettive. Castello è sul podio perché è da podio e, per quanto possa valere questa medaglia di cartone, sono tanto felice di porla sul petto di un nome nuovo, sì, ma ancora per poco.

FLOP

Potreste non crederci – perché non ci credo neanche io – ma questo venerdì sembra aver deciso di non restituirmi la mia dovuta dose di disgusto musicale settimanale; so che i tre quarti dei miei quattro assidui lettori legge questo bollettino solo per veder corrisposta – nello slot FLOP – la propria cattiveria repressa nelle mie invettive, ma a questo giro tocca deluderci e prepararci al prossimo venerdì. Non temete: sono sicuro che il tempo saprà renderci indietro tutto, e con gli arretrati.

 

SEZIONE VIVAIO

Di fronte al nuovo che avanza ritrarci non è più possibile, se non assumendocene le pesanti responsabilità generazionali; ecco perché abbiamo bisogno oggi di dedicarci ai polmoni di domani, che hanno bisogno di ossigeno e di speranza. Nasce per questo la “Sezione Vivaio”, con le nostre segnalazioni dei più interessanti emergenti di giornata: solo i migliori fiori che la gioventù, come direbbe Fossati, fa ancora crescere per le strade.

SGRO’, Le piante
Premetto che aspettavo questo momento da almeno sei mesi (tantissimo, troppo!, Sgrò ti prego dacce da magnà più spesso), ovvero dall’esordio discografico del cantautore toscano con “In differita”, colonna sonora antesignana di una quarantena che sarebbe scoppiata di lì a poco e che sembrava già essere raccontata nel suo primo singolo. Vista la potenza catartica di “Le piante” e il retrogusto deliziosamente fatalista (con tinte più scure che chiare) che contraddistingue anche il secondo sussulto della penna lucchese, non resta che augurarci – a questo giro – che non vi siano tempeste all’orizzonte se non quelle scatenate alla bocca dello stomaco da una canzone bella, perché vera. Ed è meraviglioso scoprire di avere ancora qualche motivo per non perdere di vista l’emergenza, ora più che mai in emergenza; sì, perché in tempi come questi dare spazio a ciò che non è inferno è sfida vitale, e Sgrò sembra avere tutta le carte in regola per conquistarsi un posto nel Paradiso della musica che vale.

NICOLA LOTTO feat. EDDA, Una luce

Esordio assoluto per Nicola Lotto che sceglie EDDA come padrino di spessore per il suo battesimo discografico; il risultato è un’alchimia virtuosa tra timbri intensi ad amplificare l’emotività di un brano tenue, che scivola come sabbia tra le dita di chiunque pensi ancora possibile stringere il pugno dell’etichettatura. Sì, perché “Una Luce” sfugge alla logica della classificazione ed evade le regole dei ricettari, mostrando il carattere di un progetto nuovo ma destinato a durare. Bello il testo, intense le melodie e dieci+ ad entrambi ma nota di merito (se mai ve ne fosse bisogno) alla capacità virtuosa di Edda di saper riconoscere il bello che emergendo, aggiungendo valore a ciò che già vale. E tanto.

AMA IL LUPO, Frigo
Bella scoperta anche Ama il lupo, progetto fresco al secondo singolo, che sembra già avere le idee chiare su quello che vuole: sonorità leggere e pop si coniugano a melodie che a tratti ricordano Giorgio Canali (possibile?) e Afterhours senza però perdere l’odore buono che emana il pane appena sfornato.

 

 

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