Dieci anni ci sono voluti per avere nel Belpaese un ritorno della leggendaria band dei Violent Femmes. Troppi decisamente, ma sicuramente sufficienti per avvolgere il trio con un’aurea ancor più mitica. Una lunga attesa provoca enormi aspettative. Probabilmente eccessive, ma solo per chi non vive la musica come un’imponente e calda dimora costituita da una serie infinita di mattoni al quale tanti ragazzi partendo dalle loro buie cantine tentano di dare un contributo. Come circa un ventennio fa hanno iniziato a fare in modo considerevole Gordon Gano, Brian Ritchie e Victor DeLorenzo.

Con la sostanziale differenza, rispetto a tante attuali Scimmie Artiche o Libertini, che il mattone in questione è assolutamente (im)portante. La domanda da porsi è: “Cosa sarebbe la musica indie oggi se non nessuno avesse dato fiducia ai nostri Femmes?” A questa domanda si può avere una risposta incrociando gli sguardi entusiasti delle migliaia di persone accorse al tendone Estragon per l’evento. Un’elegante semplicità  e una quantità  spropositata di sostanza. Quattro note, quattro accordi: così li liquidano i più sbrigativi. E invece quante idee e originalità  in realtà . E proprio questa performance live è stata l’occasione per mettere a tacere chi non è in grado di cogliere le sottili e significative sfaccettature del caratteristico sound di Violent Femmes, che hanno messo in piedi uno show palesemente degno di questo nome e soprattutto ricco di molteplici sorprese. I “ragazzi” sul palco hanno messo grinta ed energia come se i loro corpi non avessero nemmeno sentito il tempo trascorso negli ultimi 20 anni.

Ancora con la verve e spregiudicatezza di un pischello, profondamente convinti di essere ancora in grado di performare ad alto livello. Poichè il tour messo in piedi era celebrativo della carriera della band, la scaletta ha spaziato fondamentalmente tra i primi due parti dalla band (Violent “five_stars” Femmes, Hallowed Ground). Lo scopo era raggiungere picchi di feeling e partecipazione del pubblico obiettivamente insperabili con le successive produzioni. I successi ottenuti negli anni infatti sono soprattutto legati agli esordi geniali e quindi l’onesta scelta sulla playlist proposta è di non cercare falsi consensi proponendo le produzioni meno brillanti del recente passato ma fermando la sveglia alla fine degli anni “’80. Il concerto ha sbalordito per la molteplicità  di nuove soluzioni sonore, spaziando tra rock e noise, melodie e rockabilly probabilmente per non annoiare / annoiarsi interpretando per la milionesima volta “Kiss Off” o “Blister In The Sun”. Victor De Lorenzo occupa la postazione centrale del palco, non è relegato in secondo piano come accade normalmente a tutti i drummer.

A differenza di tanti anonimi e scadenti batteristi in circolazione, si può dire che la posizione regina se la sia guadagnata col sudore e che gli spetti di diritto: un artista superbo, nelle mani indiavolate del quale le spazzole potevano fare di tutto ed emettere suoni di ogni tipo. Il tutto arricchito da numerose jam col pubblico. Oltre ai già  citati arrangiamenti innovativi, la cosa più particolare alla quale si è potuto assistere è stato il continuo cambio di strumenti ai quali è ricorso Brian Ritchie. Per produrre i suoi suoni è inizialmente passato da una basso acustico con gran cassa di risonanza, tipicamente “chicano”, ad un tradizionale basso elettrico. Ha poi lasciato tutti a bocca aperta seguendo da quel punto un percorso tutto suo quando che lo ha portato ad imbracciare prima un tubolare in simil_legno percorso per tutta la lunghezza da due sole corde simili per velenosità  e stazza a una coppia di mamba, passando poi nella tappa finale ad un manico di scopa con legato ad un estremo una corda inchiodata al palco.

Al contrario molto tradizionale e preciso invece Gordon Gano, che fendendo un stratocaster e aprendo la gabbietta al suo canarino dall’ugola agrodolce detta le linee e i tempi per oltre due ore. E se ancora per i più esigenti non fossero sufficienti i coup-de-thèatre fin qui realizzati, ecco apparire un ulteriore elemento a dare man forte alla sezione ritmica: il percussionista John Sparrow che si esibisce a cavallo di un cajon, tipico strumento del flamenco, che partorisce ulteriori nuovi suoni Come non rendere banale, anche se sarebbe stato ugualmente soddisfacente, un evento di tal portata.

I Violent, prima del gran finale concesso alla cavalcata epica “Gone Daddy Gone” col poliedrico Ritchie ora a dettare i tempi dietro ad uno xilofono, hanno anche proposto al pubblico una canzone in lingua italiana intitolata “La Follia” una canzone che (salvo fraintendimenti) da molto tempo non proponevano più e che forse ha avuto la sua estrema unzione sul palco dell’Estragon , La giostra viene fermata e si torna a casa con la certezza del fatto che una casa crolla se non poggia su salde ed efficaci fondamenta
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Photo Credit: GothEric, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons