Gli Stellastarr (scritto più correttamente ‘stellastarr*‘) sono un quartetto di New York. Devoti al panorama new-wave e ‘dark’ anni ’80 dal quale attingono a piene mani ogni giorno decine di nuove band (soprattutto in Inghilterra), come White Lies, Editors, ecc., propongono un indie rock onesto e semplice, senza esagerate pretese di originalità  e con una certa carica (molto più dei primi due dischi). Se manca una via personale di approccio ai grandi ispiratori di questo tipo di genere (il cosiddetto post-punk), siano essi i The Cure o i Joy Division, gli Stellastarr presentano in ogni caso un ottimo miscuglio di questo rock ormai visto e rivisto con quello più blando della scena americana (es. Dashboard Confessional), come in “Tokyo Sky”, dove le linee vocali seguono in parte Liam Gallagher in parte appunto cantanti d’oltreoceano come Chris Carrabba. Non è l’unico episodio a divergere dalla linea guida del disco, che comunque si attesta sugli standard post-punk di band come gli Interpol (si ascolti la canzone d’apertura, “Robot”, un carico ballatone che potremo trovare in ogni disco delle band sopracitate, e la seconda “Freak Out”, più o meno identica alle canzoni dei più recenti White Lies, sebbene si possano sentire giri di chitarra di un’orecchiabilità  ancora non raggiunta dai giovani londinesi). “Numbers” e (nei ritornelli) “Graffiti Eyes” ci riportano con i piedi a terra. Le influenze new-wave sono più che evidenti, anche se qualche impronta più punk (quello standard) o grunge la si può percepire nei giri di power-chord distorto (come nel ritornello di “Warchild”, quasi un pezzo dei Nirvana cantato da Paul Banks).

I suoni smaccatamente british, con dei riff che fanno riferimento a quel panorama più ballabile, stile Bloc Party o The Wombats, compaiono in “Prom Zombie”, un brano più spensierato degli altri e che si prospetta piuttosto coinvolgente nei concerti.
Quello che rende particolarmente interessante l’album di una band che in realtà  di originale ha ben poco è l’orecchiabilità  di certi riff o di certi arpeggi, che se da un lato strizzano l’occhio ad una scena che già  ristagna per la sovrabbondanza di avventurieri che hanno deciso di prendere la stessa via, dall’altro hanno un’anima propria, rivissuta in chiave personale (si ascolti, per questo, soprattutto “Move On”). Anche le linee vocali, per nulla innovative, presentano questa interessante caratteristica. I testi, piuttosto cupi nei toni (come parte delle atmosfere dei brani contenuti in questo “Civilized”), mantengono alto anche il livello formale del disco, di per sè piuttosto potente e diretto anche quando si cede alla melodia più radio-friendly. La qualità  del missaggio e della registrazione poteva essere leggermente migliorata, ma non è in questo genere che si richiedono produzioni ultramilionarie, soprattutto se si parla di band che tecnicamente danno già  un ottimo apporto al prodotto finale.

E’ un disco consigliato a chi apprezza tutta la scena citata sopra, ma anche a chi ha voglia di ascoltare del normalissimo e comunissimo rock commerciale (lo si voglia definire indie, alternative o post-punk, non fa differenza), non certo per fare una festa, ma ottimo in situazioni più casalinghe, mentre fuori piove, o dopo una litigata con la ragazza. Ad essere tristi, te lo insegnano anche con la musica. Buy it.

Cover Album

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Civilized
[ Bloated Wife – 2009 ]
Similar Artist:Joy Division, The Cure, Interpol, Kaiser Chiefs
Rating:
1. Robot
2. Freak Out
3. Tokyo Sky
4. Number
5. Graffiti Eyes
6. Prom Zombie
7. Warchild
8. People
9. Move On
10. Sonja Cries