Ogni volta che penso a come ho scoperto i National mi viene in mente un loro videoclip, mi riferisco a quello che accompagna “Apartment Story”, singolo estratto dal loro album intitolato “Boxer”, uscito nel 2007. Se non lo avete visto, lo riassumo sommariamente: Matt Berniger e i suoi si esibiscono in una sala da ballo, completamente ignorati dagli astanti, i quali sono troppo impegnati a chiacchierare del più e del meno per prestare attenzione al gruppo sul palco.
Immaginate la scena, signori chic che sorseggiano annoiati i loro cocktails, mentre decidono se approcciare o meno signorine altrettanto annoiate dall’ennesima serata sempre uguale.

Intanto però i nostri continuano a suonare, qualcosa accadrà .
(“Apartament story”, per chi non lo conoscesse è un pezzo dalla ritmica incalzante, quasi inesorabile.)
E qualcosa accade.
Un piede inizia a muoversi, quasi senza volerlo.
Delle dita iniziano a tamburellare sul tavolo seguendo il ritmo, quasi di propria iniziativa.
La magia è compiuta.
Una donna si alza ed inizia a ballare, dopo poco viene seguita da tutta la sala.
In maniera quasi subdola la voce baritonale di Matt Berninger li ha portati proprio dove voleva che fossero, lì di fronte a lui, ad ascoltarlo mentre canta andiamo in rovina troppo facilmente.

Per me è andata proprio così, ero ad un loro concerto, doveva essere il luglio del 2004, sul palco principale di Arezzo Wave si susseguivano tanti gruppi, e se devo dire la verità  non ne conoscevo quasi nessuno.
Ero di spalle al palco, parlavo con un amico e fumavo una sigaretta, ma le mie orecchie decidono di andarsene per fatti loro, tu aspettaci qui, noi abbiamo qualcosa di più interessante da fare.
Sul palco c’è un gruppo sconosciuto, il cantate è un tipo alto, allampanato, biondino e con una barba incolta, non ricordo nemmeno che pezzo fosse, forse “Avaible” dal loro secondo album, oppure “Murder me Rachel”.
Comunque le mie orecchie tornano e mi dicono di seguirle, per le facezie avrei avuto tempo.

Ok, mi giro.
Ascolto.
Bene, da quel momento non ho mai smesso di ascoltare la musica di questo lungagnone tristallegro e di queste due (due!) coppie di gemelli.
Per farla breve, acquistai lo “Cherry Three EP” che proprio in quel momento il gruppo stava promuovendo in tour : c’era “All the wine” e chi mi conosce sa che è l’unico brano che conosco a memoria, per me è LA canzone.
Come dicevo era il 2004, i nostri avevano all’attivo due album e un mini (il primo omonimo, con quella che forse è la più brutta copertina della storia della musica, il secondo dal titolo programmatico “Sad Songs For Dirty Lovers”, e l’EP di cui sopra) e in quel momento non è che fossero proprio i preferiti della stampa specializzata, era infatti un periodo dominato dalla “new new wave”, con Interpol, Franz Ferdinand, Kaiser Chief e compagnia bella, e l’eco dei successi di Strokes, White Stripes etc non si era ancora spento, e qui da noi andavano forte gruppi come Verdena e Linea 77.

Insomma, per il gruppo nativo dell’Ohio c’era davvero poco spazio, sia nei blog specializzati che sulle riviste di settore, io intanto cercavo i loro album e non era proprio un lavoro facilissimo.
Per mia somma fortuna il 2005 portò con sè in dote il loro terzo album, “Alligator”.
Ora, se l’album omonimo possedeva un sound classicamente americano con il suo muoversi tra Wilco, Calexico, Lambchop e Willard Grant Conspiracy, e Sad Songs aggiungeva sferraglianti languori new wave alla poetica Coheniana dei testi , l’Alligatore rimaneva sott’acqua con pezzi più complessi e strutturati, spesso spiazzanti e nervosi nel loro contorcersi nella loro natura incerta ma abbagliate: è questo il disco che consiglio quando qualcuno mi chiede dove iniziare per avvicinarsi ai National, perchè racchiude in sè quello che il gruppo era e quello che diventerà  successivamente.
Dicevo del 2005, anno fortunato per me, con il disco arriva un nuovo tour che li porterà  in estate addirittura in Abruzzo per due date consecutive, a l’Aquila e Vasto.
Nemmeno a dirlo vado a tutti e due i live e riesco anche a passare del tempo con la band prima dei concerti.
Ora, se sei Springsteen sei abituato ad essere assillato dai fans, se invece sei il Matt Berninger del 2005 e ti conoscono appena in patria figurati se ti aspetti in Italia uno che adora la tua musica e per cui i tuoi dischi hanno un’ importanza enorme.
A lui dovevo sembrare proprio strano: eccomi lì, seduto di fronte al mio idolo su quella panca di legno, che cerco di spiegargli quanto amassi le sue canzoni.
Sotto al palco eravamo circa dieci persone e lui presentando “All The Wine” la dedica a me.

Capito? quelle cose che un fan se le segna e tatua sulla pelle per sempre.

Il giorno dopo prendo e parto per Vasto, Matt Berninger non si capacita che per due giorni consecutivi io abbia fatto un po’ di chilometri per vederlo, quasi si scusa per il disturbo. Prima del concerto bevo qualcosa con la band, scambiamo due chiacchiere con loro, cosa che oggi è diventata un po’ più difficile visto il successo raggiunto.
Ora, chi ha visto i National dal vivo o ha almeno visto spezzoni live su youtube sa dell’abitudine di Matt di correre fuori dal locale o dal luogo dove si tiene il concerto pur continuando a cantare grazie ad un lunghissimo cavo collegato al microfono, accorgimento che gli permette di allontanarsi molti metri dal palco.
Per lui è come una corsa liberatoria, con effetti quasi catartici.
Naturalmente questo si è verificato anche a Vasto, sulle note di “Mr.November” come da copione.
Lui prende ed esce, lasciandoci tutti lì, stupefatti.
Decido di seguirlo, lo vedo scrutare solitario il mare dal belvedere.
Lui mi vede e mi viene incontro con le braccia spalancate, mi abbraccia.

Non ho mai capito perchè lo fece, ma mi piace pensare che vedere un volto amico in quel frangente lo avesse distratto da pensieri tristi, di quelli che hanno ispirato le sue canzoni più belle.

Mi rimangono i ricordi di quelle due serate speciali, i cd autografati (con scritto for my friend STEPHANO), la scaletta del concerto e la speranza che ogni tanto i ragazzi si ricordino di questo strampalato fan che quando non erano conosciuti dal grande pubblico li ha accolti manco fossero gli Stones con Brian Jones riportato in vita dalla tomba.

Mi sono dimenticato di dire una cosa, “Alligator” esce per i tipi della Beggars Banquet (a proposito di Stones) e qualcosa intorno ai ragazzi comincia lentamente a muoversi,cresce l’attenzione intorno a questo gruppo difficilmente inquadrabile-Americana o New Wave? Ian Curtis o Cohen?- ma dalle doti indiscutibili, quasi a pareggiare i conti con quell’orribile misfatto che grida ancora oggi vendetta, che vede i nostri aprire i concerti dei Claps Your Hands And Say Yes, mediocre band che scimmiotta in maniera vergognosa i Talking Heads senza averne minimamente le qualità , gruppo spinto in maniera prepotente in quel periodo da Pitchfork, oggi finito quasi nel dimenticatoio.
Per vedere i risultati del duro lavoro che i nostri hanno compiuto nel corso degli anni bisogna aspettare però il 2007. Il successo ha una copertina in bianco e nero che mostra il gruppo su di un palco, proprio quello della sala da ballo del video di “Apartment Story”, e un titolo, “Boxer” su cui ci si può sbizzarrire sulle numerose possibili interpretazioni.
Il primo estratto, “Mistaken for strangers” è quanto di più duro i nostri abbiano mai tirato fuori dal loro repertorio, un pezzo rock sostenuto da un drumming potente che accompagna un refrein deciso e ficcante, che però risulta meno interessante per la critica del secondo singolo, quella “Fake empire”che insieme a “Mr.November” finirà  per attirare l’attenzione del comitato elettorale di Barack Obama in vista delle elezioni politiche americane del 2008.
“Boxer” diventa quasi a sorpresa uno degli album più acclamati del 2007. Si tratta di un lavoro cupo, a tratti nervoso, carico d’ansia e dalle ritmiche pulsanti, un disco da considerare una delle pietre angolari della musica americana moderna, fonte d’ispirazione per molte band a seguire.

Nel 2008 esce un bel regalo per i fan, il dvd “A skin a night” documentario sulla lavorazione di “Boxer”, accompagnato dal “Virginia EP”, raccolta di outtakes, cover, versioni alternative e registrazioni dal vivo, fra i quali spicca una bellissima e sentita versione di “The mansion on the hill” di Springsteen, il quale si dichiarerà  più di una volta loro ammiratore.
“A skin a night”del regista francese Vincent Moon, autore premiato per videoclip realizzati per Rem, Arcade Fire e Animal Collective, è un documentario dove la tensione è tangibile, è la testimonianza del duro lavoro di un gruppo che si rende conto che dal disco che sta realizzando dipenderà  molto del proprio futuro, con tutte le ansie e le paure che ne conseguono.
Il successo della band viene confermato nel 2010 da “High Violet”, un disco molto complesso e articolato, che viene accolto benissimo dalla critica e dal pubblico, e che contribuisce ad aumentare le fila dei fans con concerti sempre sold out.
Brani come “Terrible love”, “Sorrow”, “Anyone ghost” pur essendo di struttura meno diretta dei predecessori non perdono d’efficacia; sono canzoni queste ricche di malinconia e fantasmi, simulacri di ansie e paure tipiche dei nostri tempi.

Oggi i National non sono più il gruppo sconosciuto che girava l’Abruzzo senza che nessuno sapesse nemmeno che faccia avessero i suoi componenti, la loro crescita, all’inizio molto lenta e incerta, si è sviluppata in maniera incessante senza andare ad intaccare la qualità  della musica proposta, come testimonia “Trouble Will Find Me”, disco uscito a metà  2013, che conferma l’altissimo livello del songwriting di Matt Berninger.

In definitiva, per chiudere questa lunga carrellata inerente il gruppo e la mia esperienza con esso non posso fare a meno di sottolineare alcuni aspetti che rendono l’ascesa dei National degna di nota: I componenti non sono giovani belli, non hanno mai sfornato un singolo commerciale di successo, hanno un nome anonimo e poco incisivo, e forse perchè proprio della normalità  hanno fatto la loro bandiera sono tra le cose più belle successe alla musica negli ultimi dieci anni, periodo che io ho avuto la fortuna di seguire passo passo, aspettando che i guai mi trovassero.