Lo ammetto candidamente, quando mi è stato proposto di omaggiare questo album degli Oasis (il loro sesto di inediti in studio) non ne ero poi così convinto.

Sono infatti tra coloro che agli inizi della loro fulgida avventura musicale impazzivano per i fratelli Gallagher e compagnia, salvo poi ritrovarmi deluso nel vedere annacquarsi il loro valore album dopo album. Non dico che seguissi l’adagio che li definiva i “nuovi Beatles ma da sedicenne e poco più, fui letteralmente travolto dall’ondata giunta maestosa da Manchester in quella prima metà  degli anni ’90.

Di più, quei due epocali primi dischi (occorre davvero nominarli?) contribuirono fortemente a farmi saltare lo staccato, abbandonando la passione per il grunge – diciamo ormai morente tra il ’94 e il ’95- per buttarmi a capofitto sulla musica inglese, precisamente in quel filone passato ai posteri come britpop. Si sa, quando si è giovani si è anche più estremi in un certo senso ma in effetti i due movimenti – forse gli ultimi veramente di rilievo prima che tutto fosse un po’ fagocitato e globalizzato – erano quanto di più distante si potesse immaginare, sia per stile musicale che per attitudine.

Il tempo sistema sempre ogni cosa e ormai guardo con molta serenità  a quel periodo; giunto a 43 anni dei generi mi frega ben poco, men che meno delle etichette, e quindi mi ascolto ancora volentieri i dischi meritevoli di quell’epoca così florida, che fossero band arrabbiate come quelle partorite a Seattle o più leggere (vedete come in maniera fuorviante viene facile approssimare e generalizzare a sua volta?) come quelle emerse in terra d’Albione.

La distanza temporale alla fine è giunta in soccorso ancora una volta, spingendomi a scrivere questo pezzo dedicato a “Don’t Believe the Truth” (uscito il 30 maggio di quindici anni fa), che invero rappresentò all’epoca il disco del mio distacco emotivo dagli Oasis. Un abbandono che presumevo fosse definitivo.

Non attendevo più con ansia l’uscita di un loro nuovo lavoro ma avevo comunque accolto con moderato entusiasmo il precedente “Heathen Chemistry”, il quale vantava se non altro dei singoli episodi di pregio, e quindi mi misi all’ascolto della nuova fatica dei Nostri senza pregiudizi di sorta.

Si tratta sicuramente di un album piuttosto controverso, sin dalla tribolata genesi con registrazioni prima fatte e poi cestinate, e il gruppo in balia degli eventi alle prese com’era con una direzione musicale che appariva assai nebulosa all’orizzonte.

Non erano più da tempo gli Oasis “ispirati”, in grado di trasformare in oro ogni cosa toccata: la band negli anni era stata stravolta e in un certo senso era finita per identificarsi sempre di più con Noel, il più grande dei fratelli Gallagher (soprannominato in tempi non sospetti “The Chief” e i poveri Bonehead, Guigsy e prima ancora Tony McCarroll ne avrebbero fatto presto le spese). Durante le registrazioni di questo album oltretutto un altro pezzo se ne era andato, il batterista storico Andy White e a me, da talebano musicale quale sono, non piace quando un gruppo è tale solo formalmente.

Accade però che, sorprendendo non poco, proprio in occasione di “Don’t Believe the Truth”, Noel decida di lasciare spazio compositivo ai propri sodali come mai aveva fatto prima. In solitaria il leader firma infatti solo cinque degli undici brani in scaletta, mentre Andy Bell e Gem Archer (al loro terzo album con la band) finalmente escono dal poco edificante ruolo di comprimari, figurando come autori di due pezzi ciascuno; per l’esattezza quest’ultimo scrive per intero “A Bell Will Ring” e, assieme a Liam, la prescindibile “Love Like a Bomb”. A proposito del bizzoso e carismatico cantante, anche lui è decisamente più presente in fase di scrittura: oltre alla traccia in coppia con Gem  sono sue altre due canzoni, tra cui una delle mie preferite del disco, la fresca e incalzante “The Meaning of Soul”.

Insomma, almeno nelle intenzioni era sembrato che, da buon capitano, Noel volesse fare quadrato attorno alla truppa, facendo per una volta un passo indietro per puntare esclusivamente sulla musica. Già , perchè gossip ed eccessi possono starci se vanno di pari passo con l’alta qualità  dei dischi, ma se quegli aspetti giungono a sopravanzare nell’interesse generale la tua musica, allora c’è qualcosa che non va. E questo rischio nella storia degli Oasis si è corso più volte.

Di questo album rimane tuttavia un senso di “vorrei ma non posso”, nonostante il buon lavoro in fase di produzione dell’amico Dave Sardy, giunto in corsa a sostituire Marcus Russell, col quale invece i rapporti si erano oltremodo deteriorati.

Le canzoni non brillano molto per qualità  (si salva la marcia pop “The Importance of Being Idle”, scritta e interpretata da Noel, come a dire “le migliori le tengo per me!”), men che meno per originalità  (ne è un esempio la ballatona “Let There Be Love”, una sorta di fotocopia in tono minore di acclamate loro hit, con i due fratelli a scambiarsi le parti come ai bei tempi) ma a mente libera l’esito complessivo della prova si può considerare sufficiente.

Certo, un po’ troppo poco per chi in modo baldanzoso si autoproclamava la migliore band del pianeta, tirando in ballo anche i padri putativi originari di Liverpool. Proprio da questo album tra l’altro era entrato in organico – anche se non in modo ufficiale – come batterista Zak Starkey, figlio di Ringo Starr, come a dire che tutto in fondo torna.

Anticipato dal singolo “Lyla”, a mio avviso uno dei loro più deboli in assoluto ma che godette di un buon successo, il disco, lungi dall’ottenere il plauso unanime della critica, seppe cavarsela con disinvoltura alla prova del mercato: quasi un milione furono infatti le copie vendute nel solo Regno Unito, a cui se ne aggiunsero centinaia di migliaia in tutta Europa e poco più di duecentomila negli USA.   Da rimarcare lo zoccolo duro di fans italiani che rimasero vieppiù fedeli ancora una volta al gruppo, consentendo a “Don’t Believe the Truth” di issarsi agevolmente in vetta alla classifica.

Gli Oasis furono da sempre in subbuglio ma sembravano dopo quel disco essersi finalmente assestati, tanto che quello successivo appare ancora più a fuoco e vero, genuino, quasi a invocare una nuova fase, più consapevole e matura. A quel punto credo nessuno potesse immaginare che invece si sarebbe trattato del loro canto del cigno.

Oasis ““ Don’t Believe the Truth
Data di pubblicazione: 30  maggio 2005
Tracce: 11
Lunghezza: 42:58
Etichetta: Big Brother Recordings/Sony
Produttore: Dave Sardy

Tracklist
1. Turn Up the Sun
2. Mucky Fingers
3. Lyla
4. Love Like a Bomb
5. The Importance of Being Idle
6. The Meaning of Soul
7. Guess God Thinks I’m Abel
8. Part of the Queue
9. Keep the Dream Alive
10. A Bell Will Ring
11. Let There Be Love