Grazie a “She Don’t Use Jelly”, “Transmissions From The Satellite Heart” vendette un numero sufficiente di copie da convincere la Warner di avere in casa una band di successo; (s)fortunatamente il successivo “Clouds Taste Metallic” (1995) rigettò i Flaming Lips nel (relativo) anonimato da cui provenivano, e nessuno oggi si ricorda più di quel disco.

Ma fu in fondo un gran bene, perché lo scossone innestò un circolo virtuoso tale da dare a Wayne Coyne e soci l’inerzia necessaria per concepire “Zaireeka” (1997): la vera madre di tutte le assurdità musicali, e (soprattutto) architrave su cui ancora oggi posa la grandezza dei Lips.

Anzitutto, l’abbandono di Ronald Jones accese una scintilla: basta con le chitarre, anzi, basta proprio con quel suono acid rock e via libera ad ogni fantasia.

Di più, ogni sperimentazione era lecita, con il beneplacito dell’onnipresente Dave Fridman alla produzione, e quindi anche le idee più strambe potevano trovare uno sfogo: di qui i concerti per autoradio, di qui l’idea di pubblicare un album composto da un centinaio di dischi (poi “ridotti” a 4) da suonare contemporaneamente.

E comunque, non sapendo nemmeno come realizzare una cosa del genere (“Zaireeka”, appunto), i Flaming Lips si arrangiarono a costruire il proprio studio utilizzando il budget messo a disposizione dall’etichetta pur di levarseli di torno per un po’.

E con quei soldi, non solo diedero vita a quei famosi quattro-dischi-in-uno, ma anche, nelle stesse sessioni, al successivo maestoso “The Soft Bulletin”.

O meglio, “the soft bullet in”: questo era il titolo della cassettina zeppa di musica orchestrale che Coyne aveva preparato e che ascoltava in loop, con gli altri, ogni giorno in macchina.

E la regola era: niente chitarre (sì, compreso il break fragoroso di “A Spoonful Weighs A Ton”), né basso praticamente, tanto che Michael Ivins si dovette reinventare nel ruolo di tecnico del suono (definizione riduttiva). Nulla, ogni suono di questo disco proviene da tastiere, sintetizzatori, nuovi giocattoli di cui i Lips si erano circondati. L’unica eccezione è “Feeling Yourself Disintegrated”, che arriva quasi alla fine e poggia sulla chitarra acustica, e (anche) per questo suona stranissima.

“Sleeping On The Roof”, lo strumentale conclusivo, dà bene la misura della follia/genialità di quelle registrazioni: è composta seguendo un tema di note scritte a caso su un pentagramma girato al contrario.

E ancora: su “Race For The Prize” (il cui tema viene da un riff di chitarra che circolava nella band da quasi un decennio – ma s’è detto, niente sei corde) suonano due batteristi, uno specializzato nel picchiare fortissimo (ovviamente nel refrain) e uno soffice soffice (e infatti pare quasi di sentire la cesura tra le due registrazioni, attorno ai 40?).

Ma tutto questo non spiega l’incredibile successo che questo disco ha avuto, anzi.

Love in our life is just too valuable
to feel for even a second without it
but life without death is just impossible
to realize something is endin’ within us…
feeling yourself disintegrated

Il punto è che “The Soft Bulletin” parla della vita.
Non pare forse di trovarsi nel bel mezzo dei titoli di apertura di uno spettacolo fantastico, appena comincia a ronzare quel suono maestoso e trascinante di “Race For The Prize”?

Ecco cos’è: siamo noi i protagonisti, è la vita – e non la morte, come potrebbe sembrare.

“The Soft Bulletin” parla della vita in un modo che fa venire i brividi. Parla della vita e di come rischiamo, costantemente, irrimediabilmente e senza scampo, di perderne una parte. Non in termini di fragilità umana, ma di accettazione – mai certamente serena – dell’ineluttabilità degli eventi.

Questo cosa significa, quando Wayne intona ti ho fatto una domanda, ma non avevo bisogno di una risposta / poi ho capito, sta diventando difficile…? pensavo fosse già abbastanza difficile / dì a tutti quelli che stanno aspettando un supereroe, che dovranno fare il massimo per cavarsela da soli / lui non li ha abbandonati, né dimenticati, no / è solo che / sta diventando troppo difficile per quel supereroe, alzarsi in volo.

Non è solo la morte di un padre, è un intera parte di esistenza delle persone intorno a lui, ad andarsene. È un cambiamento, una crescita, attraverso un’esperienza devastante: «è come avvicinarsi ad un incidente stradale – dice Coyne parlando dell’universo emozionale di questo disco – Sai che vedrai delle cose orribili, ma per passare oltre non puoi evitarlo».

Ogni tanto “The Soft Bulletin” per dire tutto questo usa un linguaggio indiretto, metafore: ad esempio quella di sollevare il sole di “A Spoonful Weighs A Ton” (che si apre con quel anche se erano tristi / misero in salvo tutti quanti – che è gioia, sollievo e debolezza tutto insieme), o i due scienziati di “Race For The Prize”, che rischiano la vita per cercare una cura (the prize), e forse questa ricerca li ucciderà, perché in fondo they’re just humans, with wives and children..

Altrove non è così, ma è un’eccezione; in “The Spark That Bled” o “The Spiderbite Song” (presente solo nell’edizione americana) il messaggio non potrebbe essere più chiaro: sono felice che non ti abbia distrutto / quanto triste sarebbe stato / perché se avesse distrutto te / avrebbe distrutto anche me.

Ma non è corretto dire che questo album contiene messaggi. Contiene umori, o meglio, verbalizzazioni di sensazioni, esperienze di crescita collettiva ed individuale, e di lotta impari.

Ed ecco il motivo del successo di questo disco, la sua profonda empatia. Codifica quelle cose talmente sconfinate che riusciamo solo a coglierne un frammento alla volta, ma man mano che ci avviciniamo… e le codifica e le processa attraverso suoni a tratti maestosi, e a tratti pacati, ma pur sempre in equilibrio instabile; e attraverso parole che a coglierle possono ridurre in lacrime.

Non è razionalizzazione, non è terapia, è accettazione. È quello che succede dopo aver pensato che la vita è ciò che ti capita mentre sei impegnato a fare piani diversi.

“The Soft Bulletin” è fatto della stessa materia di cui siamo fatti io, tu, noi e tutti, ecco cosa.

L’articolo nella sua forma originale si trova su “Non siamo di Qui” che ringraziamo per la gentile concessione

Pubblicazione: 17 maggio 1999
Durata: 58:26
Genere: Neopsichedelia, Pop barocco, Rock psichedelico
Etichetta: Warner Bros. Records
Produttore: The Flaming Lips, Dave Fridmann, Scott Booker

Tracklist:

Race for the Prize (Mokran Remix)
A Spoonful Weighs a Ton
The Spark That Bled
The Spiderbite Song
Buggin’ (Mokran Remix)
What Is the Light?
The Observer
Waitin’ for a Superman
Suddenly Everything Has Changed
The Gash
Feeling Yourself Disintegrate
Sleeping on the Roof
Race for the Prize (“Sacrifice of the New Scientists”)
Waitin’ for a Superman (Mokran Remix)