THE OTHER SIDE: COLDPLAY
Everyday Life

 
30 Novembre 2019
 

Anche nelle migliori famiglie come IFB ci sono pareri discordanti su certi dischi. Di solito ci fidiamo e accettiamo il verdetto del nostro recensore, ma per certe uscite molto importanti e in grado e di dividere la critica, abbiamo pensato a un diritto di replica, una seconda recensione che potrebbe cambiare le carte in tavola rispetto alla precedente. A voi scegliere quella che preferite…

VOTO OTHER SIDE: 6,5
Leggi la prima recensione di “Everyday Life” dei Coldplay

I Coldplay hanno dato da poco alle stampe un nuovo album che, lungi dall’essere sintonizzato sulle onde dei sfavillanti primi lavori, ha avuto il merito se non altro di riaccendere l’attenzione di quella parte di fan e di critica che al tempo degli esordi era rimasto a dir poco affascinata al cospetto di tanta grazia e bellezza.

Il periodo rientra più o meno, a seconda delle varianti e del gusto personale, dal loro epocale esordio con “Parachutes”, che si apriva al nuovo millennio proponendo un pop rock intimo, raccolto e di gran classe, fino al primo boom vero e proprio, all’altezza del quarto album in studio “Viva la vida or Death and All His Friends”.

O per lo meno, io sono arrivato lì, apprezzandone al tempo le evoluzioni verso un sound più colorato e non più solo prettamente pianistico, ma altri fans arrivano al terzo album, nella versione compiuta e asciutta di un pop molto radiofonico; gli oltranzisti invece non si spinsero dopo il secondo lavoro, votato più a un rock alternativo che, col senno di poi, potremmo anche definire “canonico”, ma che all’epoca convinse e conquistò i più.

Infatti poi, come saprete bene tutti, visto che il gruppo è uscito dal guscio indie per abbracciare sonorità ben più aperte  e accessibili a chiunque, anche all’ascoltatore distratto e occasionale, i Nostri si trovarono sempre più a spingere sul versante danzereccio, e a disperdere così totalmente le loro peculiarità.

A quel punto praticamente tutta la critica specializzata, per non dire degli appassionati di (indie) rock e affini, iniziò a snobbare i lavori di Chris Martin e soci, quasi disconoscendone il reale valore intrinseco dei primi album pubblicati.

Loro immagino se ne fregassero altamente, visto che le visualizzazioni dei loro brani iniziavano a viaggiare sugli ordini di centinaia di migliaia, finanche a superare in un paio di occasioni il miliardo tondo (sorvolo sui fortunati titoli perché davvero non è più materia di un sito come il nostro! Concedetemi lo sfacciato snobismo).

Eppure all’uscita di questo “Everyday Life” qualcosa è cambiato, una piccola luce si è come riaccesa: forse non tutto il pubblico della prima ora aveva dato veramente per disperso il patrimonio lasciato in dote dai Coldplay, forse alcuni di questi erano pronti a concedere un’altra chance a queste nuove canzoni, forse i quattro ragazzi, arrivati a un bivio della loro carriera e dopo aver toccato le vette più sconfinate del mainstream, si sono guardati allo specchio e hanno deciso di essere di nuovo sé stessi, quegli degli esordi.

No, probabilmente non è niente di tutto questo, ma mettendomi all’ascolto dell’album, senza molte aspettative ma comunque con la mente sgombra da pregiudizi e dall’incombente ombra di santone e paladino della giustizia che sembra essersi impossessata di Martin (una sorta di Bono 2.0), ammetto di esserne rimasto positivamente colpito, se non sorpreso.

Nessuna “Yellow”, “Trouble” o “Fix You” all’orizzonte ma, per fortuna, grazie a Dio, nemmeno nessuna goliardata tamarra, nessuna collaborazione improbabile con il teen idol del momento, nessuna concessione al pop più becero e dalla resa artistica pari a zero.

In questo album, addirittura doppio, le idee del quartetto sembrano finalmente sgorgare fluide, libere, lontane dall’aggrapparsi a rassicuranti mode musicali e alla ricerca piuttosto di una via davvero personale.

Arrivati a questo punto del percorso in fondo possono pure permettersi di “perdere” per strada alcuni fans dell’ultima ora, qualora questi fossero eccessivamente spiazzati dalla cosmopolita miscela sonora dei nuovi Coldplay, a meno che non abbocchino a quegli unici due-tre episodi dal piglio commerciale: una “Orphans” caratterizzata da irresistibili coretti, immancabili nelle recenti super hit, una “Daddy”, davvero intima e scarna, oltre che commovente, in cui Martin si mette a nudo, e l’eponima conclusiva “Everyday Life”, orecchiabile al punto giusto, dal classico arrangiamento alla Coldplay.

Stop! Il resto della scaletta, vale a dire tre quarti dell’intera raccolta viaggia su binari invero mai affrontati, all’insegna di un’intensa spiritualità (che si evince sin dalle prime 2 tracce “Sunrise” e “Church”), tra inediti gospel (“Broken”), i richiami ai canti gregoriani di “When I Need A Friend” e aperture a mondi lontani e inesplorati,  in una sorta di abbraccio collettivo, quasi a rimarcare per bene da che parte stare in un mondo che sembra destinato a dividersi tra buoni e cattivi.

Certo, è un album poco omogeneo, non solo a livello di puri suoni ma proprio di qualità dei pezzi, così che a fianco a brani piacevoli e dall’indubbio appeal come “Champion Of The World” o l’onirica “Ekò”, ne compaiono altri quanto meno discutibili, come “Cry Cry Cry”, la dispersiva “WOTW-POTP” (che suona come un demo incompleto) o una “Old Friends” che non sembra trovare una sua collocazione, e nemmeno una precisa direzione.

In compenso piacciono le sperimentazioni di “Trouble In Town”, l’acustica sferragliante che caratterizza “Guns” e soprattutto “Arabesque” che a mio avviso è quella che meglio sintetizza lo spirito dell’intero lavoro, quel suo essere sfuggente, anche confusionario se vogliamo, smarrito ma in possesso di un’anima pulsante che brilla e che sentiva l’esigenza di emergere.

No, “Everyday Life” non si avvicina per nulla a “Parachutes” o a “A Rush of Blood to the Head” ma per fortuna è lontano mille miglia anche da “Mylo Xyloto” e dall’ultimo “A Head Full of Dreams” (quello sì che poteva rappresentare un punto di non ritorno per i Coldplay!).

Magari questo album rimarrà un fatto isolato, ma credo che qui Chris Martin – dal quale tutti vorrebbero una nuova “Clocks” o una frizzante, genuina “Shiver” – vi abbia riversato tutto sé stesso, consapevole che, come in effetti sta accadendo, avrebbe diviso sia il pubblico che la critica, e l’avrebbe fatto anche all’interno.

Per me l’album merita quantomeno la sufficienza piena: certo, gli allievi – fossimo a scuola – potrebbero aspirare a molto di più ma a volte bisogna anche saper apprezzare il loro sforzo e l’impegno!

 

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