Il terzo disco è spesso quello che indirizza il giudizio retrospettivo su tutte quelle band che hanno disgraziatamente avuto la sventura di esordire col botto, e che, sfruttando l’onda lunga di quell’inventiva primigenia, non hanno deluso col secondo. Qui, le carriere di molte “next big thing” entrano in un cul-de-sac: propinare cover di sè stesse e vedersi inesorabilmente ridimensionate, o azzardare un’evoluzione stilistica che, pur priva di (beata) innocenza, apporti nuova linfa e regali un salvacondotto per la fase matura, esponendosi però al rischio di snaturarsi. Le parabole di tre dei principali gruppi del nuovo rock di inizio millennio, Strokes, Interpol e Arcade Fire, divergono principalmente nel bel mezzo di questo bivio: e se i primi due resteranno dei colossi irrimediabilmente legati alle sezioni “revival” di garage e post-punk, gli ultimi entreranno nell’universale pántheon del rock dal portone principale.

Dopo un omonimo EP (2003) e il fulminante “Funeral” (2004), ad ogni buon conto uno dei dischi più importanti degli ultimi 20/25 anni, gli Arcade Fire erano riusciti, con “Neon Bible” (2007), a mantenere in accordo sia la critica, inneggiante agli ennesimi salvatori del pop, sia il pubblico, in continua e costante crescita. Quando dieci anni fa uscì “The Suburbs”, l’attesa era quella dei grandi eventi, con annesso plotone di turiboli e fucili spianati. La band canadese, furbescamente, fece un passo di lato e si esentò dal dare alle stampe ciò che tutti si aspettavano: nessun singolo spaccaclassifiche, un recupero in controtendenza delle grandi icone della musica americana (Bob Dylan, Bruce Springsteen ed il conterraneo Neil Young su tutti), un’unica ma graziosa concessione alle allora dilaganti sonorità  anni “’80. E ben 16 brani, per oltre un’ora di musica.

Pur mantenendo un occhio di riguardo al merchandising e ai primi timidi eccessi di marketing virale (l’album uscirà  in 8 copertine cromaticamente diverse), “The Suburbs” è un’opera che non punta ad essere un capolavoro, ma riesce comunque a suonare come un classico: adornato dalla pretesa d’essere un concept, è un disco ingombrante, non immediato, petulante, dispersivo, generoso. Ci sono rimandi ai fasti chamber-pop del passato, come nella deliziosa fanfara circense “Rococo”, o nel colloquio elegiaco di “Half Light I”; ma c’è anche il forsennato garage-rock di “Month of May”, la cosa più dura che gli Arcade Fire abbiano mai registrato, l’inno a perdifiato “Ready to Start”, il noise-pop orchestrale di “Empty Room”, con echi shoegaze.

Un altro compartimento, che costituisce la spina dorsale, e, nelle intenzioni, la ragion d’essere del lavoro, è quello che rispolvera il cantautorato statunitense dei colletti blu, eroi della classe operaia alle prese con un presente incerto ed un nostalgico passato ammantato di valori rassicuranti, epica familiare, distacco dalle radici. “The Suburbs”, “City With No Children” e “Suburban War” sono quadretti minori nell’economia dell’album, ma funzionali a tono e direzione del progetto.

Il secondo lato è forse migliore del primo: è qui che troviamo “We Used to Wait”, un crescendo scandito dai rintocchi di pianoforte che deflagra in un’apoteosi/catarsi collettiva; anche in “Deep Blue” è la vena malinconica del piano a sorreggerne il portamento sbilenco; e sul finire ecco la pietra dello scandalo, “Sprawl II (Mountains Beyond Mountains)”, una sfacciata disco-music sulla falsariga di “Heart of Glass” (Blondie) che finisce per essere il brano di punta, ma pure un agro canto del cigno.

Nell’insieme, il risultato fece centro, e gli Arcade Fire divennero star mondiali: “The Suburbs” raggiunse il primo posto nelle classifiche di mezzo mondo, Regno Unito e Stati Uniti inclusi, e vendette camionate di dischi. Il tour che ne seguì li confermò navigati intrattenitori anche nelle arene. Purtroppo, l’intuizione di “Mountains Beyond Mountains” covava in nuce l’avvisaglia della loro conversione ad un dance-pop molto meno avvincente che, se ancora su “Reflektor” (2013) veniva sorretto da un accompagnamento di prima classe, sull’indecoroso “Everything Now” (2017) portava a compimento uno degli harakiri più eclatanti del decennio.

Questo capitolo ha completato un trittico di album che eleva la carriera degli Arcade Fire un gradino sopra tutta la pattuglia di gruppi indie loro contemporanei, venuti a galla nei primi anni del 2000 e inizialmente graziati da una critica fin troppo benevola. “The Suburbs” è anche lo spartiacque dell’intero movimento, tanto che dal 2010 in poi sono state ben poche le band ad accostarsi egregiamente al genere. A noi giovani adulti nati nei primi anni “’80 resterà  l’onore d’aver vissuto quella stagione nel fiore della gioventù, e quell’agrodolce consapevolezza che certe vibrazioni… non le rivivremo mai più.

Data di pubblicazione: 2 agosto 2010
Registrato: 2008-2010
Tracce: 16
Lunghezza: 63:55
Etichetta: Merge Records
Produttori: Arcade Fire, Markus Dravs

Tracklist
1. The Suburbs
2. Ready to Start
3. Modern Man
4. Rococo
5. Empty Room
6. City with No Children
7. Half Light I
8. Half Light II (No Celebration)
9. Suburban War
10. Month of May
11. Wasted Hours
12. Deep Blue
13. We Used to Wait
14. Sprawl I (Flatland)
15. Sprawl II (Mountains Beyond Mountains)
16. The Suburbs (Continued)