Dopo il non del tutto convincente concerto del 2011 nell’ormai dismesso Circolo degli Artisti, attendevo con una certa impazienza il ritorno degli Ulver di Kristofer Rygg in terra italiota per avere l’occasione di potere rivalutarli dal vivo. Lo diciamo subito: la serata dal Quirinetta ha mostrato una band in assoluta forma, capace di impostare un live quasi incriticabile e avvincente anche a livello scenografico, ribaltando quindi i due aspetti in parte negativi dell’altra performance. Ad aprire per i lupi norvegesi c’è il chitarrista sperimentale Stian Westerhus, che imbastisce un mini-live tra l’ostico e l’estatico a base di droni cacofonici squarciati da improvvise delicatezze arpeggiate, ruggiti metafisici e soavi abissalità  vocali. Perfetto il passaggio tra una performance e l’altra, con Westerhus che rimane nella formazione degli Ulver, col suo ultimo brano che si scioglie, senza nessuna interruzione, dentro il battito solenne di “Nemoralia”, opener anche dell’ultimo capolavoro “The Assassination of Julius Caesar”. Rygg, incappucciatissimo e avvolto da taglienti e fantasmagoriche raggere laser, capeggia un ensemble di sei persone in tutto, tra ““ oltre alla chitarra ““ batteria, percussioni, synth d’ogni sorta e armamentario computeristico-elettronico.

A parte qualche lievissima pecca su alcune note alte (colpa dell’acustica del locale?), la resa vocale è ottima, l’interpretazione intensa, la band affiatata, i synth orgasmici. Il live, non molto lungo a dire il vero, si impernia comprensibilmente sull’ultimo LP ma vengono suonati anche tutti e tre i pezzi che compongono il nuovissimo mini “Sic Transit Gloria Mundi EP”. Rimane sempre però il rimpianto di non poter gustare altri pezzi più datati del fantastico repertorio del progetto musicale scandinavo. Rygg dedica “So Falls The World” all’Urbe, affermando che la canzone, suonata qui, assume un certo significato, date le liriche riferite alla caduta di un mondo metaforicamente rappresentato da una decadente Roma antica e leggendaria. Semplici ed ottimi i giochi dei laser che creano geometrie sacre, sagome di rovine e monumenti, pentacoli e quant’altro, a rappresentare con simbolismi esoterici e riferimenti ad epoche lontane le derive del mondo attuale. Il Mito del tempo che fu che descrive la caduta odierno di ogni mito.

Ogni brano mostra ancora più complessità  e profondità  rispetto alle versioni in studio, ogni nota è perfettamente calibrata, a strutturare musiche rotonde ed elegantissimi numeri synth-pop. Uno dei momenti più convincenti del concerto è stata senz’altra l’infinita coda strumentale di “Coming Home”, molto più lunga ““ ci è parsa ““ rispetto a quella dell’album, e molto più contorta e avvolgente, tra il sublime e il post-apocalittico.
L’atmosfera è intima e al contempo monumentale, come se volesse proiettare architetture immense e vertiginose, mentre l’affetto degli astanti che hanno riempito interamente la sala è tangibile. Molto belli anche i tre ultimissimi brani sfornati dalla band, soprattutto la bomba pop-synthetica rappresentata da “Bring Out Your Dead”, che sarebbe stata perfetta inserita nella scaletta di “The Assassination”…”, nonchè il sigillo finale dell’encore, la cover incredibile di “The Power of Love” dei Frankie Goes To Hollywood, perla di romanticismo ottantiano che univa un approccio potremmo dire un po’ cheesy e parossistico ad un esistenzialismo amoroso sincero. Nelle mani di Rygg e soci la canzone diventa una ballad gotica di bellezza accecante, una freccia dorata nel cielo notturno di una Città  Eterna persa nel ricordo sfocato di sè stessa.

foto di Cesare Mangione

Setlist:
Nemoralia
Southern Gothic
1969
So Falls the World
Rolling Stone
Echo Chamber (Room of Tears)
Transverberation
Play Video
Angelus Novus
Bring Out Your Dead
Coming Home

Encore:
The Power of Love