ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì (Speciale Green Selection) #72

 
17 Giugno 2022
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti”, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

LA RAPPRESENTATE DI LISTA, Diva

Oh, doveva partire così il mio venerdì: con un brano che ti aspetti sia qualcos’altro e invece ti arriva addosso con la violenza luminosa dell’inaspettato e della novità – anche se di “nuovo”, in “Diva”, c’è ben poco ma quanto meno il giusto per non passare inosservato. Nell’ultimo singolo della band c’è un mondo che affonda le radici nel retroterra di sempre del progetto (sopratutto a livello autorale, oltreché per qualche “timbro” melodico che ormai ricorre con frequenza nella scrittura di LRDL) ma apre i suoi rami verso sonorità dance anni Ottanta che guardano con una certa ammirazione (quasi da “groupie”) alle hit di Cyndi Lauper, della prima Madonna, delle Spice Girls: un connubio che funziona, e continua a dare spessore “catchy” al corpo gettato ormai da tempo in battaglia della Rappresentante.

GIOVANNI TRUPPI, Alcune considerazioni

Brano particolare (e sai che novità, con Giovanni!) che si arricchisce di nuove considerazioni sulla vita in stile tipicamente Truppi-style, attraverso quella sintesi riuscita tra scrittura automatica (che automatica, poi, non è, anzi: dietro c’è una calibratura ben precisa di incastri e motivi utili a non far mai respirare il cervello, o quanto meno a dare la “truppiana” sensazione di “boccheggiamento intellettuale”) e semplicità melodica (che semplice non è mai: sì, Giovanni è la sintesi di tesi/antitesi che lo abitano nel profondo, e in merito alle quali lui riesce quasi sempre a porsi con l’equilibrio un po’ disperato e un po’ follemente gioioso del funambolo) che lo ha fatto apprezzare, nel corso di questi ultimi quindici anni di attività culminati con la sua partecipazione sanremese, un po’ da tutti – o almeno, da quelli che non hanno un bidone della spazzatura al posto del cuore. Io lo amo da sempre, e oggi lo amo ancora un po’ di più.

DARGEN D’AMICO, Ubriaco di te

Raga, mi fa impazzire il nuovo singolo (sì, quello che ascolterete in tutti i mari in tutti i luoghi in tutti i laghi da qui al prossimo settembre) di Dargen: la solita velata (ma nemmeno troppo) penna sospesa tra ironia e polemica, con qualche chicca caustica che restituisce uno spessore diverso alla “classica hit dell’estate” che si fregia di un’arrangiamento che, come dice D’Amico ad inizio brano, ricorda tante cose, tutte giuste ed efficaci a far funzionare un tormentone che tormenta poco, e diverte molto. Tenendo acceso il cervello.

ARIETE, Tutto (con te)

E’ uscito il nuovo brano di Ariete. Abbiamo, credo, già detto tutto: è nuovo, nel senso che è l’ultimo uscito, ed è di Ariete. Ripassatevi i precedenti, magari rileggetevi anche le nostre prime recensioni (entusiaste, per lo più) del passato, avrete già tutti gli strumenti utili per capire di cosa stiamo parlando senza nemmeno aver premuto play. Ariete l’hanno cristallizzata così, nei suoi eterni 18: a questo giro, il padrone del vapore pare aver deciso di dare al tutto un mood un po’ più estivo, ma la solfa rimane la stessa. Ed è un peccato, perché la ragazza ha talento, ma questo giovanilismo a tutti i costi (lei è giovanissima, quindi ci sta: ma è molto di più della “gioventù” che continua a cantare) riduce di gran lunga, a mio parere, il potenziale di una scrittura che rimane interessante, pur nel suo essersi ormai fatta ripetitiva, e un po’ auto-emulativa.

RKOMI, Ossa rotte

Posso dire la verità? Il nuovo singolo (che nuovo non è, essendo una delle tracce già presenti in “Taxi Driver”) di Rkomi è godibile, e quel timbro (che lontanamente, oggi, mi ricorda quello di Marco Masini quando spinge verso l’alto: appunti sparsi, e per lo più inutili, di un recensore distratto) fa la sua parte nel dare al tutto un gusto piccante e “grunge” che riesce a rendere, comunque, interessante un brano che, onestamente, non ha nulla più di quanto abbiamo sentito e sentiremo da qui al prossimo venerdì. Però, va detto che nel “canzonificio” contemporaneo avere un “timbro” okay è qualcosa che permette di discernere la lana dalla seta.

ALAN SORRENTI, Oggi

Rispetto per uno dei principali fautori (nel bene, più che nel male: che c’entra Alan se i suoi emulatori spesso si sono incagliati in pose davvero poco degne?) della scena dance nazionale contemporanea: Sorrenti ha 70 anni suonati e riesce ad essere più fresco ed autentico dei tre quarti degli sbarbatelli del panorama. E, automaticamente, gli anni che gli dai dopo aver ascoltato “Oggi” sono almeno cinquanta in meno rispetto a quelli che ha – senza per questo perdere quel retrogusto “fine settanta” che è il territorio naturale di Alan.

MAELSTROM, Bassa marea

A me Maelstrom piace, e piace molto: c’è qualcosa nella sua scrittura che non smette di ricordarmi un sacco di cose che mi piacciono, e che respirano nell’alchimia riuscita di una penna che riesce a cucire e tagliare con efficacia passato e presente, mescolando canzone d’autore e pop da hit parade. La dimostrazione della riuscita miscela sta nel groove di “Bassa Marea”, che è l’alternativa di lusso che la casa offre alle solite canzonette (da milioni di stream) che funzionano solo nelle cuffiette, e nelle playlist a riproduzione casuale.

PALMARIA, Odissea / Astronave

Non male il debutto italiano di Palmaria, che dopo aver conquistato l’attenzione internazionale, quasi per moto inaspettatamente inverso rispetto alla norma, decidono di focalizzare l’impegno autorale su casa loro (che per loro, casa, è un po’ dappertutto: ma i natali, che non mentono mai, sono qui nel Belpaese): il risultato è un brano che continua a muoversi su una wave squisitamente poco italiana che ricorda un po’ la Thiele, o Ginevra, o Elasi. Insomma, cose che ci sono già ma che fa sempre bene “nutrire” con carne fresca.

MOLLA, Ibiza

Non è proprio il mio canale prediletto (ma nemmeno quello di Molla, secondo me…) quello del linguaggio autorale e musicale che domina “Ibiza”, tuttavia ho capito perfettamente (o almeno, credo) il tentativo di cross-over concettuale che attraverso il brano, in un mush-up riuscito tra il caustico e l’ironico, tra canzone d’autore e hit estiva: un po’ come se Battiato incontrasse Myss Keta. Cosa, tra l’altro, che non trovo poi così improbabile.

MENDOZA, Sara

Ah, sì, cazzo. Sì, buttami ancora più distorsione in quell’amplificatore, sì, infiammami le valvole con la potenza dinamitarda dei tuoi fusti, accendimi d’immenso mentre mi sparo in endovena acustica l’esordio al tritolo di Mendoza: mi immagino i Fontaines che rileggono da capo i Sex Pistols e i primissimi Clash; hardcore e punk alla vecchia maniera che suonano, oggi, fottutamente fresh. Forse perché, oggi come allora, il motto e la risposta dell’umanità senziente al torbido presente non può che essere una sola: no future.

ROY PACI, Happy Times

E’ tornata l’estate, è tornato il caliente Roy che ogni volta che imbraccia la tromba fa spalancare i mari ed esplodere la festa nei corpi di tutti, e che anche stavolta non riesce proprio a smentirsi: lo spagnolo si mescola con accenti mediterranei che creano un “grammelot” costruito appositamente per liberare ormoni, sudore, rabbia, felicità, gioia, tristezze represse, insomma, in una parola per produrre “catarsi”. Catartizzatevi, che ne abbiamo bisogno tutti.

MANAGEMENT, Ansia Capitale (album)

Sono diventati grandi, i Management: si sente tutta, la maturità che trasuda dalle liriche di una scrittura ormai definitivamente disincantati (non che lo fossero mai stati, “incantati”) e figli di una generazione che cerca sé stessa tra le macerie. Il progetto si rinnova, si rigenera, si colora di spunti di riflessioni che diventano melodie efficaci a non rendere mai “asfissiante” l’ascolto di un disco che rimane estremamente “impegnativo”. E nell’era del disimpegno a tutti i costi, beh, direi che male non è. Incendiari.

JASPERS, Dante

Mood un po’ a la Gazzé quello del nuovo singolo dei Jaspers, che nominano “Dante” per mandare all’inferno qualcuno che, evidentemente, li ha fatti arrabbiare: il brano è una partita a tetris con parole da incastrare nel punto giusto per far rotolare il tutto con efficacia, con un certo piglio “giocoso” che aiuta a prendere dannatamente sul serio la canzone. L’arrangiamento merita l’ascolto, perché dotato di un’espressività rara da reperire sulla scena: che bello sentire qualcuno che ancora “suona”…

VAN DYNE, Comete (EP)

I Van Dyne fanno sul serio con un EP che scende dal cielo proprio come una cometa, per annunciare il ritorno di chitarroni e clavi ritmiche che ricordano, inevitabilmente, la scena a cavallo dei Novanta e dei Duemila: tracce di Verdena, Diaframma, Afterhours, Subsonica e altre cose belle che fanno godere sia a livello autorale che musicale (con qualche accenno prog, qua e la, che fa bene al cuore) si nascondo in piena luce nella cinquina di brani che compongono “Comete”, EP godibile che si fa ascoltare con piacere.

QUALUNQUE, Shonen (album)

Tanta intimità al servizio del rock’n’roll (e viceversa) nel nuovo album di Qualunque, che mette insieme scena emo, canzone d’autore 2.0, hip hop, rock vecchia scuola (a tratti) per restituire al pubblico un disco sensato e sensibile, che fa trasudare tutta la complessità di un’anima da scoprire, e da capire. Non è il mio tipo di ascolto preferito, ma è tra le cose più interessanti che troverete oggi in giro. Tra l’altro, con quale featuring di lusso.

CORRADO RE, Attimi

Parte bene, il brano di Corrado Re, artista che non conoscevo ma che ha finito con l’intrigarmi fin da subito: il suo è un soul/blues che si frega di una scrittura minimale, efficace, come piace a me. Il testo è una bella, piccola e luccicante perla che si fregia di un’arrangiamento che oscilla tra spaghetti western, minimalismo e psichedelica rurale: tutto molto bello.

BLACK SNAKE MOAN, Revelation & Vision

Ci sono i Doors che scalpitano tra le trame organistiche ed orgiastiche di un distico dall’alto coefficiente di rock’n’roll, con blue note che cadono a grappoli sulle linee di Black Snake Moan benedicendo e innalzando preghiere al Dio delle sei corde, ma anche a quello della bella musica in generale: fa bene al cuore inciampare, ogni tanto, in cose simili. Ti fa pensare che allora l’umanità non faccia ancora (del tutto) così schifo.

DEVIS CARTEN, Luridi

Ah, come parte bene la motocicletta di Devis sulle vie del rock’n’roll mentre rimbalza ovunque l’eco tra l’allucinato e il disperato di “Luridi”, che con il suo testo caustico disegna mondi che un po’ ti repellono un po’ ti attraggono: è innegabile che ci sia del talento, e una poetica che si farà riconoscere presto, da tutti, ovunque.

L’IPERURANIO, Ancora un altro po’

Sembra quasi di sentire, in lontananza, l’eco dei Kraftwerk (in versione, ovviamente, “leggera”) ascoltando l’ultimo singolo de L’Iperuranio, che propongono al mondo la personale visione di hit estiva attraverso una scrittura che convince con leggerezza esaltandosi nella “poppitudine” di un ritornello che apre per bene le spalle, e fa entrare aria nei polmoni.

MARTINA ZOPPI, Avrò cura di te

Pioggia di settime maggiori che rendono ancor più sospesa ed eterea la voce di Martina – almeno, nell’introduzione: perché appena parte il groove il cantato si fa da “hit” pur senza perdere il suo piglio swing; c’è del buono, tanto buono, nella resa finale di un brano che con semplicità sa conquistare, senza voli pindarci e con una buona attitudine autorale.

PROFUSIONE, A luci spente (album)

Bum bum bum! Fatti esplodere il cervello, metti la benzina sul fuoco, e poi fuoco sul fuoco, e poi benzina sull’incendio eccetera eccetera finché non ti fai male per davvero: sì, perché tutta questa distorsione e pelli che tremano e valvole che esplodono fa venire voglia di distruzione, di palazzi che crollano, di buttare giù tua zia antipatica dalle scale e cantarle in faccia qualche canzone dei Sex Pistols mentre fumi la tua sacrosanta sigaretta della vittoria davanti agli occhi allibiti di tua madre, troneggiando – appunto – sul corpo ammaccato della zia antipatica di cui sopra (che è, tra l’altro, di parte materna). Insomma, un’istigazione alla violenza liberatoria che, se non vi farà liberare della vostra zia/zio zitella/zitello antipatica/antipatico, sicuramente vi aiuterà a liberarvi dei vostri cattivi pensieri. Forse.

RICKY FERRANTI, Nuovi Eroi (album)

Credo di aver parlato, nella mia vita su questo bollettino, più di Ricky Ferranti che di qualsiasi altro artista: una densità di pubblicazione, la sua, straordinaria, che quasi mi obbliga a ricorrerne le uscite con il passo dell’atleta che non sono. Ecco, il suo nuovo disco conferma che si può continuare a pubblicare, e pubblicare, e pubblicare senza per questo abbassare il livello ma, anzi, tenendolo anche discretamente alto: il suo disco “Nuovi eroi” è una finestra che si apre sulla quotidianità (e sul bisogno di eroismo e riscatto) di tutti, con il solito piglio rock che caratterizza la proposta di Ricky. Ottimo lavoro.

AURORA, Solo libera

Brano godibilissimo, quello di Aurora, che a cavallo tra Gen Z e scena disco di inizio Duemila confeziona una canzone che esplode nei punti giusti, con la giusta applicazione di suoni e di groove; niente, ecco, che sia così diverso da quanto sentito altrove, ma è anche vero che di certo non manca all’ascolto di “Solo libera” quella sensazione che il pop, quando è fatto nel modo giusto, trasmette sempre con efficacia: leggerezza, quasi eterea ed inconsistente, che fa della musica “leggerissima” di Aurora il giusto viatico a liberarsi dalle pose e dalle pesate della settimana. Lei vuole sentirsi solo libera, e noi anche.

EMAN, Cobalto

Mi piace molto il nuovo singolo di Eman, che in “Cobalto” disegna un romanzo efficace e pieno di personaggi giusti che potrebbero popolare una qualsiasi spiaggia italiana degli anni ’50 o del presente (poco importa: le cose e le immagini belle non hanno età): il risultato finale è una hit impegnata, raffinata, qualcuno direbbe d’autore; la vocalità, a tratti, ricorda Finardi e quindi mi fa impazzire. Bella storia.

SCARICA’ RICASCA’, Come un turista

Non mi dispiace nemmeno il nuovo singolo di Scaricà, che mette in piedi un brano che di estivo ha solo le immagini, perché il mood è quello compassato di una ballad che funzionerebbe lo stesso anche con il rinfrescarsi dell’aria e l’ingiallirsi delle prime foglie; c’è una bella intesa di fondo tra musica e parole, con semplicità e senza troppi voli pindarici. Il rhodes poi fa sempre la sua porca figura.

SOLO, NOBODY, Something (you don’t need)

Il Bowie di metà Settanta (quello, insomma, che stava portando al massimo dell’eccesso la sua attitudine glam piegandola verso le nuove derive della psichedelica e, poi, della dance) incontra gli ultimi Beatles in una rincorsa di echi che trovano esaltazione nella semplicità di una chitarra acustica che lega tutte le parti, comprese quelle intricate di due voci che intrecciandosi generano un dialogo emotivo non da poco, spingendo ancor più verso l’alto il livello di “epicità” di un brano che non perde affatto, mai, i suoi tratti “cult”.

MANGROVIA TWANG, Giorni che esplodono (EP)

Una cinquina di brani che mescolano fra loro soul, r&b, urban, funky, jazzy, blues e chi più ne ha più ne metta, attraverso un dosaggio riuscito di contaminazioni e influenze che dimostrano una pluralità d’ascolti importante, testimone del livello artistico di un progetto da seguire con molta attenzione. Bella roba, dalla produzione al timbro della voce: tutto giusto, ben dosato, okay.

ELEMENTO UMANO, Via Casabella 17 (album)

Undici tracce che raccontano una vita che prende forma attraverso le parole e le musica giusta di Elemento Umano, trasformando il disco in una vera e propria casa all’interno della quale si muovono gioie, paure e speranze di una penna da seguire con attenzione nella sua contaminazione tra pop, urban, hip hop e un certo piglio autorale che si fa godere, eccome.

HAPNEA, Sacrosanta

Echi sixties nel nuovo singolo degli Hapnea, che un po’ ricordano Battisti, un po’ il rock’n’roll vecchia scuola inglese con qualche passaggio quasi a la King Crimson: c’è una scrittura efficace che non piega l’afflato pop del tutto pur condendolo con un bel po’ di distorsioni efficaci a far esplodere l’autenticità di una canzone che aiuta a scaricare eccome la tensione della settimana, tra cani sciolti e polvere.

M.A.T., Radio Paranoia

C’è qualcosa di emo nella nuova canzone dei M.A.T., che mescolano sangue, sudore e lacrime nella resa di un brano che esplode con la giusta voglia di “spaccare tutto”: dentro, ci sono le insicurezze e le ricerche di definizione di una generazione spersa a rincorrersi sotto portici troppo asfissianti, in mezzo alle macerie di un presente che sembra precludere il futuro. La verità è che il futuro sta nelle belle canzoni, e allora il nuovo singolo della band bolognese finisce con l’essere viatico efficace ad affrontare la crisi d’ispirazione di questo venerdì di inizio estate, abusato e sovraffollato di tante proposte (onestamente) abortibili.

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