L’infaticabile Steve Wynn torna in Italia per l’ennesima volta, a questo giro in versione acustica, che se non sbaglio è una sorta di replica del tour che fece a cavallo del covid a fine 2021, show che sostanzialmente ed abitualmente si alterna a quello dei Dream Syndicate post reunion, passati recentemente in Italia per presentare, invece, l’ultimo disco “Ultraviolet Battle Hymns and True Confessions”.

Una serie di concerti che lo porteranno a spasso per la penisola da nord a sud, circa una decina di date con il repertorio sia del suo percorso solista, sia di quello appunto dei Dream Syndicate in versione scarna e minimale, spogliato completamente dell’abituale vestito sonoro.

Ad aprire questo filotto di appuntamenti è proprio quello di questa sera al Druso di Ranica, in provincia di Bergamo.  

Possiamo tranquillamente parlare di Steve Wynn come di un artista straordinario e vero come pochi, in giro da oltre quattro decadi, in grado di donare alla musica e al mestiere più bello del mondo ogni goccia di energia, sudore ed entusiasmo, tanto da portarlo sempre in tour a prescindere da logiche promozionali o altro, semplicemente per masticare musica in continuazione e ritrovarsi con il suo pubblico.

La passione che diventa lavoro e trasuda sincerità , nella fattispecie stiamo parlando di grandi canzoni, che hanno segnato e marchiato a fuoco anni seminali di indie rock americano a partire da quell’ormai lontano 1982, dall’esordio della band di Davis.

Druso allestito a mo di teatro con sedie e luci soffuse, la stessa e avvolgente atmosfera che avevo trovato alla data di Hugo Race lo scorso maggio.

Ambientazione che si fa ragionevolmente più intima e raccolta per accompagnare le canzoni di Steve, in versione minimale.

Va detto che in un live come questo convivano dei pro e contro, se da un lato c’è l’indiscussa opportunità  di poter ascoltare ed apprezzare i brani come nascono, in una genesi primordiale, il rovescio della medaglia implica un effetto di stanca, soprattutto ed inevitabilmente verso la fine dello show, è un mio parere soggettivo indipendente dall’artista in questione.

Steve ha suonato, mal contati, una ventina di canzoni, senza risparmiarsi, reggendo il palco e un’ora e venti di performance da navigato songwriter, l’istinto e la semplicità  di un’acustica e di un microfono per raccontare storie; a volte mettendo in loop il tessuto sonoro da base per ricamarne arrangiamenti, in una montagna russa di selezione tra lo sterminato materiale a disposizione.  

Grande carisma e simpatia e la continua voglia di creare uno scambio con il pubblico di affezionati presenti, circa una settantina, che regalano comunque un buon colpo d’occhio ed empatia ad ogni conclusione di brano.

Dicevo una selezione a macchia di leopardo, tra cui spiccano la recente “Glide” o la evergreen “The Days of Wine and Roses” o perchè no “The deep end” o una “Manhattan fault line”, giusto per citare qualche episodio.

Un live che va preso in considerazione proprio per il motivo citato sopra, di capire e percepire come una canzone nasce e cresce.

Generosità  e simpatia per un pezzo di storia.