Credits: Marco Previdi
Credit: Marco Previdi

E’ di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor“, di “Iosonouncane meno male che esisti“, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni“, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà , per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

IBISCO, Seduci

Ho bisogno di dirlo? Ancora? Evidentemente sì, perché non mi pare che Filippo sia ancora diventato CEO della musica italiana, e questo perché Ibisco è proprio l’eroe del quale la musica italiana ha un disperato bisogno, ma che la musica italiana non merita: “Seduci” è il primo passo verso un secondo disco che invertirà i cliché sui secondi dischi, non un punto di passaggio ma l’ennesimo momento di svolta di una creatività esplosiva, libera e sopratutto sincera. Nell’era della bugia universale, direi che è un gesto piuttosto rivoluzionario.

NUBE, chissenefrega

Un ottimo ritorno per il cantautore piemontese, che sposa la linea della disco per un brano scanzonato che mette a nudo la voglia di libertà di tutti. Sopratutto di chi, nella vita, non se n’è mai fregato abbastanza delle cose che possono farci male, e che ora ha capito come sopravvivere alla cattiveria degli altri, oltreché alla propria disperata voglia di masochismo. 

FRANCESCO LETTIERI, Quello che resta

Mi piace sempre molto Lettieri, anche se devo ancora entrare nelle intenzioni di un disco che, anticipato dagli ultimi brani pubblicati, non riesco proprio ad immaginare (e sia chiaro che, comunque, è un bene): pianoforte protagonista per dare slancio ad una voce che si muove con intensità su un testo denso di confessioni personali e di autoanalisi, in pieno stile Lettieri. 

IL RE TARANTOLA, Sono un vecchio (album)

Irriverenza e denuncia culturale per Il Re, che inanella una serie di brani caustici e dinamitardi (con la complicità di diversi artisti di spicco della scena indipendente nazionale) per restituire all’ascoltatore un farmaco utile a placare la sete di vendetta e distruzione che la contemporaneità, con le sue contraddizioni, mette addosso a chiunque abbia ancora un cervello per pensare. 

TRUST THE MASK, Our fault

Fenomenali. Come mi sono sembrate la prima volta che le ho ascoltate dal vivo, e come hanno saputo poi confermare con le loro ultime uscite: il duo veneto rappresenta forse uno dei migliori ponti che abbiamo a disposizione, qui in Italia, per tirare fuori la testa dal buco e guardare oltre i nostri confini, senza paura di sentirci in qualche modo inadatti al confronto. Orgoglio (inter)nazionale. 

FRAMBOXSCICCHI, Cerotti

Un’accoppiata mica da poco, quella dei due cantautori, che si prendono per mano per volare meglio sulle proprie paure, aprendo ali che portano i segni di una gioventù burrascosa, che non si lascia piovere addosso. Un brano intenso e leggero allo stesso tempo, buono per piangere ma anche per ricordarci di non mollare. 

QUALUNQUE, Shonen Vol.2 (album)

Ho un debole antico per Qualunque e quindi come facevo a non spararmi tutto il suo nuovo disco? Aspettative rispettate: solita grinta velata di una malinconia che non lascia spazio al ritorno, e che fa capire che la vita è una lotta che può diventare abbraccio. Basta moltiplicare le prospettive, e scendere dai piedistalli del nostro ego. Come fa Qualunque. 

FLAME PARADE, DELLERA, Ballad of the ghost

Un po’ Dope Lemon, un po’ Cave, un po’ Cohen 2.0, e credo di aver abbastanza solleticato l’ego di Flame Parade fermandomi qui: “Ballad of the ghost” è un brano giusto, efficace a riportare il baricentro del mio venerdì nello spazio di tolleranza messo a rischio dal resto degli ascolti che il release friday sa sempre offrire al mio disgusto. 

PICCOLO INTERVENTO A CUORE APERTO, Nuvola (EP)

Un buonissimo melpot di post-rock, canzone d’autore 2.0 e un certo piglio dinamitardo che da alla “Nuvola” dei Piccolo Intervento A Cuore Aperto lo stesso peso di un temporale. Abbiamo bisogno di piogge nella siccità creativa della nuova scena contemporanea, e questo EP può fare solo che bene a tutti. 

MARTINA CONTI, Disastro perfetto 

Singolo leggero, che si adatta bene alle forme del contenitore (cioè l’ascoltatore) e diventa facilmente condivisibile. Niente di diverso da tante altre cose che girano in playlist (maledette playlist!), ma Martina canta bene e oggi tanto basta.

SANTACHIARA, Nina

Piacevole e sbarazzino il nuovo singolo di Santachiara, che ha una penna aguzza abbastanza per tagliare la punta critica del mio commentare grazie anche allo slancio offerto da una produzione che fa suonare tutto molto bene. La canzone è interessante. 

ASTERIA, Profumo

Nuovo nome, almeno per me, che di certo pare dotato di un talento interessante grazie ad un timbro speciale, che si fa godere fin da subito. Credo che ad Asteria piaccia parecchio il modo di cantare e di scrivere di Madame, ma la reference non ingombra troppo e alla fine fa uscire l’identità di un progetto pop che può crescere. 

L’AVVOCATO DEI SANTI, Non puoi scegliere

Bellissimo sound, grande piglio rock nel timbro vocale e una scrittura caustica che riflette la condizione di tanti giovani adulti (come il sottoscritto, gasp) che affrontano la crisi della maturità in un mondo che impone, a chi ha consapevolezze, di passarsela non troppo bene. 

GIANLUCA DE RUBERTIS, Le Piramidi

Adoro De Rubertis e il suo modo di scrivere, che qui si tinge di tinte erotiche in un brano che diventa allegoria battiatesca, attraverso un sound e un timbro vocale unico e speciale. 

STUDIO MURENA, GHEMON, Sull’amore e altre oscure questioni

Come suona il nuovo singolo dello Studio Murena, che trova il supporto di un diamante come Ghemon per far brillare il sound speciale di un brano che esplode di colori e idee musicali giuste e di estremo gusto. 

MOONARI, Nostalgia

Reminiscenze di Gazzé si mescolano nella resa riuscita di un brano che diventa confessione intima e allo stesso tempo esplosione coloratissima di suoni ben pensati e ben assemblati. 

LANOBILE, goodbye

Atmosfere sospese e dai tratti quasi dark per Lanobile, voce giusta per stare a cavallo tra un sound che rimanda al diva-pop internazionale senza perdere una buona qualità di scrittura tutta italiana, quasi cantautorale per lo slancio confessionale di cui il brano dispone. 

LAROSSI, Mani sudate

Una cavalcata compassata quella di Larossi, che cuce belle melodie e parole giuste sul climax riuscito di una produzione che riesce a mantenersi intima senza perdere di mordente. 

BECA, Aurora

Bella scoperta, per me, quella di Beca, che da Viareggio s’imbarca verso un’aurora nuova, fatta di suoni giusti e di belle idee musicali: una produzione che mette in luce il talento nella scrittura di un artista da seguire, esaltandone le doti di “romantico” autore di ballad. Un po’ a là Bindi, o alla Paoli.

ALMARIVA, Segnali di fumo

Bel progetto, quello degli Almariva, che riesce a fondere insieme tratti cantautorali e un certo piglio post-rock che riesce a conquistare sia l’ascoltare più dinamitardo che quello romanticone. E dal vivo spaccano eccome!

PROIA, Il controesodo (EP)

Non riesco a comprendere del tutto Proia, e quindi per me è già un sì: sono abituato a musica digerita che scompare nei fluidi gastrici ancor prima di essere masticata, quindi dover riascoltare l’EP di Proia per farmene un’idea più precisa è già un valore importante. Intanto, a primo play posso dire che il cantautore abruzzese mi intriga, e il suo è un lavoro che necessita (e merita) attenzione. 

ASCARI, Disco Nostalgia

Solo per la copertina del brano, Ascari mi ha già conquistato; poi parte “Disco Nostalgia” e io sono già innamorato: c’è un retrogusto genuinamente inizio Ottanta che non scimmiotta nulla, ma piuttosto ricrea atmosfere giuste, evocative e a loro modo nuove. 

FORTE, Eni (album)

Sono anni che dico che Forte è uno dei cantautori italiani più forti della nuova scena, e sono contento che il mondo pian piano se ne stia accorgendo grazie ad innesti e giusti trampolini che la penna pugliese ha saputo conquistarsi con un lavoro lungo, duro e fatto coi suoi tempi: “Eni” parla proprio di questo indefesso fabbricare, senza dimenticare il rumore del mare. 

IOFORTUNATO, La Guarigione (album)

Vale, per Iofortunato, lo stesso discorso fatto per Forte: talento da vendere per un timbro che si sposa alla perfezione con la ricerca sperimentale di un disco che raccoglie le paure, le psicosi, le ambizioni e le aspettative di una generazione allo sbando (quella dei pre/post30, mi viene da dire) che deve ancora capire come si fa a “diventare grandi”. C’è un amore violento, in questo lavoro, che sa cedere alla tenerezza. E non è poco. 

SCIROCCO, Va tutto bene

Una bella scoperta, per me, quella di Scirocco: una voce caldissima, che quasi ti brucia, che riesce a prendere il volo grazie ad una produzione dalle tinte mediterranee, con un piglio urban che si mescola a sonorità acustiche ben congegnate. 

DAVIDE DIVA, Oggi domani, per sempre (album)

Tinte autorali vecchia scuola che si mescolano ad un sound moderno senza la pretesa di essere “sensazionalistico”, convincendo con semplicità e forza di idee melodiche e di scrittura: Davide Diva è uno dei nomi più interessanti della scena, e questo lavoro lo conferma. 

VENTIDUE, Quanto è semplice

Come mi gasa Ventidue, ma da dove sbuca? Mi sento colpevole di non aver scoperto prima un interprete ispirato (ma dopotutto, il suo è un esordio), dotato di una penna niente male e di una capacità di pensare le parole in senso estremamente musicale: con poche cose, la canzone sta in piedi eccome e tanto basta. 

PALMARIA, Buche

Ritorno alla lingua madre (nella solita forma ibridata) per i Palmaria, che sono bravi e ormai l’abbiamo capito: belle idee, ottimo sound e un piglio pop che non si siede su comfort zone ma cerca sempre nuovi canali espressivi.

FORSE DANZICA, Autocad

Lavoro interessante quello di Forse Danzica, che rimane in equilibrio sul filo urban di un pop che non stanca perché leggero nel modo giusto, senza apparire mai superficiale né arronzato. 

EX-OTAGO, La Fine

E’ tornato a casa Carucci, che dopo l’esperienza solista che sembrava aver seppellito i cinghiali genovesi dissotterra l’ascia di guerra, risveglia la banda e tira fuori un brano che sa di ripartenza. O almeno così provano a raccontarsi gli Otaghi, e provano a convincere anche noi. Ci sta, senza infamia né lode. 

ALESSANDRA BOSCO, Reia

Mi piace il piglio di Reia, che di certo sa giocare bene con la sua voce creando scenari dal retrogusto esoterico che intriga, almeno il sottoscritto. C’è un po’ di Rosalia in Alessandra, ma senza invadere troppo lo spazio creativo identitaria dell’artista. 

FLEMMA, Ricky

Solito piglio da canzone d’autore 2.0, con influenze elettroniche che rimandano ai Subsonica ma anche a mondi che ammiccano l’internazionale grazie ad una scelta di suoni non scontata: un’invettiva che sa di rabbia mescolata alla polvere di una contemporaneità che ci stanca, e ci rende irrimediabilmente stanchi e malinconici. Con la sensazione che questo “nulla” che ci circonda ci stia lentamente consumando. 

CILIO, 20/23 (EP)

Un po’ Neffa, un po’ Gemelli Diversi, un po’ Silvestri, c’è un bel melpot di influenze nella musica di Cilio che si sanno amalgamare attraverso tratti funky, cantautorali, hip hop e una voglia genuina di fare musica d’identità. Che oggi, male non fa. 

FLAVIO ZEN, Mushin (album)

Timbro giusto, che si ammanta di un’espressività giusta, oscillando tra poli diversi senza mai perdere il piglio post-pop di un approccio decisamente caustico, che prova a raccontare un’interiorità ricca di sfaccettature, tutte da analizzare e comprendere. 

GUSTAVO, Onlyfans

Un brano che nella sua irriverenza rivela una decadenza che passa, ormai, per una “desublimazione” del mistero che porta la nostra vita, la nostra identità e i nostri sogni a ritrovarsi irrimediabilmente in vendita. Poi quelle tinte a la Rino Gaetano non possono che farmi tintinnare il cuoricino.

ANTO, Mille pensieri

Un esordio pop dotato di buone informazioni per il futuro: il timbro nasale di Anto non stucca ma al contrario tieni inchiodati con curiosità ad un brano che, per il resto, presenta un movimento piuttosto schematizzato e ormai digerito nella ricetta della hit che oggi spopola in playlist. Ma la voce di Anto merita.

GILBERTO, Gerundio (EP)

Una manciata di brani che si rivolgono direttamente all’ascoltatore, più nella forma dell’invettiva scenica che della melanconica auto-confessione; un’orchestrazione inedita, imprevedibile per i tempi che corrono, che mescola insieme tempi e stili diversi in un concept che racconta la contemporaneità immaginando il futuro. Assomigliando ad una favola distopica e sociale che intriga, sin da primo ascolto, perché diversa e, forse, anche necessaria. In un incrocio impensabile tra il melodramma e Black Mirror.

GORILLA PULP, Mask off! (album)

Giù le maschere per un gruppo che di maschere, in effetti, sembra non averne mai indossate: duri e puri, i Gorilla Pulp, mescolano spaghetti western e punk-rock, rock’n’roll e psichedelica, guidati solo e unicamente dalla loro fottutissima voglia di fare quel che cavolo vogliono. Senza nessuna maschera di sorta: non sarebbero a loro agio, non sono abituati…

ERROR 404, Conteremo i giorni

Che bella dose di rabbia, per gli Error 404, che mettono in pista un barilotto di polvere da sparo che rotola velocemente fino all’esplosione di un ritornello esplosivo senza perdere piglio pop. Un’idea di punk utile anche alle masse. 

BANDA POPOLARE DELL’EMILIA ROSSA, O ZULU, Lo Sceriffo della mia città

Un reggae che si dipana con sorniona e agguerrita malinconia (lo so, sembra un ossimoro ma la tristezza può essere motore di rivoluzione) esplodendo nel ritornello in faccia a chi non ha ancora il coraggio di aprire gli occhi sulla realtà. Una denuncia che non si appesantisce di retorica, ma vive di una disperata vitalità.

SAVANNAH, La Verità

Esordio leggero per Savannah, che sfodera un buon pop dalle tinte cantautorali per raccontare un amore che ha lasciato il segno e che sa esplodere per bene in un ritornello che oscilla fra vecchia scuola melodica nostrana e un certo piglio nu-soul che ci sta. Aspettiamo conferme. 

LISTANERA, R

C’è una ferita che sanguina in “R”, una somma di rimorsi, ambizioni e vita vissuta inanellati nell’exploit hip hop di un testo autobiografico che raccoglie l’eredità di un cantautore che non vuole solo sentirsi tale, sperimentando con le parole nuove vie espressive che non rimangano incagliate nella visione che Listanera ha di sé stesso: un continuo spingersi oltre la comfort zone (sopratutto dal punto di vista emotivo) che conferma la forte sincerità di un autore da scoprire, per chi ancora non lo avesse fatto. 

MIRIAM FORNARI, Samsara

Al processo di reincarnazione dell’anima partecipa eccome Miriam Fornari, che dopo aver pubblicato diverse cose schierata all’interno di formazioni interessanti del panorama sperimentale nazionale si lancia nell’impresa solitaria di fondere musica leggera, jazz e sonorità post-rock che attingono da mondi lontani ma mai così vicini come nel vorticoso “Samsara” della cantante. 

ANTON SCONOSCIUTO, To make room (album)

Non c’è mica tanto da dire su questo disco se non che è l’essenzialità di cui, oggi, avete bisogno per reagire alla saturazione disgustante del release friday: una somma di piccole cose (cit.) che s’incastrano nel cuore e nella testa fin da primo ascolto, senza accontentare (quasi) mai l’ascoltatore ma spingendolo a ricercare oltre il velo del primo ascolto il senso di un lavoro di ricerca che prova ancora ad essere umano e spirituale oltreché artistico. Molto “poco italiano” (letto alla Stanis LaRochelle), in tutto e per tutto.