Credits: Alessandro Ragazzo

ALESSANDRO RAGAZZO, Non saremo felici mai

Alessandro ha fatto un disco straordinario, e lo sta facendo venire a galla un po’ per volta, perché l’alta cucina va assaporata senza cedere alla fame procurata da grande digiuno; un boccone alla volta, il cantautore veneto sta ricordando al mondo indipendente quale sia il sapore delle cose buone, come si orchestra un album con gusto e come si può fare ancora musica di qualità: suonandola davvero, e bene. Dettaglio che dovrebbe essere tale, e invece diventa qualità macroscopica di un progetto in direzione ostinata e contraria. 

RIVA, Lamerica

Tre brani che si mantengono in uno splendido e virtuoso equilibrio fra canzone d’autore e un mainstream che riesce a non perdere di intimità, ed è roba non da poco. Una buona America per chiunque abbia preso il largo per sfuggire alla noia del porto sicuro offerto ogni venerdì da Spotify.

DAMON ARABSOLGAR, Erbivoro

Sonorità minimale che recuperano paesaggi sonori lontani, con le radici affondate nel folk nordico con una presa timbrica mediterranea che dà alla musica di Damon un tocco davvero speciale. Grazie, tra l’altro, ad una buonissima penna. 

LUCA COI BAFFI, Post-irrisione

Una bella scarica di adrenalina retta da una dose ben generose di chitarroni che restituiscono alla canzone di Luca un’atmosfera un po’ scanzonata che non perde la sua godibilissima patina sixties. 

AMALFITANO, Tienimi la mano, Diva! (album)

Forse il miglior ritorno di questo di 2024, il disco di Amalfitano riesce a mescolare una buona identità di scrittura con un piglio musicale davvero originale per quanto ben calato nelle sue references anni Settanta con la mano qua e là di Bianconi. Un laghetto protetto dove sguazzare fa bene al cuore, nell’attesa di trovare l’energia giusta per risalire la corrente con ancor più libertà.

BARTOLINI, TRIPOLARE, Chicco

Un incontro virtuoso che con aria scanzonata ti sputa in faccia una buona dose di confessione personale, con una produzione ben congegnata e una scrittura che si fa notare. Gen X, senza stuccare. 

ANDREA POGGIO, FRANCESCO BIANCONI, Parole a mezz’aria

Dopo il disco pubblicato nel 2023, Poggio rilancia la sua ultima uscita con un singolo estratto dal retrogusto baustelliano che in effetti trova nuovo slancio proprio attraverso la collaborazione con il leader della storica band, anche a livello di sound. Una piccola consacrazione personale che ri-conferma Poggio come una delle penne da non perdere più d’occhio. 

BASSOLINO, Città Futura (album)

E la è eccome, questa, la “Città Futura”: con Napoli sullo sfondo (e in primo piano, allo stesso tempo), muove i suoi primi decisi passi importanti Bassolino, nuova fissazione in vista della mia estate futura; echi di Weather Report che trovano il proprio perfetto humus nella reminiscenza mai troppo nostalgica dei Napoli Centrali (e ai tempi le contaminazioni furono frequenti eccome…), e non solo. Che boccata d’ossigeno: grazie. 

EDOARDO FLORIO DI GRAZIA, Chiedo scusa

Un ottimo sound, che si innesta in un filone di qualità che pian piano sta rinascendo partendo dal Mezzogiorno (anche se qui, per Edoardo, solo le origini e la cittadinanza elettiva sono napoletane): un nuovo rinascimento all’insegna della qualità, della ricerca strumentale e dell’indagine timbrica al servizio del pop. Musica per tutti, insomma, ma fatta col talento che hanno in pochi. Grande scoperta. 

FORSE DANZICA, BLEU SMITH, Milano Couchette

Non proprio la mia “cup of tea”, ma che dire: la qualità e la ricerca ci sono, con un piglio post-emo che s’incolla molto bene sulla voce giusta di Forse Danzica e anche di Bleu Smith, rimanendo incollato al presente nonostante gli echi dai primi Duemila. 

LORENZO SBARBATI, Rivoluzione originale

Mi piace il cantautorato leggero ma profondo di Sbarbati, che sceglie un piglio folk per una ballad intima e collettiva allo stesso tempo, che regala buone emozioni sin dalla copertina. Bello. 

TRICARICO, Telefono fisso

Uno dei pochi, ultimi, veri outsider rimasti in circolazione, con una freschezza che fa invidia ai neonati: un poeta punk che non ammette paragoni perché davvero unico. E continua a confermarlo anche dopo vent’anni di carriera e infinita gavetta (perché, per alcuni, per quelli che meno ne avrebbero bisogno, la gavetta e la strada verso la consacrazione sono sempre più lunghe che per altri fenomeni della domenica). 

ASSURDITE’, Centri di anzianità

Bel sound per una canzone leggera che passa con semplicità lasciando lo stomaco troppo vuoto per non ripremere su play. Quindi, alla fine funzione eccome! E l’idea del testo è tutt’altra che scontata grazie a qualche immagine ben azzeccata.

SCALENO, Crescere

Un ottimo piglio soul e blues che fa beare il timbro cavernoso di Scaleno, dotato certamente di una visione particolare della scrittura, della musica, del mondo. Ce ne fossero, come Scaleno: con irriverenza e originalità alla fine riesce a raccontare la situazione emotiva di molti. Tipo, me. 

FRANCESCO NAVA, Blu

Atmosfere rarefatte, sospese, mistiche per il viaggio di Nava, che continua veleggiando inesorabilmente verso orizzonti lontani che non smettono di illuminarsi sulla linea dell’infinito: una leggerezza che spinge in profondità. 

BUGO, Per fortuna che ci sono io (album)

Una confessione, l’ennesima, a cuore aperto per uno degli artisti più sinceri e malmenati (dagli eventi e dall’ignoranza di pubblico e addetti al settore) del panorama nazionale: un disco che segna una rinascita artistica in linea con la scrittura di rottura che ha sempre contraddistinto Bugo. Dopo l’exploit pop del post-Sanremo, si torna alle origini  e fa bene al cuore di tutti. 

AVARELLO, Acufene

Uno dei migliori brani che potrete ascoltare in questo marzo dispettoso pieno di buone canzoni, è vero, ma quella di Avarello è di un livello superiore. Basta ascoltare la prima strofa per capire di cosa sto parlando: e non potrete fare a meno di arrivare al ritornello, e poi al re-play, e al re-re—play, e via dicendo…

MICHELANGELO VOOD, Scemo

Come sempre, un ottimo pop per Vood che riesce a non passare per “Scemo”, tutt’altro, nel voler cercare una leggerezza che sappia essere profondità: il risultato finale è un brano che suona bene eccome. Con un po’ troppo Paradiso che affiora tra le pieghe di una canzone che di certo aiuta tuttavia a non sprofondare nell’inferno dell’ennesimo venerdì…

EDODACAPO, Pratovecchio

Una buonissima vocalità per un progetto in crescita, e lo dice uno che ne ascolta gli exploit dal momento zero: la canzone rotola bene, con reminiscenze internazionali che alzano il coefficiente qualitativo del tutto. 

ULULA, Oh! Quanti giovani

Il nuovo singolo di Ulula mi convince sin dal titolo ready-made del brano: sensazione d’innamoramento a prima vista che si tramuta in “a primo ascolto” sin dai primi trenta secondi di una ballata che assomiglia più ad un rito liberatorio e insieme propiziatorio per una nuova gioventù capace di plasmare un futuro diverso da quello “giovanilista” che i vecchi col sigaro continuano a propinarci attraverso i loro burattini minorenni dati in pasto al mercato del pop mainstream. 

TUASORELLAMINORE, Croce

Un ottimo piglio new-soul per Tuasorellaminore, che conferma la sua capacità di sublimare la rabbia in una ballad dal retrogusto amaro ma con una potenza caustica che convince fin da primo ascolto. Non è proprio il mio terreno ideale, ma la qualità e il senso della ricerca ci sono, è indiscutibile. 

IRON MAIS, Deltacortene Blues

Beh, come non amarli fin dal primo attacco? Ma che dico, fin dalla lettura della proposta stampa giunta alla redazione? Geniali, a partire dal nome del progetto. Vero blues americano con una discreta dose di sanissima ignoranza.

EUSEBIO MARTINELLI, L’abc

Un piglio folk che richiama a scenari lontani nel tempo e nello spazio da questo mediocre appezzamento di terra arida che è la discografia italiana contemporanea: una terapia utile a ricordarci l’abc essenziale per tornare a divertirsi con la musica. 

THE MONKEY WEATHER, Sapore

Solita, consueta scarica di adrenalina che aiuta a rivitalizzare un cuore fin troppo paralizzato dall’apatia del venerdì: le Scimmie più rock’n’roll della scena tornano con quello che sanno fare meglio, regalando al panorama nazionale un’ottima discesa nei gloriosi Seventies. 

KAMA, Come falene

Penna acuminata e pronta a tagliare solo per ricucire, dopo aver scavato a fondo in cerca di una buona dose di poesie: Kama cala un altro dei suoi assi, con la solita ricerca scanzonata a livello poetico e musicale.