INTERVISTA CON ALESSANDRO PARISI

 
19 luglio 2013
 
Intervista con ALESSANDRO PARISI

Pordenone, le lavatrici, The Great Complotto, Unabomber e ora Alessandro Parisi, non un debuttante allo sbaraglio ma, senza alcun dubbio, uno dei produttori dell’anno 2013 che ha saputo catalizzare l’attenzione non solo degli amanti di un ricercato sound di nicchia legato a doppio filo a un viscerale amore nei confronti delle colonne sonore realizzate da compositori soprattutto italiani, ma anche quella dell’ibrida e vasta schiera fan dei generi acid / disco / electro / techno che ha trionfalmente accolto i suoi finora unici due lavori, pubblicati a breve distanza tra loro: “Draconia” (2013), per conto dell’etichetta svizzera Lux Rec, in formato vinile rosso e limitato a duecentocinquanta copie e “Hic Sunt Leones” (2013), rilasciato dagli amici della MinimalRome, in formato cd ultra-limitato a sole novantanove copie. A questi dovrebbe, poi, presto aggiungersi il terzo capitolo della trilogia, ovvero quel misterioso disco intitolato “La Porta Ermetica” (?), a cura della Giallodisco Records, dedicato al quasi omonimo monumento presente presso Piazza Vittorio a Roma, che dovrebbe andare in stampa entro la fine dell’anno solare.

All’interno dell’intervista, il nostro giocatore di scacchi ripercorre, talvolta con buona dose di ironia, le tappe della sua breve carriera, connotandole di aneddoti e precisazioni dove richieste, ribadendo l’importanza dell’estetica minimalistica introdotta dai Kraftwerk; del suo incontro con Heinrich Dressel che gli ha suggerito la via da seguire; della polimorfica grandezza di artisti del calibro di Fabio Frizzi, Franco Micalizzi e, ovviamente, dei Goblin; dell’epicità trasmessa da gruppi metal come, ad esempio, i Rhapsody. Al di là di tale valigia dei ricordi, nonché contenitrice di passioni, il talento friulano non disdegna, inoltre, di far luce su quanto, solitamente, accade nel mondo della musica, dove la ‘domanda’ del produttore non corrisponde all’ ‘offerta’ dell’etichetta e ciò fa sì che, per potersi esprimere al meglio, un giovane artista debba far ricorso a tutta la pazienza che ha a disposizione e, da un punto di vista dell’auto-conservazione del proprio estro, non piegarsi affatto ai dettami altrui.

Il tuo rapporto con la musica è stato costante nel tempo: dalla presenza del pianoforte a casa con una mamma che si diletta nel suonarlo all’essere poi auto-didatta nell’avvicinarsi a esso e, soprattutto, a programmi per PC, come Reason, e ai vari sintetizzatori, sia analogici che digitali. Ti ricordi un episodio particolare dei tuoi inizi?
Considerato che continua a comparire mia mamma nelle interviste, citerò un episodio chiave. Avevo composto una melodia in 5/4 (per semplice ignoranza, non perché fosse un esperimento) che suonava anche abbastanza bene, solo mancava totalmente di armonia. Lei l’ha scritto sul pentagramma, me l’ha armonizzato in un minuto e quando l’ha suonato mi sono venuti i brividi. Da quel momento ho capito che: 1) che non sarei mai stato in grado di arrivare ad un livello simile; 2) che dovevo assolutamente comprarmi una tastiera e buttare Reason.

Armato solo di alcune apparecchiatura tra computer e sintetizzatori, definiti in un’altra intervista persino come «scadenti», hai saputo farne un uso comunque virtuoso. Quali sono i tuoi strumenti ora?
In quell’intervista per Radio Bombay (ti rispetto se te la sei ascoltata), mi sono sbottonato parecchio, quindi, ora vorrei rettificare che lungi da me dare dello «scadente» (anzi, credo di aver detto proprio «schifezza») a uno strumento quale il Korg Micro-X. Diciamo che non era il mio synth e basta. Non penso di averne fatto un uso virtuoso, semmai mi ha dato la motivazione a cercare qualcosa di più affine al mio stile e da qui l’acquisto della Roland 707 e del JX3P che sono attualmente i miei strumenti. Non credo che gli strumenti possano dare qualcosa in più se non c’è dietro un’idea interessante. Lo dico per esperienza, perché ho visto ragazzi con strumenti costosissimi e tutti, proprio tutti quelli che ogni producer sogna di avere, ma realizzare veramente poco. Al contempo, ci sono geni incompresi che con una chitarra scordata sanno regalare emozioni. Altri, invece, hanno sia gli uni che l’altro e per quelli c’è poco da fare, sono bravi.

In qualità sia di ascoltatore, che di produttore, in che modo i territori di Pordenone, Treviso, Roma e ovunque tu abbia vissuto hanno influenzato la tua visione musicale?
Pordenone, mia amata città di nascita, è un ridente e tranquillo ‘paesotto’ a metà tra la cultura veneta e quella friulana. Un ibrido, un ‘meneghel’ famoso per le lavatrici, The Great Complotto e Unabomber. Musicalmente parlando, per una persona qualunque che ci cresca, come in altre città poco cosmopolite, la musica arriva dopo. Quindi, per farla breve, gli anni ’80 me li sono vissuti a fine anni ’80 e gli anni ’90 nel 2000. Questa latenza, però, ha il suo lato positivo, di tenerti in mezzo a due decenni musicali e assorbire le influenze che uno sfortunato nato a Milano, invece acquisisce, solo singolarmente. Come accennato prima, Pordenone è la patria del Great Complotto, ovvero (citando Ruggeri) un conclave punk che è stato punto di riferimento internazionale dal quale, tra gli altri, sono usciti i Prozac+, uno dei miei gruppi preferiti dall’adolescenza. In questa città, per forza di cose, ci sono molti eventi legati alla cultura punk/rock e, quindi, eventi di questo stile, tra i quali mi viene da citare il concerto dei Soft Cell, che ricordo profondamente anche perché aperto proprio dai Prozac+. Ci sono anche molti festival estivi in zone montane dove si esibiscono giovani emergenti e il punto di riferimento principale è il Deposito Giordani che, in quanto a musica, non scherza. Il resto della scena musicale si divide tra il Seunsplash (se lo fanno ancora) e la club culture, tuttavia, quella degli aperitivi. Non ci sono state esperienze che io abbia avuto modo di associare al mio attuale percorso, i concerti migliori me li sono visti fuori (cito quello dei Kraftwerk a Lucca e quello dei Daft Punk a Torino). Roma è stata la chiave di svolta perché ho conosciuto MinimalRome e mi ha segnato totalmente, ma altro non posso dire di altre realtà musicali romane. Di Treviso, posso dire poco in quanto ci abito da meno di un anno, però, ho già avuto modo di affiancarmi a un collettivo di artisti/musicisti/dj che spinge la musica underground. Citerei Mestre nelle città che mi hanno lasciato un’impronta musicale. Mestre nel senso di ‘è vicino a Venezia’. La gente di mare, le notti in giro per le calli a seguire amici che si portavano il sound-system in spalla, i rave in isole abbandonate da Dio, quella scena la rispetto molto.

L’incontro con Heinrich Dressel e i progetti legati alla sua etichetta, la MinimalRome, rivestono per forza di cose un’importanza strategica per più motivi, giusto?
Strategia mi sa molto di ‘premeditato’, cosa che, invece, definirei spontanea e ben accolta. Ovviamente, il fatto di appartenere a un giro così noto e rispettato ha (solo) lati positivi, ma l’ammirazione per, nello specifico, Heinrich Dressel arrivava prima di conoscerlo, anche perché non sapevo neanche che fosse italiano, tantomeno romano, quando avevo in mano i suoi dischi targati Strange Life. Quello per cui mi sento di ringraziare maggiormente, al di là delle produzioni, è stato l’aiuto incondizionato da parte di tutti nel mettermi a disposizione esperienze e mezzi (non ancora usati) per rispondere alle mie carenze in fatto di strumentazione e utilizzo dei synth.

La tua musica è stata sin qui declinata ed etichettata in fin troppi modi, ma se l’equazione horror = paura non risulta essere affatto perfetta, quali specifiche emozioni ti hanno trasmesso, invece, le colonne sonore di film di questo genere che hanno avuto su di te una notevole influenza?
La paura nasce dalla non conoscenza, quindi, dal dubbio. Una musica sinistra e misteriosa mi trasmette un senso di incompiutezza dovuta al non vedere la fine della strada, ma anche l’inizio di un percorso che come ogni cosa ha la sua fine: la conoscenza. È da questo concetto che probabilmente traggo ispirazione quando metto un dito tra epic e horror. La paura come nemica, ma amica se vista da un passo indietro, perché obbliga una scelta: indietreggiare o varcare la soglia.

Qual è, dunque, la ‘lezione’ che hai mutuato dall’opera dei maestri del calibro di Fabio Frizzi e Piero Umiliani e, soprattutto, dei mitici Goblin?
La verità? Nessuna di quelle che vi aspettate. Mi è stata illuminante un’intervista fatta in un programma Rai chiamato “StraCult” in cui hanno messo insieme i senatori delle colonne sonore (viventi) italiane, ovvero Claudio Simonetti, Fabio Frizzi, Franco Micalizzi e i fratelli De Angelis. Ciò che mi ha acceso la lampadina è stato che ognuno di loro aveva un alter-ego agli antipodi del genere per cui è più riconosciuto. Claudio Simonetti ha fatto tremare i cinema con i Goblin, ma ci ha anche fatto ballare spensieratamente con la sigla di “College”. Fabio Frizzi è passato dal “E tu vivrai nel terrore! L’ALDILÀ” (1981) a… “Fantozzi” (1975). Franco Micalizzi da “Roma Violenta” (1975) a “Lo Chiamavano Trinità” (1970), mentre Guido e Maurizio De Angelis dallo sci-fi di “Yor, The Hunter From The Future” (1983) con John Scott a “Sheriff / Dreaming Woman” (1979) come Oliver Onions. È questa la lezione che ho appreso da tali maestri: non c’è bene senza male. Sì ok, l’avevano detto mille anni fa, ma certe cose o ti sbattono in faccia per quello che ti riguarda o non ti entrano proprio in testa.

Hai parimenti un album preferito dei Kraftwerk? Perché hanno continuato a essere così speciali e a ispirare ancora le nuove generazioni?
“Radioactivity” (1975). Un album del 1975 che potrebbe essere di successo anche nel 2075. È questa la magia dei Kraftwerk: essere visionari. Quello che più mi affascina delle loro canzoni, e qui coinvolgo anche altri album come “The Man Machine” (1978) e “Computer World” (1981), è che riescono ad avere un groove pazzesco pur non usando quello che ho sempre ritenuto l’elemento chiave della musica elettronica che faccia anche ballare, ovvero le drum. Mi hanno convinto del fatto che, se una bassline sta in piedi e spacca da sola, la cassa è solo uno sfizio. Questa cultura del ‘minimum for the maximum’ è attuale e lo sarà sempre, almeno finché tutti l’abbiano capito, perché – e ci sono passato anch’io – la prima cosa che viene in mente da fare a un produttore che non riesce a far viaggiare un basso e metterci sopra una cassa. Errore! Si dovrebbe lavorare per differenza e non per addizione nella musica.

Facendo proprie le tue più intime intenzioni e recenti dichiarazioni, la tua musica si sforza di raggiungere un’elevata epicità di fondo. Hai mutuato ciò anche dall’ascolto di musica metal? Se sì, cos’è che ti affascina di questo genere?
Avendo molti amici metallari, ho assorbito anche questa cultura, è vero. Anche se mai approfondita quanto meriterebbe, sono entrato a contatto dapprima col prog-metal dei Dream Theater e successivamente con l’epic di Blind Guardian, Sonata Arctica e dei FRIULANI Rhapsody. L’Epic Metal mi piace perché proietta l’ascoltatore in mondi mitologici per i quali vado matto. Mi piacciono soprattutto i cantati onirici e le melodie rituali, nonché i testi simbolici e i richiami ai personaggi ‘lovecraftiani’ (penso si sia esaurito il catalogo dei disponibili), anche se qua andiamo a sfociare nel Death Metal che apprezzo poco.

In realtà, da un punto di vista meramente cronologico, “Draconia” (2013), su Lux Rec, non è affatto il tuo primo album e, prima di svelare tale semi-bizzaro arcano del moderno mondo discografico odierno, chi è stato l’Alessandro Parisi che ha studiato a Roma e che già si divertiva a sperimentare con svariate sonorità nella sua cameretta?
Questo lo scoprirete all’uscita del terzo album “La Porta Ermetica” (?) dedicato alla Porta Alchemica, monumento presente nel parco di Piazza Vittorio a Roma. Quando sarà conclusa l’uscita della mia trilogia, potrò tirare i remi in barca definitivamente e tirare le somme di quell’Alessandro che ha avuto l’opportunità di conoscere Roma dall’interno, anche se per troppo poco.

In effetti, dopo aver letteralmente consumato anche “Hic Sunt Leones” (2013), per l’appunto per conto della MinimalRome, urge rassicurare il tuo pubblico: quanto manca all’uscita del vero ‘primo’ disco di Alessandro Parisi su Giallodisco Records?
Non lo saprei dire, ma anche se lo sapessi ormai credo poco alle date di uscita, servono solo a far figure da chiodo su Facebook quando lo annunci. Le previsioni sono entro fine 2013. Che tra l’altro uscirà come album solo in CD, mentre verranno selezionate delle tracce per la release in 12″ con due remixer speciali.

Considerati altri progetti futuri in uscita, sei ancora solito inviare demo presso varie etichette? Sono curioso di conoscere il meccanismo di scelta.
Fortunatamente, al momento attuale sono le label a chiedermi demo, ma prima di accasare “Draconia” e “La Porta Ermetica” ne ho passate di cotte e di crude. A chiunque mandavo l’album piaceva, ma solo pochi hanno concluso l’affare. La selezione è stata indiretta, ho mandato il promo a una sola persona la quale l’ha fatto girare parecchio o mi ha suggerito a chi mandare. “Draconia” ha passato tre label: la prima mi imponeva una copertina che proprio non reggevo, la seconda ha scazzato con me perché non ho un bel carattere quando si tratta di trattare bene i miei dischi; la terza è stata Lux Records, che mi ha convinto con l’offerta migliore rispetto a un altra rispettabile label per la quale sono in debito di un album. “Hic Sunt Leones” mi è stato chiesto e io, con il cuore in mano, ho obbedito creando il meglio che potevo per MinimalRome. “La Porta Ermetica” doveva uscire nell’aprile 2012 su tape per una label che poi ha chiuso i battenti. Diciamo che ora è più facile la questione demo in quanto sono già in contatto diretto con le label per cui potrei potenzialmente produrre e, quindi, non c’è una reale ricerca. Per rispondere comunque alla domanda, se potesse essere utile a qualche lettore, una buona strategia è prendere gli artisti di riferimento del proprio genere e cercare le label da Discogs.com, magari passando dalle sub-label e assolutamente presentarsi di persona evitando il classico link a un file .zip o alla pagina Soundcloud. Quelli non se li caga nessuno.

Due uscite all’attivo, rispettivamente in vinile rosso e limitato a duecentocinquanta copie e in cd cartonato, ultra-limitato a cento copie e confezionato in godibile modalità ‘casereccia’. Sei d’accordo che l’amore e la passione per la musica, elettronica o meno, debba essere sempre meno collegata al superficiale profilo egocentrico di molti c.d. ‘artisti’ e più a queste piccole cose?
Sono d’accordo, ma non solo per la musica elettronica e, voglio precisare, anche che è un mio gusto personale. Lo stampare su fisico ‘sigilla’ l’energia del disco al suo interno, l’mp3 lo fa sbrodolare ovunque. Non mi piace inviare mp3 in giro anche per questo motivo, preferisco dare direttamente l’album finito e stampato. Questo, però, riguarda me e sulla questione generale mp3 vs. vinile non mi voglio addentrare, è un discorso noioso quanto inutile, ognuno dovrebbe essere contento con quello che gli serve e non con quello che si dice sia bene/male.

Secondo te, rivolgendo a questo punto uno sguardo all’ineluttabile futuro, quali sviluppi avrà l’industria della musica e, in particolare, quella elettronica?
Non ne ho la più pallida idea, ma volendo azzardare un’ipotesi seguirà l’industria generale, ovvero il collasso totale per saturazione di prodotti (e non di idee).

In tutto questo, alcune tracce estratte dalle tue release, disponibili anche in digitale su Bandcamp, sono accompagnate da video – visibili ovviamente sul tuo profilo YouTube – basati su squarci di cartoni animati dominati da temi tra guerra e occulto. In che modo, da regista improvvisato, hai inteso così coniugare immagini e musica?
Ho voluto creare un supporto video per promuovere le mie tracce perché credo fondamentalmente di aver creato delle colonne sonore. Per quelli che giustamente non hanno sentito questa inclinazione, ho voluto proporre anche l’immagine che (più o meno) mi ero fatto componendo quel passaggio. Da qui la ricerca durata mesi di spezzoni di film/cartoni che rendessero al meglio possibile il mio viaggio mentale.

Se ti venisse sottoposta la giusta richiesta per musicare un film o un documentario, saresti pronto per entrare a far parte della folta e rinomata pattuglia dei compositori italiani di colonne sonore?
Non so se sarei pronto, ma mi ci firmerei seduta stante.

Una curiosità: cos’è che fai quando non sei impegnato in studio?
Non ho hobby particolarmente interessanti da segnalare, sono piuttosto ‘nerd’, gioco a scacchi, esco con gli amici e leggo libri di psicologia evolutiva.

  • http://twitter.com/bromuro1 franco

    Ciao
    inedito appena scritto ” J n N” ( jenny e nancy )
    mai suonato con band fatto al pc da arrangiare-> da scaricare
    https://we.tl/ZpRli3efKZ

    o

    link CD e via andare(12 brani in studio )
    Link di download
    https://we.tl/UV8cOcmHAg

    FRanco
    ( BROMURO )

    Ciao Brò

    trovato questo sito che lascia da scaricare mp3 perenne

    ————————- https://hostr.co/mo1zVSNp5enx

    Bromuro

 

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