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E’ malinconia fredda, sono lacrime cristallizzate e algidi deserti dalle tonalità  grigie. E’ un carillon davanti alla finestra mentre la neve sinuosamente si lascia cadere. Due mani che si stringono e si accarezzano, quel sogno che hai cullato nella notte sospesa mentre vi stringevate l’uno all’altra. Non c’è più sorpresa nella musica dei Sigur Rós , ormai hanno svelato le proprie carte, chi li ha amati fino ad oggi li seguirà  ancora fino alla prossima aurora boreale. Due dischi, il primo diviso tra inediti e nuove versioni di brani, dove le nuvole e le stelle cadenti si intrecciano nuovamente in ambienti sonori sconfinati e lontani dal tempo. Occhi chiusi, cuore rilassato e tristezza che bussa alla porta.

E quelle parole incomprensibili che sembrano sputate fuori da un elfo o da qualche folletto della foresta. Musica per anime pure, in cui il bianco è preponderante sul nero. Niente di più e niente di meno dei soliti Sigur Rós. Il secondo disco presenta cinque brani del loro repertorio in versione acustica, ea dire il vero le differenze con le precedenti versioni non sono troppe, ma riescono a fregarti lo stesso e a commuoverti fino al midollo.

Non è musica su cui piangere questa, è musica soffice da ascoltare quando le congiunzioni a voi interiori ed esteriori sono favorevoli. Un viaggio nel profondo nord è sempre un’esperienza ai limiti del catartico, proprio come queste canzoni. Il freddo che non taglia, le mani che non sanguinano ed un’irrefrenabile voglia di librarsi nell’aria umida e gelida.