OM
Live @ Init (Roma, 28/01/2010)

 
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16 Febbraio 2010
 

Arrendiamoci all’evidenza, l’amplificazione del basso di Al Cisneros quella sera non doveva funzionare a dovere. I perché e i per come poco importano. In fondo quando si inizia con un racconto con Era una notte buia e tempestosa nessuno viene a chiederti perché proprio quella notte doveva piovere. Pioveva e basta. Puoi imprecare i primi cinque minuti, dopodiché non ti resta che sguazzare nel fango. Apprezziamo quindi che il vecchio Al Cisneros debba averla pensata come noi, anziché farne una questione personale tra lui e il tecnico in consolle.

Difficile inquadrare efficacemente la musica degli Om; musicalmente al crocevia tra quello stoner metal da cui hanno ereditato il gusto psichedelico e il sound distorto, e certe strutture metriche vicine più ai canti tibetani che a quel doom metal da cui l’embrione Om originario, ovvero Cisneros al basso e Hakius alla batteria (nel 2008 sostituito da Amos), nasceva nel 2003 dopo lo scioglimento degli storici Sleep.

La atmosfere dense e narcotiche che sono il tratto distintivo della band statunitense funzionano bene anche dal vivo anche se complice qualche difficoltà tecnica citata, e una scelta della scaletta che è sembrato puntare ai brani più nervosi della discografia, gli Om restituiscono una performance meno atmosferica del previsto. E’ il drumming di Amos, personale e riconoscibilissimo per chi segue e apprezza i Grails, a prendere il sopravvento in più occasioni. Energico e sfaccettato nei cambi, tiene bene testa al pastoso basso e perentorio di Cisneros. In una formazione dove gli inserti di qualche piano elettrico o chitarra (dal vivo ad opera di Rob Lowe) sono puramente occasionali, è la chimica e il controllo delle dinamiche a tenere insieme il tutto. E infatti è proprio nei brani strutturalmente più semplici come ad esempio “Meditation is the pratice of death” che gli Om dimostrano quel’ autorevolezza non comune. Nelle dilatazioni, nei spazi tra una nota e l’altra la band statunitense riesce a definire una terza dimensione capace di donare una profondità inaspettata ad un sound che rimane basato sui soli strumenti basso e batteria.

Improbabile quanto ammaliante mantra-metal degli anni 2000, sicuramente gli Om nonostante i favori della critica difficilmente conquisteranno il pubblico italiano, ma c’è da dire che per gli amanti della musica di confine e gli esploratori di paesaggi sonori vedere in italia band di questo tipo non è mai meno che un piccolo miracolo.

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