Lavoro sempre per disperazione, per paura. Finisco un progetto e non voglio tempo libero […] così non devo starmene seduto su una sedia a pensare in quale terribile situazione si trovano gli esseri umani. Con questa dichiarazione d’intenti Allen presenta a Cannes il suo ultimo lavoro, e ci indica la chiave di lettura delle sue ultime pellicole: il lavoro indefesso in cui si rifugia, la necessità  di una routine cinematografica come via di fuga dal pessimismo comico di cui è permeato ed il cinismo che lo contraddistingue.
In quest’ottica stakanovista filmica, appare chiaro che un calo fisiologico sia ammissibile nella lunga filmografia recente del genio newyorkese, ancor di più se ciò avviene dopo l’ispirato “Basta che funzioni” che aveva rispolverato il Woody Allen d’annata con una pellicola moderna e memorabile.

Per questa nuova pellicola Allen torna nuovamente in Europa, precisamente a Londra e a settantacinque anni suonati sceglie nuovamente di raccontare le nevrosi, i turbamenti e le angosce di due coppie in crisi. La prima rappresentata da Alfie (Anthony Hopkins) e Helena (Gemma Jones) e la seconda dalla loro figlia Sally (Naomi Watts) e suo marito Roy (Josh Brolin). Tutti e quattro alle prese con nuovi amori, nuove prospettive ed una folle ed insana speranza di migliorare le proprie vite ormai in preda alla noia e la vacuità  esistenziale. La nuova prospettiva alleniana indica nell’irrazionalità  e nella magia la via per l’illusione di un briciolo di felicità  perchè a volte le soluzioni magiche sono meglio delle medicine.

Partendo da una citazione di uno Shakespeare nichilista (..la vita non è altro che rumore e furore. Priva di ogni sostanziale significato) ci conduce in un intreccio narrativo che tocca i più svariati argomenti: dall’arte alla crisi creativa, dalla maternità  alla vecchiaia, dal romanticismo al sesso, percorsi con la presenza stabile sullo sfondo della magia cialtronesca e la sua illusione. I temi portanti dei suoi recenti lungometraggi si ripropongono e si accavallano anche in questo lavoro, così come le scelte stilistiche e le caratterizzazioni dei personaggi, alter ego dell’autore nelle sue varie età , che sembrano stancare o non interessare lo spettatore meno smaliziato.

Ci si ritrova quindi ad oscillare tra l’appagamento e l’insoddisfazione, tra soluzioni eleganti e recitazioni impeccabili, a dialoghi poco rapaci e trama circolare monotona e senza sussulti.
Ma ciò che più appare evidente in questa pellicola e la mancanza di sarcasmo, del gusto della battuta sagace ed irriverente, un film amaro e stanco il cui confine tra farsa e tragedia e quanto mai labile, lasciando che le linee narrative si sfaldino fino ad un improvviso e leggero finale in cui la morte – il cui bel titolo originale metaforico allude (“Incontrerai Uno Sconosciuto Alto E Nero”) – aleggia sinuosa danzando sulle illusioni che sono l’unico pasto di cui possiamo cibarci in questa realtà , per avere una sensazione lieve e concreta di felicità .