I MIGLIORI LIBRI DEL 2014 / PARTE SECONDA

Ricorderò il 2014 in letteratura come l’anno in cui ho trovato nuovi amanti, resuscitato rapporti che credevo estinti e goduto della conferma di alcuni sentimenti. Tra i nuovi amanti: Karl Ove Knausgaard, autore del ciclo in sei volumi “La mia battaglia”. Letto i primi tre (Feltrinelli ha da poco pubblicato “La morte del padre”, trad. di Margherita Podestà  Heir) in dieci giorni di divano e pazzia, sviluppato una bizzarra dipendenza nei confronti della sua letteratura che fonde Proust e il tabloid, e provato una scossa quando dice che lo scopo, qui, non è cercare la felicità  ma il significato, e che tutta la nostalgia che si prova nel mezzo la si brucia nella scrittura.
L’altra fiamma è stata Leslie Jamison, autrice della raccolta di saggi “The Empathy Exams”, la disamina del dolore degli altri e del nostro senso per l’empatia (e come questo emerga in caso di patologia) più interessante dopo “Malattia e Metafora” di Susan Sontag e “The Body in Pain” di Elaine Scarry. Se c’è un’opera di non fiction che dovreste leggere quest’anno (e per quelli a venire temo), è questa.

Tra i sentimenti confermati: quelli per l’amata Joan Didion che torna per Edizioni e/o con Democracy (trad. di Rossella Bernascone), un romanzo del 1984 fondamentale per inquadrare quel suo talento da schiacciasassi, così politica senza entrare in politica, così seducente anche senza descrivere un amplesso e così lucida da trascendere la morale. “Democracy” non è il suo romanzo migliore, così come End Zone pubblicato da Einaudi (trad. di Federica Aceto) non è il libro più interessante di DeLillo, ma queste sono valutazioni che riesco a fare solo a freddo, in quell’esercizio noioso che è la disamina omnicomprensiva di un autore. La realtà  è che mi prendo una pagina acerba o una giustapposizione rincarata di DeLillo tra football e guerra su tutto il resto, sempre, chè nessuno mi fa venire la febbre fredda come lui. Tra gli autori che ritenevo persi, un po’ per distratta frequentazione, un po’ perchè “Amore a Venezia, Morte a Varanasi” non mi aveva fatta impazzire, c’era Geoff Dyer, che ho riscoperto tramite un libro intenso e sparso su D.H. Lawrence inedito in Italia ma soprattutto “Il Sesso nelle Camere D’Albergo” (Trad. di Giovanna Granato), Einaudi. Libro che non riesco a consigliare abbastanza, e che infatti si consiglia da solo, anche grazie a piccoli dettagli personali, o gesti minimi, come questo: Abbiamo passeggiato guardando il mare. «Oed’ und leer das Meer, ““ ho detto, e poi, dopo un silenzio: ““ Wagner. Tristan und Isolde, naturalmente. Citato da T. S.Eliot ne La terra desolata».”¨ «Ma allora sei stronzo per davvero, ““ ha detto Rebecca. ““ è quel “naturalmente” che trovo proprio odioso ».”¨ «Scherzavo, ““ ho detto. ““ Naturalmente».”¨ «Io no », ha detto lei, prendendomi sottobraccio. è una conversazione avuta durante il primo appuntamento con la donna che poi avrebbe sposato. La leggi e pensi che sembra tratta da un romanzo, che è così che dovrebbe essere un primo appuntamento in un romanzo, solo che Dyer ha scritto un’altra cosa, a cui pretendiamo di dare per forza un nome. Io invece ho deciso di chiamarla semplicemente così: un’altra cosa.
( Claudia Durastanti )

NON TI DIVERTIRE TROPPO
Aa. Vv.

[Flying Kids Records]

Questo non è un libro che parla solo di musica, è un libro che parla di noi, della giovinezza perduta e dei ricordi che ci legano all’ascolto di un disco o di una band. A partire dalla copertina illustrata da Zerocalcare, Non ti divertire troppo è un viaggio nostalgico costituito da un insieme di racconti, talvolta commoventi, divertenti o semplicemente didascalici. Piccoli capolavori e qualche imperfezione ci consegnano un gioiello naif da consumare avidamente se nella propria vita la musica ha sempre avuto una posizione primaria, mai relegata a mero accompagnamento di sottofondo.

Il focus è incentrato sulle band americane degli anni ’80 e ’90, quel movimento “indie” che ai tempi rappresentava davvero una strada diversa dal mainstream di qualità : R.E.M. (i primi dischi), Mission Of Burma, Shellac, Sonic Youth, Pavement, Dinoasur jr. Fugazi, Nirvana, Lemonheads, Pixies, Slint, Afghan Whigs, Flaming Lips, Smashing Pumpkins e tanti altri. Al netto delle parti in cui l’approccio didascalico prende il sopravvento, ci sono passaggi in cui specchiarsi, che alla musica che si ascoltava avidamente intrecciano nostalgie e ingenuità  della giovinezza. Ci si sente confortati da questi racconti di piccole sconfitte quotidiane alleviate da una canzone o da un disco che veniva ascoltato allo sfinimento.

Trovare posto tra queste pagine è come tornare a casa dopo una dura giornata al lavoro, sentirsi al caldo e protetti tra le proprie cose nonostante un velo di nostalgia e qualche ferita che si fa sentire nelle stagioni più fredde. E’ la musica di tutti noi, quella che ancora oggi difendiamo strenuamente dalle brutture della vita di tutti i giorni. E’ una testimonianza d’amore.
( Enrico “Sachiel” Amendola )

DIMENTICA IL MIO NOME
Zerocalcare

[Bao]

E’ arrivò il giorno in cui Michele Rech, in arte Zerocalcare, scrisse il suo capolavoro. Dimentica il mio nome, pur non rinunciando a tutte le caratteristiche che hanno fatto del suo autore il portavoce di una generazione, quella cresciuta negli anni ’80 (chi scrive, a differenza dell’appena trentunenne Michele, è del 1975 e si ritiene di diritto parte della suddetta) riesce ad affrancarsi da questo ruolo e a scrivere pagine di bellissima letteratura illustrata.

Anche il tratto dei disegni è più deciso; riesce, nei momenti più simbolici della storia, ad esprimere maggior vigore espressivo come a rimarcare una differenza anche stilistica con i passaggi più canonici, dove il Nostro si presenta come al solito affiancato dall’amico Armadillo. Anche in Un polpo alla gola era riuscito a commuovere, trattando con delicatezza la triste dipartita di un’amica, ma qui il percorso pare ancora più compiuto e di più complessa cifratura. Si parte dal pretesto della morte della nonna, trattata con quella leggerezza propria del suo modo di scrivere, che non scivola mai nella mera superficialità . A scorrere le bellissime pagine del racconto, ci si ritrova in un viaggio tra l’autobiografico e il fantastico (sono utilizzati diversi elementi fantasy) sulla scoperta delle proprie origini e di se stessi, quando ci rendiamo conto che siamo diventati adulti già  da un po’ e non ce n’eravamo accorti. Si ride tanto, ci si emoziona, talvolta ci si commuove anche se, quando il nostro umore chiama a gran voce una lacrima, si gira pagina e tutto viene smorzato con intelligenza e una sonora risata.

“Dimentica il mio nome” può essere considerato al tempo stesso un punto di arrivo e di partenza, difficile immaginare cosa potrà  uscire dalle sue matite dopo aver sviscerato tanto di se stesso. Di sicuro, ad oggi la cosa più bella che abbia disegnato (e scritto) ed una delle migliori letture del 2014 che si appresta a calare il sipario.
( Enrico “Sachiel” Amendola )

THE OPPOSITE OF LONELINESS
Marina Keegan

[Simon & Schuster UK]

Marina Keegan è morta il 26 maggio 2012, a ventidue anni. Si era laureata pochi giorni prima a Yale e, come ricorda la sua professoressa Anne Fadiman, nell’ultimo anno aveva: «collezionato premi, lavorato come assistente di Harold Bloom, realizzato un’opera teatrale, recitato in due spettacoli, servito come Presidente dei Democratici del College di Yale, fatto uno stage alla Paris Review, ottenuto un lavoro al New Yorker, scritto in ogni momento libero, trovato l’amore».

Quel giorno aveva pranzato dalla nonna, vicino Boston, poi si era messa in viaggio con il suo ragazzo per andare a festeggiare i cinquant’anni del padre a Cape Cod. Il ragazzo, che non aveva bevuto, nè stava correndo, ha avuto un colpo di sonno. Hanno urtato il guardrail e la macchina si è ribaltata. Entrambi avevano le cinture allacciate: lui non si è fatto nulla, lei è morta. Due anni più tardi Simon & Schuster ha pubblicato “The Opposite of Loneliness”, una raccolta di testi postumi di Marina Keegan, duecento pagine di racconti e saggi brevi. Il libro si apre con Cold Pastoral, una storia già  pubblicata sul New Yorker, che parla di una studentessa universitaria e della sua inadeguatezza nell’affrontare la morte del ragazzo: non è tanto la sofferenza per la perdita a colpire la narratrice, quando la scoperta dell’esilità  della loro relazione amorosa, evidenziata dal confronto con la ex di lui; la capacità  di raccontare la complessità  dei rapporti affettivi è forse la dote migliore di Marina Keegan.

C’è una grande varietà  di temi nei racconti: si va dalle storie di coppia ambientate al college alla vicenda di un architetto americano in Iraq, dal rapporto tra un giovane non vedente e un’anziana pensionata alle avventure dell’equipaggio di un sottomarino.

Tra i saggi, sono da ricordare: “Stability in motion”, dove la Keegan, descrivendo una vecchia auto, ci racconta la sua adolescenza; “Even Artichokes Have Doubts”, un’inchiesta sulle vantaggiose offerte di lavoro che le banche presentano agli studenti delle facoltà  umanistiche dei migliori college USA, spingendoli così ad abbandonare i loro sogni; “Against the Grain”, che racconta la commovente, e a tratti buffa, battaglia della madre di Marina per evitare che la figlia si senta diversa a causa della sua celiachia. Il filo conduttore del libro è la spietatezza nel rappresentare le debolezze umane, che però non diventa mai cinismo e non sottrae vitalità  alla pagina. Nell’introduzione di The Opposite of Loneliness Anne Fadiman descrive così la scrittura della Keegan: Marina aveva ventun anni e scriveva come una ventunenne, una ventunenne dotata, una ventunenne che sapeva come usare la lingua inglese, una ventunenne che capiva che ci sono pochi soggetti migliori dell’essere giovani, indecisi, ingenui, speranzosi, frustrati. Quando leggeva ad alta voce al nostro seminario, ci faceva morire dalle risate e poi, con la frase seguente, ci spezzava il cuore.
( Marco Gigliotti )

AMORE E OSTACOLI
Aleksandar Hemon

[Einaudi / Traduzione di Maurizia Balmelli]

Se mi chiedessero di riassumere in due parole la giovinezza, quel momento in cui i contorni dell’identità  sono incerti e tutto sembra possibile e, allo stesso tempo, complicatissimo, due parole che racchiudano il segreto di quel momento in cui la linea d’ombra è lì a pochi passi ma è avvolta dalla nebbia, ecco, quelle due parole sarebbero amore e ostacoli.
Aleksandar Hemon, bosniaco di nascita ma americano d’adozione, attorno a queste due parole chiave costruisce un romanzo di formazione frammentato in otto racconti.

L’identità  del narratore senza nome viene continuamente reinventata e rimodellata, nel disperato, ma non per questo privo d’ironia, tentativo di superare proprio quegli ostacoli del titolo. Ci sono il ricordo di una ragazza da baciare con prudenza sulla panchina in riva alla Milijacka, notti africane filtrate dalla lettura di Conrad, un mentore magnetico e strampalato che ama i Led Zeppelin e gestisce loschi traffici a Kinshasa, guerre tra bande di ragazzini, incontri con mostri sacri della letteratura, l’impatto con l’America, terra promessa di spaesamento, un padre che ha smesso di credere nella finzione e insegue l’utopia di un racconto vero fino al midollo, l’incontro con un doppio che mostra uno dei mondi possibili, un mondo di nostalgia in cui non si riesce a liberarsi di un destino buio e tragico.

Negli otto racconti di “Amore e ostacoli” c’è la vita con il suo sapore agrodolce, tragica e comica allo stesso tempo, capace di strappare un sorriso amaro anche nel buio di una notte africana o bosniaca o americana. Hemon ha scelto l’inglese come Conrad e Nabokov, ha abbandonato, con la sua lingua d’origine, una delle sue identità : forse il segreto è proprio questo, accettare che i contorni del proprio io sono sfumati e essere pronti a ridisegnarli di continuo.
( Sebastiano Iannizzotto )

LA GEMELLA H
Giorgio Falco

[Einaudi]

“La gemella H” non è un romanzo storico, nonostante sia copra un arco temporale che va dall’ascesa di Hitler al boom economico.
“La gemella H” non è una saga familiare, nonostante, attraverso le due gemelle del titolo, vengano narrate le vicende degli Hinner, da Bockburg, paesino immaginario della Baviera, a Merano, da Milano a Milano Marittima.
“La gemella H” è un romanzo che cerca di capire il presente e, per farlo, punta il microscopio su quel pezzo di Storia in cui si è formata la coscienza contemporanea. Per portare a termine un’operazione così difficile, Falco trova una lingua che riesce a mettere a fuoco con precisione anche (e soprattutto) le scorie della Storia, quei frammenti di quotidianità  che non rientrano nei libri di scuola.

Per esempio: per la famiglia Hinner, l’avvento del Nazismo significa un’espansione delle possibilità  economiche (meraviglioso l’elenco delle cose materiali in cui si traduce il totalitarismo: Abbiamo il frigorifero elettrico, il refrigerante è al freon [“…] Abbiamo l’aspirapolvere, risucchiamo briciole, capelli, insetti [“…] Abbiamo il ferro da stiro a vapore, l’asciugacapelli che mi sorprende ancora [“…] Abbiamo la lavatrice e la lavastoviglie, il tostapane automatico), un’espansione che contiene in sè il germe di quella fame di beni che dilagherà  poi con il boom economico fino alla bulimia contemporanea. Le parole scelte da Falco colano sulle cose, le ricoprono e ne restituiscono con precisione la forma. Le cose diventano parole, così anche Hitler: da carne si fa lettere e attraverso le lettere viene vivisezionato, il suo corpo stesso è sottoposto a un’autopsia. La prosa di Falco restituisce la densità  del tempo che scorre, il ritmo di un eterno presente che abbraccia un secolo intero, la pressione che questa dimensione temporale esercita su ogni individuo. Falco riesce a compiere un duplice movimento: va in profondità , incide con un bisturi la superficie del reale (oggetti, corpi, strade, edifici, automobili) e vi si immerge, ma allo stesso tempo si muove in progressione, la scrittura si fa tempo e ne restituisce il ritmo sincopato.
( Sebastiano Iannizzotto )

UN CERTO LUCAS
Julio Cortázar

[Edizioni SUR / Traduzione di Ilide Carmignani]

“Un certo Lucas” non è un romanzo.
“Un certo Lucas” non è una raccolta di racconti.
“Un certo Lucas” non è un saggio.
“Un certo Lucas” è un libro, ma somiglia a una cometa: il nucleo è Lucas, cronopio parente stretto di Horacio Oliveira di Rayuela, la coda è l’insieme di frammenti che lo riguardano, racconti brevi o brevissimi, le briciole del quotidiano e dell’ordinario che, guardate da un’altra prospettiva, sconfinano nell’extra ordinario. Lo sguardo di Lucas è obliquo e ironico: è questo il segreto che gli permette di tenere conferenze strampalate, di forzare la realtà  grigia e sonnolenta di un ospedale, di comporre sonetti che si capovolgono come clessidre, di farsi beffe della coerenza necessaria a raccontare, di misurare la distanza dalla donna amata in anni lumaca ( «[…] quando si ama a lungo e dolcemente, quando si vuole arrivare al termine di una dilatata attesa, è logico che si preferiscano gli anni lumaca»), di costruire una fabbrica di uragani nella costa della Florida.

Nella seconda parte, Lucas, apparentemente, non c’è. Ci sono storie, a volte ridotte a una manciata di righe. Lucas, non c’è, dicevo. Ma è un errore pensare che non ci sia: è Lucas a tenerle insieme, è Lucas il narratore e il custode e il centro attorno a cui gravitano queste storie surreali e ironiche. Quando anche l’ultimo frammento scivola via, e Lucas guarda a lungo la sua mano e la preme a lungo contro gli occhi, là  dove la prossimità  era la sola possibilità  di nero oblio, nasce subito nostalgia di lui e viene voglia di aprire di nuovo la scatola e di mettersi a frugare tra i frammenti di una vita.
( Sebastiano Iannizzotto )

UN’IPERBOLE E MEZZA ““ IL MIO CANE E’ SCEMO, IL MIO MONDO E’ CRUDELE E IO SONO SCONNESSA PIU’ CHE MAI
Allie Brosh
[Magazzini Salani / Traduzione di Cristina Scalabrini]

Una delle immagini con cui Allie Brosh può conquistarvi è di certo quella del “mostro” Alot. Niente di speciale, forse: un semplice giochino di parole, o meglio di associazioni, che però ha tutto quello che serve per essere amato all’istante. E’ divertente, usa l’immaginazione, riguarda la grammatica, ed è accompagnato da un disegno esplicativo, di quelli basici ed espressivi, raffigurante una creatura primitiva, goffa e pelosa. Nel momento in cui lo leggevo già  mi si stava imprimendo con affetto nella mente per non andarsene più. Tuttavia stiamo parlando di un tempo imprecisato precedente all’anno 2014 e dell’autrice dell’Alot allora non sapevo nulla. Forse ne avevo letto il nome ma, non conoscendola, l’ho scordato nel minuto successivo, facendolo precipitare nell’oblio delle informazioni scartate. Solo un paio di mesi fa, con l’uscita in Italia di Un’iperbole e mezza, sono riuscita a unire tutti i puntini e vedere che le cose quadravano perfettamente.

L’Alot infatti non era un caso isolato. E non era nemmeno l’unica creatura ad abitare la mente della Brosh. Come abbiamo visto accadere più volte, tutto è partito da un blog. In questo caso un blog illustrato aperto nel 2009 il cui personaggio principale è un altro improbabile esserino che potreste aver già  visto in rete, alienato sopra un divano, o anche imbronciato dentro una felpa col cappuccio. Trattasi di un piccolo pesce in t-shirt rosa, problematico e spassoso insieme, che altri non è se non la stessa Allie Brosh (In fondo al cuore io sono questa assurda, strana cosa). Attraverso il piccolo pinnuto l’autrice imbastisce una serie di storie con le quali riesce a raccontare se stessa, i suoi pensieri, e la sua vita a tutto tondo: dagli aneddoti dell’infanzia (impagabile la storia de La festa) alla difficile quotidianità  di persona adulta (pulizie di casa e pagamenti allo sportello bancario in testa); dai problemi più comuni, come i tentativi di educare un cane, a quelli più personali e delicati, come la depressione. Il tutto riportato attraverso riquadri, scritte, disegnini e fumetti volutamente sgangherati, seguendo di volta in volta il pesciolino in t-shirt mentre si cimenta con buoni propositi, debolezze, pensieri perniciosi e, soprattutto, con la sua salvifica carica di comicità  autoironica alla quale fa continuo appello. Come si trattasse di un testa a testa tra il suo lato buono e quello kamikaze, o meglio tra quello propositivo e quello distruttivo. Un raffronto che viene ben spiegato nella vignetta che la Brosh disegna per spiegare le sue difficoltà  nel trovare la giusta motivazione a raggiungere un obbiettivo: «Per me la motivazione è quel gioco orribile e spaventoso in cui cerco di convincermi a fare qualcosa mentre faccio di tutto per non farla. Se vinco, devo fare qualcosa che non mi va di fare. Se perdo sono un passo più vicina al punto in cui manderò in aria la mia vita. E fino all’ultimo secondo non so mai se vincerò o perderò. » Intorno al 2012 gli aggiornamenti del blog si sono interrotti ed Allie Brosh, ha dovuto dedicarsi esclusivamente al suo stato di salute. E’ tornata però l’anno successivo con una nuova storia “Depressione parte seconda”, completando il racconto della malattia e riscontrando da parte dei lettori un enorme successo ed una sentita vicinanza (in molti le hanno scritto direttamente, per ringraziarla o consigliarla e le visite al sito sono arrivate intorno al milione e mezzo giornaliero). Di lì al progetto editoriale è bastato poco.

Un’iperbole e mezza è un libro illustrato la cui lettura richiede il minimo impegno, ma – come l’Alot – ha tutto quello che gli serve per essere amato all’istante: ha gli animali che nella fattispecie sono dei cani problematici; ha i disegnini: probabilmente la parte migliore, la più efficace del progetto; disegnini semplici e magnifici, dal tratto rassicurante, spiritoso e colorato, ormai caratteristico, realizzato con un programma analogo al Paint, come a dire una volta in più sì, sono come voi, una di voi”; ha un’attitudine sdrammatizzante e realistica, perchè “nella tragedia c’è davvero molta commedia; e ha anche un’umile compattezza, dato che offre la possibilità  di essere letto in pochissimo tempo (e magari, come è capitato a me, con funzione di parentesi rallegrante mentre siete impaludati in qualcos’altro di corposo). Inoltre, è un libro illustrato, cioè non un vero e proprio fumetto, e non una graphic novel, ma qualcosa che non capita spesso di leggere e il cui solo formato rievoca antichi felici momenti.
( Tarin Nurchis )

I MIGLIORI LIBRI DEL 2014 / PARTE SECONDA