Non hanno bisogno di particolari presentazioni i canadesi Arcade Fire, vale a dire uno dei gruppi più importanti di questo scorcio di secolo. Il complesso formato, tra gli altri, dai fratelli Will e Win Butler e dalla moglie di quest’ultimo, Règine Chassagne, ha scritto alcune delle pagine più intriganti degli ultimi 15 anni di musica pop. Ne riascoltiamo 10 brani in ordine cronologico ripercorrendo la loro parabola.

NEIGHBORHOOD #1 (TUNNELS)

2004, da “Funeral”
Dopo un omonimo EP, dove già  si intravedeva un timido tentativo di commistione tra il pop da camera, il revival new wave e l’indie rock poliedrico di Built to Spill e Modest Mouse, nel 2004 apparse “Funeral“, un evento parossistico che scosse tutta la scena rock indipendente. Ricordo che ai tempi fu una ventata di freschezza e di eclettismo come non ne sentivo da anni: uno dei pochi, veri “instant classic“. L’album si apre col delicato carillon di “Neighborhood #1 (Tunnels)”, e la struttura a guisa di mini-suite già  prepara l’ascoltatore a 45 minuti mozzafiato.

NEIGHBORHOOD #3 (POWER OUT)

2004, da “Funeral”
E’ il brano con cui ho conosciuto gli Arcade Fire: su uno dei primi canali in digitale (mi pare si chiamasse “Flux“) passò questo video strano con tanti omìni incappucciati che saltellavano nella neve, sovrastati da una città  in fiamme. Voce e sound mi ricordarono vagamente gli Smiths, tanto che aspettai il termine della canzone per conoscere il nome dell’artista. Questa baraonda di scoppi e tintinnii è, per quanto mi riguarda, uno dei pezzi più memorabili di quegli anni.

WAKE UP

2004, da “Funeral”
Immancabile negli show dal vivo, complesso nell’architettura, contagioso col suo coro da stadio, “Wake Up” è stato a lungo il brano più noto della formazione, ed è tuttora la quintessenza del loro stile brillante e radioso.

REBELLION (LIES)

2004, da “Funeral”
Credo sia la canzone che detiene il record di minor numero di secondi ascoltati prima di essermi entrata nel cuore. Dopo aver visto il video di “Power Out” (vedi sopra), in mancanza di YouTube (era il 2004) decisi di sfoderare eMule alla ricerca di quel brano, di cui però non ricordavo il titolo. Beccai questa e dissi, beh, no, non è lei, però”… scarichiamoci tutto l’album, và !

INTERVENTION

2007, da “Neon Bible”
“Funeral” fu talmente strabordante che la quantità  di idee fece spillover fin sul seguente “Neon Bible“. Integrato un pizzico di cantautorato americano (con Bruce Springsteen a far da principale nume tutelare), il secondo lavoro non delude le attese, pur messo a confronto con l’inarrivabile esordio. “Intervention” è un sermone da chiesa a passo d’organo, ingraziosito con gli scampanellii dei vibrafoni e da un’impalcatura in crescendo emotivo, veri marchi di fabbrica dell’ensemble.

NO CARS GO

2007, da “Neon Bible”
Già  presente sull’EP d’esordio (2003), dov’era il pezzo forte, “No Cars Go” viene felicemente rivisitata per apparire su “Neon Bible”. In questo periodo l’abilità  degli Arcade Fire di costruire pezzi fantasiosi, mai banali e terribilmente orecchiabili è stupefacente, e sfrutta un clamoroso stato di grazia. La banda suona come un circo itinerante il cui passaggio fa sbocciare sorrisi e raggi di sole fin nei bassifondi più cupi.

MY BODY IS A CAGE

2007, da “Neon Bible”
Già  dal titolo, “Neon Bible” cerca di introdurre elementi più riflessivi a un sound che a tratti si avvicina all’umore gotico del post-punk, a differenza di “Funeral” che, a dispetto dell’intestazione, suonava tutto fuorchè meditabondo. L’opera si chiude con l’elegia lamentosa di “My Body Is a Cage”, ancora accompagnata dall’organo e conclusa in un vibrante messianesimo funebre. Il sommo Peter Gabriel se ne innamorerà  e ne inciderà  una propria versione nell’album “Scratch My Back” del 2010.

WE USED TO WAIT

2010, da “The Suburbs”
Il lungo “The Suburbs” suggellò quel periodo d’oro con un altro lavoro di spessore, con cui gli Arcade Fire divennero punti di riferimento incontrastati dell’indie rock. Più maturo e ““ forse per questo ““ meno orecchiabile, la terza fatica spazia in lungo e in largo alla ricerca di un baricentro che forse non c’è. “We Used to Wait” è una concessione ai sing-along di “Funeral” e dimostra la tenace volontà  dei Butler nel trasformarsi in arruffapopoli generazionali come furono gli U2 un quarto di secolo prima.

SPRAWL II (MOUNTAINS BEYOND MOUNTAINS)

2010, da “The Suburbs”
In tutto quel dispiegamento di mezzi, il brano che resterà  negli annali sarà  però la disco-music di “Mountains Beyond Mountains”, che mette insieme Blondie e ABBA e apre definitivamente la carriera degli Arcade Fire alle produzioni più ballabili à  la LCD Soundsystem.

AFTERLIFE

2013, da “Reflektor”
Prodotto proprio da James Murphy, “Reflektor” è, nella migliore delle ipotesi, un tributo alla musica disco degli anni “’70 e al synth-funk di Prince e Michael Jackson degli “’80; nella peggiore, un malriuscito tentativo di stare al passo del revival synthpop degli anni “’10. Personalmente non ho mai disprezzato questo disco: qualche passaggio a vuoto, esageratamente lungo, ma di spunti gradevoli ne è pieno, e si colloca certo al di sopra della media delle mille next big thing electropop che hanno ammorbato l’ultimo lustro.
Oltre alla title-track, una menzione va almeno ad “Afterlife” e al suo ritornello melodrammatico.

Dopo “Reflektor” gli Arcade Fire hanno pubblicato un unico altro album, “Everything Now” (2017), su cui è meglio stendere un velo pietoso. Forse neppure il più cinico dei detrattori avrebbe potuto immaginare una conversione tanto sfacciata quanto sciatta a quel polpettone dance-pop di bassa lega, che ha dissolto buona parte dell’aura magica che aleggiava intorno ai canadesi. Ma ciò che è fatto è fatto, e per almeno la seconda metà  degli anni 2000 Butler e compagni sono stati uno dei fari della scena alternativa, e il loro lascito va contabilizzato vicino a quello dei classici dell’ultimo ventennio.