ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì (Speciale Green Selection) #73

 
24 Giugno 2022
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti”, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

MANUEL AGNELLI, Signorina Mani Avanti

E che gli vuoi dire al Manuelone nazionale, che tutto quello che tocca lo trasforma in una cavalcata al fulmicotone, in una bella esplosione tritoleggiante che fa fare bum-bum al cuore delle sue fan over 50 ma – diciamocelo – anche a quelle under 50, under 40 e under 30: l’adone del rock italiano è ancora in forma, magari non smagliante, ma la verità è che un fuoriclasse vero anche le gambe legate riuscirebbe ad eccellere nel campionato più mediocre di tutti. Nel calcio, come nella musica, sto parlando ovviamente del nostro amato Belpaese.

DITONELLAPIAGA, Disco (I Love It)

Eccola qui! La hit della nuova femme fatale italiana (almeno, io ci muoio) che stavamo tutti aspettando e che arriva con le ali di un brano che rimane sospeso tra Tina Turner, Grease, Spice Girls e Emanuelle; certo, niente che mi spettini (impossibile, sono pelato dai 16) ma è anche vero che lo preferisco agli altri tentativi di tormentoni che tormentano e basta questo weekend di fine giugno, sul photofinish della celebrità estiva. Ma quanti ne sono usciti oggi?

CHIELLO, Dove vai

Mamma mia, ma quanto è forte Chiello? Sì, perché il nuovo alfiere della Gen Z conquista anche i vegliardi come me sin dal disco d’esordio per quella scelta estetica e poetica che conferma anche qui in “Dove vai”, fondendo corsivo con uno slancio sixties che rende tutto ancora più glam, ancora più cult. Certo, un po’ ricorda nelle melodie e nel piglio del ritornello il super tormentone “Quanto ti vorrei”. No, diciamo che ora che l’ascolto bene lo ricorda eccome: ma sticazzi, a me il pezzo piace lo stesso.

I BOTANICI, Un istante

Mi piace molto, il ritorno dei Botanici, che riprendono in mano un certo timbro alla RHCP con quell’arpeggino di chitarra che regge con eleganza e fotta il testo ben scritto di un brano che racconta, come sempre, uno scarto generazionale che diventa, al centro della canzone, declamazione di un disagio sentito, sincero e – forse – ora un po’ più “esorcizzato”. La climax finale mette proprio voglia di scappare via da tutta questa atroce, anonima e atrofizzante liquidità. Spoiler: c’è un assolo molto rock, mezzo vanhaleniano.

CIMINI, DUTCH NAZARI, Etna

Che coppia, quella fra il cantautore calabrese e il rapper veneto: c’è una bella sinergia tra i due, e si sente sin dalla partenza di un brano che vuole essere estivo senza ammettere di essere estivo e quindi si “autosabota” con un testo scritto troppo bene per diventare hit. Ovviamente, neanche a dirlo, queste sono le hit che mi piacciono: cioè, quelle che ti fanno muovere senza dover a tutti i costi spegnere il cervello.

COLIBREE, Fermo immobile

Parte il brano e ti immagini un esordio, per Colibree, a metà tra Satie e Evans; invece, ti rendi conto che quella è solo una delle declinazioni possibili di un artista che, nella vita, ne ha ascoltata eccome di musica, perché altrimenti non ti spieghi come sia possibile possedere un gusto simile, e trarne fuori un tale melpot di influenze che incrociano il jazz con l’hip hop, la trap con il pop più melodico, il glam con il minimal. Colibree, come l’omonimo volatile, è leggero, leggerissimo, e va velocissimo sin dalla partenza: provate a tenerlo d’occhio, prima che se ne scappi troppo lontano.

Marāsma, Mi basterebbe una notte

Bel ritorno sulle scene per il talento di Formica Dischi, che dopo un esordio roboante con il brano “Falene” conferma tutto l’estro di una penna da seguire con attenzione: il brano fotografa la necessità di rinascita di un cuore (e di una generazione) in cerca di nuovi battiti, al ritmo di una cavalcata pop che ricorda, a suo modo, le ballad da tempo delle mele. C’è qualcosa di mainstream che, allo stesso tempo, non disperde la ricercatezza poetica di una serie di immagini giuste, concrete, tangibili. Bella storia.

YASSMINE JABRANE, Bazaar

Che ve lo dico a fare, io di Yassmine mi sono innamorato sin dal primo ascolto del suo nuovo singolo “Bazaar”: saranno le influenze urban e neo-soul che caratterizzano la sua proposta, saranno le sonorità medio-orientali che stabiliscono una rotta di scambio fra Roma e l’Impero, saranno le immagini giuste che dipingono, agli occhi di un turista musicale come il sottoscritto, il girovagare di un cuore sperso nel labirinto delle domande che ognuno si fa; insomma, sarà quel che sarà: “Bazaar” parla a tutti, sì, ma lo fa con l’autenticità dell’identità, dell’unicità. Vedi un po’ se è poco.

KASHMERE, Chi ti crederà più

Bel ritorno per il talento italo-svizzero, che dopo l’esordio con “James Brown” torna a far sentire la sua voce alla scena con un brano che mescola rock, dance e una buona dose di caro e vecchio “funky”: il ragazzo ci sa fare, scrive “pane al pane, vino al vino” e quanto pare non ha affatto dimenticato le angherie di qualche amore passato che ora, dopo una fine tempestosa, ha trovato espressione di sé stesso in una hit che non si siede su pose di sorta, anzi. Bella storia, che merita di ottenere sempre più attenzione.

MASEENI, Canzoni d’amore del terzo tipo (album)

Cè qualcosa di squisitamente brit nel disco di Maseeni, che mette in pila una manciata di canzoni lisergiche che stanno benissimo incollate addosso al timbro soffice e allo stesso tempo tagliante del chitarrista dei B.M.C.: c’è una scrittura interessante, una visione musicale che sposa molto ben mainstream alla Paradiso e rock’n’roll alla Oasis, un’ottima attitude che fa involare l’ascolto sin dal primo play.

STEFANO BARIGAZZI, Last Desire

Bel piglio che fa rotolare tutta la produzione, quello di “Last Desire” di Stefano Barigazzi, che con un mood un po’ a la Pearl Jam fa rombare i motori di un brano che esplode nei punti giusti, con una frammentazione giusta di pop e rock’n’roll ben fatto. Poi, almeno io la penso così, dove c’è una steelguitar c’è sempre del gran ormone che si sprigiona.

AIDA, Lo sai che c’è

Mamma mia, che ondata rock’n’roll quella degli Aida, band fiorentina salita alla ribalta negli ultimi mesi con qualche colpo azzeccato, e sempre fedele alla linea del distorsore: attenzione, non fraintendete! Nulla di “posaiolo”, di eccessivamente nostalgico: “Lo sai che c’è” è una cavalcata che va dritta al sodo, non utilizza grandi voli pindarici e poetici per dire quel che c’è da dire, ossia che le cose vanno fatte nel giusto tempo, col giusto modo e con la stessa sincerità che contraddistingue il modo di fare della band. Ottima conferma.

INIGO, Estate del ’96

Inigo dedica all’estate di 25 anni fa una canzone che sa di nostalgia e lacrime, sopratutto perché ricorda un po’ anche la mia, di estate del ’96, con i baci a stampo nascosti dietro l’angolo del piazzale della chiesa mentre gli amici ridono e giocano a pallone con i supersantos bucherellati che sbattono polvere e gioventù un po’ ovunque. Il timbro mi piace molto, tra l’altro, e non è cosa da poco possederne uno così “identitario”: da averne cura.

ELLA, Al muro

Piglio invece a metà tra pop, blues e rock delle origini per la super roar Ella, che imbraccia distorsori e mood da vendicatrice per sputare fuori quel po’ di veleno che resta ad un “cuore che inventa ogni voglia” mentre la voce, comunque, scala vette importanti arrampicandosi verso altezze quasi vertiginose e dimostrando una buonissima attitudine al cantato per un progetto dal giusto pepe.

SAVMA, Questo sono io

Mood da inizio anni 2000 extra-pop (a cavallo tra Subsonica, Neffa e Pino Mango per l’attitudine melodica) per Savma, che con linee che ricordano anche un po’ la Disney tira fuori dal cilindro un brano che scivola con leggerezza, senza lasciare magari troppa traccia ma riuscendo, in fin dei conti, a non far storcere troppo il naso ai soliti menagrami. Tipo me.

SALBA, Quando sono  così

Ballad riuscita per Salba, che tira fuori un ottimo sound per la sua “Quando sono io”, saltellando con confidenza su un brano che mescola pop, hip hop e un certo slancio mainstream che gli sta molto bene addosso: il testo rotola bene, aiuta il tutto a prendere quota e il ritornello diventa un mezzo inno che potrebbe guidare l’estate di molti. Quella di Salba, sicuramente.

DARIO NACCARI, Grosso Frank

Ah, mi fa allargare un po’ l’anima questo brano, che Dario Naccari canta con il vecchio Mississippi tra i denti e con qualche reminiscenza dylaniana che prende il volo attraverso un arrangiamento giusto, giustissimo: e finisci così con il sentirti proprio come il “grosso Frank”, che diventa metafora dello slancio che tutti vorremmo avere verso un futuro migliore, anche quando non siamo altro che dei poveri bastardi.

SHADOUONE, T-RIP

E’ tornata anche l’artista più misteriosa della nuova scena emergente, con un brano che potrebbe stare benissimo addosso a qualche diva pop internazionale: “T-rip” rotola con efficacia mescolando la solita violenza di scrittura di Shadouone con una dolcezza fragile che rivela, attraverso le crepe sul petto, l’esistenza di un cuore tenero. Anche se non sembra affatto, ascoltando “T-rip”.

FEDERICO CACCIATORI, Il riflesso che dominerò

Federico è uno di quelli che, ad ogni nuova uscita, ama sparigliare le carte e rimescolare le acque per vedere se, dal fondale della sua creatività, si alzano nuove visioni, s’innalzano nuove superfici: ecco perché, oggi, l’inizio di una nuova era per Cacciatori, con il suo primo brano “cantato”, non stupisce chi da sempre, come me e come noi, segue le piroette artistiche di un piccolo ciclone impazzito, al quale – di certo – il coraggio non manca.

CORTELLINO, Lento

Se la prende con calma, Cortellino, per tirare fuori dal cilindro un brano che nasce sotto il segno di batterie elettroniche e scrittura chirurgica, di quelle che tagliano l’anima come burro attraverso il giusto ordine di parole e immagini azzeccate che rendono ancora più etereo e allo stesso tempo concreto un brano che racconta la fuga dalla liquidità che tutti sogniamo.

SIMONE GALASSI, Replica

Bella storia, per Simone Galassi, che replica quanto di buono fatto in passato con un brano che lui canta un po’ sottovoce ma la verità è che arriva come un urlo: l’arrangiamento aiuta il tutto a prendere una via che unisce Rettore e Silvestri con il tocco alchemico del mago. Non male, mi piace e me lo riascolto volentieri.

THE SNOOKERS, Camaleonte

Buon brano, quello degli Snookers, che con “Camaleonte” abbracciano un funky-pop che non disdegna di certo il mainstream ma piuttosto lo “ridisegna” attraverso lo stilo preciso di una scrittura che si fa apprezzare, senza cadere in eccessiva banalità. Mi piace, anche se non è esattamente il mio ascolto preferito.

FERRETTI, Appunti di vita

Produttori importanti per Ferretti, che nei suoi appunti di vita trascrive senza troppi filtri (e con un sacco di fiato, cavoli, ho l’asma solo a pensarci) un flusso di coscienza che diventa condanna di un certo modo di vivere le cose, viatico utile a disinnescare “algide risposte alle cose” attraverso una mescolanza tra hip hop e canzone d’autore. Un brano particolare, di certo.

CARLOMANZO, Premi Oscar

Oh, non mi dispiace affatto il singolo di carlomanzo, che tira fuori dal cilindro una ballad che cresce poco a poco, e lo fa bene: c’è dentro una magia che porta la climax a crescere nel modo giusto per poi esplodere in un ritornello che ricorda un po’ Cremonini ma lo fa senza troppa ricerca emulativa. Bella storia, a tratti quasi sanremese, ma saranno di certo gli archi.

MATILDE, Fantasmi

C’è una bella sincerità nel nuovo singolo di Matilde, che rotola per bene grazie ad una scrittura che, nella sua semplicità, tira fuori un’autenticità niente male che aiuta di certo la produzione a prendere il volo (oh, per una volta non succede il contrario: la “canzone” prima di tutto!) dando, tra l’altro, l’impressione che ci sia un ottimo margine di miglioramento che confidiamo possa essere incentivato. Io, intanto, aspetto conferme.

RASTRONI, Alcune illusioni

Che paura che mi fa il singolo estratto dal disco di Rastroni, che parte con una certa melliflua e insinuante sensazione di disagio che poi scopri essere la colonna portante di un testo che, comunque, un po’ d’angoscia lo mette: De Gregori parlava di “incubi riusciti” e credo che per “Alcune Illusioni” si potrebbe parlare della stessa cosa. Ovviamente, c’è una volontà poetica ed estetica nel ricercare tutto ciò, senza tra l’altro precludere la cavalcata rock che parte dopo il primo ritornello. E mi ricorda, un po’ per il timbro vocale, il compianto Mango.

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