MAGICI FIORI NEL GIARDINO DELLE PRIMIZIE INDIE-POP: LA NOSTRA CHIACCHIERATA CON THE ORCHIDS

 
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6 Novembre 2022
 

Pensare che, nel 2022, siamo ancora qui a parlare dei veterani Orchids ci emoziona. La band scozzese, formatasi nel lontano 1985, in tutti questi anni ha lasciato un segno indelebile non solo nella storia della Sarah Records, ma anche nei cuori di chi ama l’indie pop più estroso e raffinato. Il nuovo album, “Dreaming Kind“, arriva ben otto anni dopo “Beatitude#9” e ci mostra una band in perfetta forma, ancora in grado di giocare con il bedroom-pop, rendendolo dolce, deliziosamente sofisticato, accattivanti e ballabile. Gli anni passano ma gli Orchids continuano a non deluderci. Il chitarrista Keith Sharp ha risposto in modo molto esaustivo alle nostre domande su presente ma anche sul passato del gruppo scozzese.

(L’intervista, nella sua forma originale, si trova sul numero 505/settembre 2022 di Rockerilla)

Ciao Keith, come state? Ma, curiosità, abitate tutti nella zona di Glasgow?
Ciao Riccardo, è un piacere conoscerti e scriverti. Qui va tutto bene. Si, la maggior parte della band risiede nell’area di Glasgow, anche se John è un po’ più lontano, nell’Ayrshire. Ma siamo tutti abbastanza vicini da poter provare e incontrarci abbastanza regolarmente ora che le restrizioni del Covid si sono un po’ attenuate.

Non si può certo dire che siate una band emergente, ma dimmi la verità…quando esce un disco l’emozione è ancora la stessa dei primi tempi o è cambiata?
È eccitante al 100% come agli inizi, ma nello stesso tempo ti confesso che cambiata un po’ per il diverso modo in cui la musica viene pubblicata al giorno d’oggi, per esempio il primo singolo del nostro nuovo album è in digitale, quindi non possiamo mettere fisicamente le mani su una copia. Ma sentire una delle nostre nuove canzoni alla radio è emozionante, come lo è sempre stato.

Dal 2007 gli Orchids hanno vissuto una seconda vita come band. I principi musicali sono rimasti quelli di sempre nella vostra carriera, ma certamente, come hai fatto notare anche tu, il mondo della musica è cambiato ed è in continua evoluzione. Mi piacerebbe sapere come la band si è adattata a tutti questi cambiamenti che si sono succeduti negli anni: il mondo della musica è migliorato o peggiorato (parlo sia da un punto di vista tecnologico che da un punto di vista “etico”)?
È evidente che oggi la musica si ascolta soprattutto in digitale piuttosto che su vinili e CD. Da un punto di vista ambientale e della praticità, diciamo così, posso parlarti dei vantaggi della cosa: tutti, per esempio, possiamo testimoniare la quantità di spazio che le nostre collezioni di dischi occupano in casa. In realtà c’è ancora una buona domanda per le uscite fisiche e siamo molto contenti che il nostro nuovo disco esca in vinile e in CD per chi lo desidera. Certo, è inevitabile pensare anche a cose complicate che riguardano i costi del trasporto e della spedizione dei prodotti fisici all’estero, che ora possono essere enormi a causa della Brexit, per non parlare dell’aumento dei costi del carburante e così via. Una delle cose interessanti dello streaming è che le band devono trovare il modo di far sì che la gente torni ad ascoltare la musica o un album più volte sulle varie piattaforme, invece di puntare solo alla vendita iniziale, questo per assicurarsi che un album abbia una vita più lunga.

Parliamo del nuovo album. Inizierei dalla casa discografica. Come siete arrivati alla Skep Wax?
Conosciamo Rob e Amelia da molti anni, dai tempi della Sarah Records e ci siamo imbattuti in loro di tanto in tanto quando abbiamo fatto concerti nello stesso cartellone. Durante il lockdown, hanno fondato la loro etichetta, la Skep Wax, per pubblicare la loro musica e hanno avuto la geniale idea di dare alle stampe un album/compilation per mostrare ciò che vari artisti della Sarah Records stanno facendo ora, dal punto di vista musicale. Siamo stati felici di partecipare, l’album si chiama “Under The Bridge” e offre è un ottimo ascolto. Poi, quando abbiamo detto loro che stavamo finendo il nostro nuovo album, lo hanno ascoltato e hanno detto che volevano pubblicarlo. Siamo rimasti colpiti dalla serietà con cui hanno preso la cosa e dal modo in cui hanno usato i loro numerosi contatti per promuovere l’etichetta, quindi, finora, è stato fantastico lavorare con loro.

La perfetta chimica tra voi e Ian Carmichael è ormai un marchio di fabbrica, che ne dici?
Sì, è vero, Ian ha prodotto quasi tutti i nostri dischi, a partire dai primi singoli. Anche in questo caso, il modo in cui lavoriamo insieme è cambiato un po’ nel corso degli anni. Ai tempi della Sarah Records tutto veniva registrato da zero in studio, ma oggi tendiamo a registrare le tracce di base a casa del nostro bassista Ronnie e poi facciamo le voci e le sovraincisioni con Ian. Tuttavia, ora lui vive a Barcellona e questo rende le cose un po’ più complicate. Per questo nuovo disco, avevamo realizzato le tracce di base prima del Covid e poi, ovviamente, è scattato l’isolamento, quindi abbiamo dovuto discutere le idee tramite messaggi di gruppo e chiamate Zoom. Poi, quando le restrizioni sono state revocate, l’estate scorsa, abbiamo potuto trascorrere una settimana insieme in un fantastico studio chiamato Watercolour nelle Highlands scozzesi per finire il disco e siamo molto soddisfatti dei risultati. Più che mai, questa è stata una vera e propria collaborazione tra Ian e la band e abbiamo ritenuto che gli fosse dovuto un credito di co-scrittura per il suo coinvolgimento durante tutto il processo.

Il disco precedente è del 2014. Le nuove canzoni sono tutte recenti o alcune risalgono a qualche anno fa e sono state riproposte per l’album?
Hai ragione, l’ultimo album risale alla fine del 2014, quindi sono passati quasi 8 anni! Ci sono alcune ragioni per questo lungo intervallo. Innanzitutto il nostro chitarrista John sha avuto dei problemi al cuore e questo ha fatto sì che la band andasse in pausa per un po’. Poi nel 2017 abbiamo pubblicato un doppio CD retrospettivo intitolato “Who Needs Tomorrow” su Cherry Red Records, che ha comportato molto lavoro, tra cui il riordino di alcuni brani inediti e la registrazione di uno dei nostri primi singoli appositamente per la compilation. L’impulso per il nuovo album è nato all’inizio del 2018, quando il nostro amico John Jervis ci ha chiesto di registrare un singolo per la sua etichetta. Questo significava che dovevamo tirar fuori dal cilindro un paio di nuove canzoni abbastanza velocemente e questo ha dato il via al lavoro, quindi le canzoni risalgono a quel periodo. Ovviamente il Covid ha ritardato le cose di un anno o due e, ora, siamo qui con l’album finito.

Lasciami spendere delle lodi per “I Never Thought I Was Clever”, un brano che adoro: forse uno dei vostri brani migliori in assoluto! Come è nata questa canzone?
Grazie mille per le tue gentili parole, anche noi consideriamo questa canzone come un pezzo forte. Con questo nuovo album le canzoni sono nate in molti modi diversi: i vari membri della band hanno portato verie idee musicali alle prove e il nostro cantante James ha trasformato queste idee in canzoni completamente finite. Per “I Never Thought I Was Clever” James è partito dalla sequenza di accordi che abbiamo suonato più volte durante le prove e che è stata sviluppata nell’arrangiamento, poi lui ha proposto la melodia e il testo.

Ammetto di amare gli Orchids che mi fanno muovere e ballare, ma ho sempre amato anche il vostro lato più fragile e intimo. In questo disco c’è una canzone che mi commuove fino alle lacrime, è “Isn’t It Easy”. È una canzone magnifica. Dopo tanti anni che vi ascolto, mi chiedo ancora come fate a far combaciare così perfettamente queste due anime. Avete un segreto?
No Riccardo, in realtà non c’è un segreto, è solo che abbiamo, da sempre, molte influenze individuali e questo accade anche nel nuovo album: ci piace avere un po’ di varietà. Quindi ci sono canzoni in levare, canzoni più lente, canzoni basate sull’elettronica, canzoni acustiche spogliate e così via. Un’altra ragione per cui il lavoro dell’album ha richiesto molto tempo è che, una volta terminate le registrazioni al Watercolour l’estate scorsa, volevamo davvero degli archi dal vivo su “Isn’t It Easy”, ma a causa delle continue restrizioni del Covid, Ian non ha potuto viaggiare dalla Spagna, così ha finito per scrivere l’arrangiamento per i musicisti e poi ha supervisionato la registrazione degli stessi archi tramite una videochiamata, solo così, alla fine, ci siamo riusciti. Grazie ancora per le belle parole, siamo molto soddisfatti del risultato finale.

C’è qualcosa che, nella realizzazione del disco vi ha sorpreso o si è sviluppata in modo particolare?
Certo. Il brano “I Don’t Mean to Stare” è un buon esempio di canzone che ha preso una direzione inaspettata. È stata la canzone che abbiamo scelto per la compilation “Under The Bridge” ed è presente anche nel nuovo album. All’inizio l’abbiamo suonata come una canzone più convenzionale per la band e a Ian non era piaciuta nel suo complesso. Ma gli piacevano alcune parti, così ha preso quei pezzi che gradiva e ha aggiunto il suo contributo, così ora è più ricca di groove e dà all’album ancora una maggior di varietà. Questo è stato sicuramente uno dei casi in cui Ian è stato determinante per la stesura di un brano, per portarlo in una direzione completamente diversa.

Che bella canzone è “This Boy Is A Mess”. È perfetta per essere il primo singolo. Immagino che abbiate pensato anche voi che questo sarebbe stato il biglietto da visita ideale per l’album o avevate altre idee?
Sì, abbiamo pensato subito che questo sarebbe stato un buon primo singolo, perché è in levare, ha un grande ritornello e il riff di chitarra, il basso e la batteria lo guidano, quindi è un’ottima performance di gruppo. Ian ha coinvolto alcuni suoi amici di Barcellona per fare i cori, il che ha dato un tocco in più al ritornello. Ecco perché abbiamo deciso di filmarci mentre suoniamo la canzone in studio, per il video. Il nostro batterista Chris ha fatto un ottimo lavoro, dato che il testo guarda ai giorni passati e ha completato il video con le immagini della sua famiglia.

Hai parlato prima della compilation “Under The Bridge”, che ha entusiasmato tutti i fan della Sarah Records. Passano gli anni eppure quell’etichetta non abbandona mai i nostri cuori. Perché pensi che sia rimasta così importante?
In parte perché la musica che abbiamo amato a una certa età ci accompagna per tutta la vita, perché ci riporta a tempi più spensierati. Ma Sarah Records era un’etichetta discografica così speciale e, sebbene ci fosse una grande varietà musicale, la casa discografica era gestita da principi politici molto solidi, una reazione contro la scena musicale dell’epoca che ha avuto una grande risonanza tra la gente. Inoltre, ha pubblicato un sacco di grandi dischi che hanno superato la prova del tempo. Abbiamo ancora la possibilità di incontrare Clare & Matt e alcune delle altre band quando facciamo dei concerti ed è sempre un piacere vedere tutti.

Spesso quando leggo le vostre recensioni o i comunicati stampa mi emoziono, perché vedo il vostro nome accostato a leggende come Aztec Camera, Orange Juice o Teenage Fanclub. Sicuramente sono accostamenti che fanno piacere, ma, onestamente, pensate che, dopo tanti anni di carriera, alla fine questa vicinanza sia meritata perché anche voi siete ormai parte della grande tradizione musicale scozzese o vedete ancora quelle band come irraggiungibili?
Amiamo questi gruppi e il paragone è lusinghiero, ma ad essere onesti li vediamo ancora come i nostri eroi e non ci consideriamo allo stesso livello. Sai, l’anno scorso abbiamo suonato con i Bluebells, che sono dei ragazzi fantastici e, sebbene fossimo un po’ colpiti dal fatto che fossero delle star, beh, siamo stati felici di vedere che sono molto amichevoli e con i piedi per terra!

Il problema (musicale) di questa pandemia è stato, ovviamente, l’impossibilità di fare concerti. Quanto vi è mancato fare concerti dal vivo? Ora sarete in grado di promuovere live “Dreaming Kind”?
In realtà facciamo solo una manciata di concerti all’anno, a causa degli impegni di lavoro, delle famiglie e così via, quindi la pandemia non ci ha toccato più di tanto. In effetti siamo riusciti a fare un paio di concerti a Londra e a Barcellona poco prima del lockdown e poi un altro paio l’estate scorsa, quando le restrizioni sono state tolte. Quest’anno abbiamo già fatto concerti a Bristol e Londra e a Glasgow, nell’ambito del Glas-goes Pop Festival.

L’anno scorso il mio album preferito degli Orchids, “Unholy Soul“, ha compiuto 30 anni. Il tempo vola. Adoro quel disco, devo averlo ascoltato migliaia di volte. C’è qualcosa in particolare che, anche a distanza di così tanti anni, ricordate con affetto? È un disco importante anche per voi o, nella vostra discografia, c’è qualche altro album che preferite?
Il nostro ricordo principale di quel periodo è che avevamo un po’ più di tempo per sperimentare in studio e che, una volta scoperto che Ian aveva un campionatore, lo abbiamo bombardato con idee di suoni che avevamo trovato e che volevamo includere nelle nostre canzoni! Ian stava anche lavorando con la sua band One Dove e questo ha portato a un suono più elettronico in alcuni brani. Inoltre, questo è stato il primo album con Pauline Hynds, quindi la sua voce ha dato all’album un’altra dimensione, soprattutto nel brano “Peaches”: non a caso abbiamo continuato a lavorare con Pauline fino a oggi. Abbiamo anche realizzato un remix dance di 10 minuti di “Peaches”, che non è mai stato pubblicato e si perde nella notte dei tempi. “Unholy Soul” viene spesso considerato come il nostro miglior album e noi potremmo che essere d’accordo, ma lasciami dire che il nuovo album potrebbe essere il nostro migliore.

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