ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì #83

 
16 Dicembre 2022
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti”, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

VENERUS, Resta qui

Grande ritorno, con il solito consueto crossover che ha ormai reso quello di Venerus uno “stile” propriamente dicibile, per il cantautore: “Resta qui” si mantiene in piedi su una ritmica galoppante, incessante, in un’aria di festa collettiva vagamente sixties che esplode prima che il brano parta, mentre il brano sta andando, quando il brano finisce. Play, again.

C+C=Maxigross, Io me ne sto fermo ad aspettare

Che altro vuoi dal weekend, se il weekend ti da una cosa simile? Oggettivamente inarrivabile per qualità artistica, ricerca estetica e solita, indiscutibile dose di autenticità poetica: c’è uno sguardo, il solito sguardo a metà tra l’ironico e il cinico, quello sguardo del quale sono dotati i matti, i bambini e i poeti, insomma, quello sguardo che per una volta permette anche a noi, setacciatori dell’affollatissimo inferno musicale nazionale del venerdì, di guardare le cose sotto un altro punto di visto. Che sound pazzesco.

CLAVDIO, Guerra Fredda (album)

Non era scontato il ritorno di Clavdio, e ad essere onesto il nome del cantautore romano era ormai uscito anche dalla mia testa dopo essermene innamorato all’esordio; ecco perché oggi è un gran giorno, perché “Guerra Fredda” (titolo quanto mai azzeccato e tristemente contemporaneo) è un disco che deve essere capito, al quale devi permettere di entrarti dentro per entrarci dentro, e ora abbiamo tutte le vacanze natalizie per farlo. La voce di Clavdio, senza muoversi troppo dal suo “comfort range”, rimane incollata ad altezze baritonali che diventano guide attraverso testi immaginifici, dalle tinte qui itpop e là cantautorali, mescolando poesia e polvere. Devo riascoltare, ma a prima botta l’effetto sale già.

MANESKIN, La fine

Diciamo che la solfa è quella, e ormai l’abbiamo capita. Intrattenimento vero, che di artistico magari ha poco, ma quantomeno, appunto, intrattiene. Senza in effetti per questo svilire la dimensione culturale di una band che, a proprio modo, rappresenta la propria generazione, che è anche la mia: la generazione degli intrattenuti, pochi contenuti, rivoluzioni teoriche e tanta voglia di fare a pezzi il mondo dai pochi centimetri quadrati di un display. E se non lo fai ti sale la F.O.M.O e allora piglia male.

SANTI FRANCESI, In fieri (EP)

Ora è un po’ troppo presto per parlarne, ma avremmo fatto un torto alla storia e alla necessità patologica di stare al passo coi tempi se non avessimo speso qualche parolina sul duo vincitore di XFactor: il sound è quello che abbiamo scoperto in tv, e in effetti sembra ancora di avvertire nella realizzazione dell’EP la voglia di “visualizzare” spettacolarmente, quasi televisivamente, i brani, con tanto di cover annessa a fine tracklist. Per scoprire la vera identità del duo, dovremo aspettarne la disintossicazione dallo showbiz, convinti che la qualità ci sia. “Il pagliaccio”, la strada potrebbe partire da qui.

LOREN, Uniti (album)

Bell’album, quello dei Loren, che oramai sono vivi da tanti anni (come dicono loro) e non importa se non li hanno capiti (come dicono, ancora, loro) perché in questo tempo hanno costruito qualcosa che va oltre i numeri e la superficie delle cose. Il loro sound, per uno che li ascolta come me da sempre, è cambiato di disco in disco rimanendo fedele ad un’idea di musica che dev’essere contenuto, sempre: un’ossatura che si lascia intravedere in tutto il suo scintillante folgore sopratutto in “Uniti”. Catartico.

LIL KVNEKI, Solo come un cane

Mood da brit pop inizio 2000 per Lil Kvneki, progetto che raccoglie attorno a sé personalità mica da poco della scena contemporanea nazionale; lo slancio è quello da Gen Z che incontra la “flower power age” in un sound che guarda agli anni Sessanta filtrandoli attraverso la lente della contemporaneità, per un risultato godibile ed estremamente piacevole.

FLORA, Retrò (EP)

Esordio interessante per Flora, che mette in fila tre brani dal retrogusto per niente “retrò”, anzi: c’è un bello slancio lo-fi che non cela la mano dei produttori, anzi, la rivela nella scelta di un sound che ben si adagia, come un sottile strato di nuvole leggerissime, sulla voce in tempesta di Flora. Mi piace molto, c’è un’eleganza minimalista che permette alle atmosfere vocali di prendere il largo, ammarate da una penna che si fa notare subito.

QUALUNQUE, Via Disagio

Il timbro di Qualunque, a dispetto del nome dell’artista, non è un timbro “qualunque”, anzi; dentro c’è tutta la vita necessaria a rendere emotivamente intenso un testo che si incolla alla pelle e risuona nello stomaco prima ancora che nella testa, quasi come se avessimo fame di canzoni vere, e oneste, e sincere. Daje, Qualunque.

UFO BLU, Nn mi parlare nn mi stressare

Il sound convince, e devo dire che non è poco, perché la produzione davvero è interessante in mezzo a tanta nebbia del weekend; il drop del ritornello è inaspettato e funzionale ad alzare il livello d’interesse dell’intera traccia, con una certa “trascuratezza” studiata in salsa lo-fi che fa bene a tutta la canzone.

NOLO, Luminia (EP)

Venature elettroniche che incontrano un certo debole per le ballad acustiche di Nolo, progetto che non conoscevo e che si è fatto apprezzare (eccome) nel suo nuovo EP “Luminia”, piccolo cofanetto di perle capace di raccogliere il frutto di una buona penna, certo, ma anche di una produzione interessante, che rimanda al indie-pop inglese di inizio millennio senza tuttavia perdere di vista le radici nazionali.

CASX, FORSE DANZICA, Posso portarti con me

Mica male, il nuovo singolo di Casx e Forse Danzica, timbri giusti che paiono nati per andare a braccetto in questa ballad che lascia incontrare post-rock, pop-punk, dark wave e un certo gusto di scrittura autorale che si fa rispettare eccome; le chitarre creano un buon muro di suono sul quale non si schianta affatto la voce di Casx, capace di svalicare (forse in modo ancor più efficace di quanto non riesca a fare il compagno di uscita) l’orlo della barricata di distorsioni e ostinati ritmici creata da una produzione intelligente.

TIA AIROLDI, MARCO GENTILE, Even

Un lento quasi natalizio, ad un passo da un albero di natale che diventa luce nella notte per due innamorati che, tra alti e bassi, sanno di potersi ancora cingere i fianchi sotto il cielo del loro soffitto condominiale. C’è una passionalità sublimata nella dolcezza dell’abbraccio tenue, della carezza leggera, dello sguardo indulgente e, in parte, rassegnato di chi sa che la vita, in fin dei conti, è un lento che si consuma velocemente.

FEDERICO FABI, Dolce Signora

Una ballata sospesa tra tutto e nulla, il nulla di un accompagnamento minimale, degregoriano, che si apre sul ritornello con uno slancio tipicamente seventies, e il tutto di una scrittura che in modo elegante racconta un rapporto ancestrale con la Città Eterna.

MOSE’ SANTAMARIA, Epitaffio

Partenza che ammicca ad un certo fatalismo, in linea con il titolo del brano, che poi però si apre nella luminosità di una produzione che mescola efficacemente elettronica e slancio autorale, aprendosi in un mantra che diventa catartico.

BENELLI, Tanta fame, zero arte (album)

Benelli è stato uno dei primi progetti che ho avuto il piacere di recensire nella mia gloriosa, remunerativa ed esaltante carriera di recensore dilettante (poco recensore, tanto dilettante), e quindi non potevo lasciarmi sfuggire il loro nuovo album, dotato di un titolo che diventa manifesto di una generazione allo sbando. E dopotutto, la stessa sensazione, lo stesso significato si avverte attraversando la tracklist di un lavoro ben fatto e, appunto, ancora una volta generazionale.

BARBERINI, Giorni d’oro (album)

Che lavoro interessante, quello di Barberini, che tira fuori dal cilindro un disco che mescola elettronica, new wave, cantautorato e un’idea di pop che sembra fare dell’alchimia fra parti distanti il proprio segreto essenziale; c’è un equilibrio, in “Giorni d’oro” che accetta di essere messo in costante discussione da un’evidente predisposizione all’azzardo che vibra nelle vene e nel timbro, seducente e attivante, di Barberini. Ottimo disco, ottimo lavoro.

CORTESE, Cuorialcolici (album)

Sonorità itpop per Cortese, buona penna al servizio di un pop che vibra forse in modo a tratti un po’ troppo “retrò”, ma con un ottima identità di scrittura. I brani girano come le eliche di un elicottero che, seppur con qualche problema qua e là di stabilizzazione, può davvero portare lontano.

CIULLA, Distanti

Visti i singoli, sembra davvero diventare incontentabile la frenesia che mi assale nell’attesa di un disco capace di suggellare il ritorno di Ciulla, cantautore violento per delicatezza, che amo e seguo da qualche anno ormai. “Distanti” è uno dei suoi brani più belli, e lo dice uno che li ha ascoltati davvero tutti. Comprova del fatto che “less is more”, e che quando una canzone è bella può stare in piedi con una voce e poche altre cose. Bravo, eh?

SAMUEL, Malinconia

Sound che prende una svolta a tratti tribale per lo sciamano dell’elettronica nazionale, che con “Malinconia” prende l’ancora e la butta in mare, ma mica per arenarsi da qualche parte, quanto piuttosto per lasciarsi andare a fondo con lo stile del naufrago professionista. Il brano scorre con una certa piacevolezza, senza creare grandi dissidi interiori né complicazioni retoriche: è tutto molto pop, e va bene così.

ELLEN, Finché dura

Ellen racconta l’umanità ai tempi del gelo comunicativo, provando a scongelare il cuore e ridurre le distanze a colpi di cassa in quattro e con un certo piglio elettronico che quasi ammicca, nell’andamento, al latin.

DELLA VEGA, La rivoluzione

Che sound, per Della Vega, che sceglie la chiave sixties per raccontare lo spaccato di una generazione in attesa (da sempre e per sempre) di una chiamata dall’alto dei cieli per ricordarsi di poter volare; il testo è una chicca poetica, che nella sua apparente estemporaneità cela il segreto d qualcosa che pare avulso dal tempo e dallo spazio. Proprio un bel mood, e quando parte il sax il cuore smette di reggere e affida il flusso ai flutti di un fiume che, seppur in piena, pare scorrere placidamente.

MINISTRI, Da questo momento in poi

C’è della dinamite pura nella bocca dei Ministri, che rullano i tamburi a colpi di lingue taglienti e di rabbia che sembra provenire da antiche ed ancestrali furie: c’è una bella violenza, bella perché catartica e violenta perché provaci tu a tagliare a pezzi l’ascoltatore medio senza essere brutale. Bella storia, come la è da qualche anno a questa parte per i Ministri.

PINGUINI TATTICI NUCLEARI, Fake News (album)

È uscito il disco della band più chiacchierata d’Italia, e già giornali blog televisioni hit parade stadi sedicenni e cinquantenni vecchi e bambini grandi e piccini onesti e disonesti guardie e ladri destra e sinistra nord e sud est e ovest panettoni e pandori piadine e panini x e y tizio e caio e anche Sempronio, insomma, in generale chi più ne ha più ne metta gridano alla venuta del Signore; io, a tutto questo lavorare, tendo a preferire il rumore del mare, perché non smetto di avvertire la sensazione che oggi, come prima ma più di prima, fare o non fare successo si riduca ad una questione di dosaggi giusti, di ingranaggi ben oliati e canzoni costruite con squadra e righello per lambire cuori a loro volta squadrati: musica fatta da ingegneri abilissimi, che piace a tutti tranne che a me, forse perché in matematica e algoritmi sono sempre stato una schiappa. A differenza, e lo dico con la mia solita (enorme) punta d’invidia, dei PTN.

BENGALA FIRE, Bobby Eroina

Ah, sì, goduria queste chitarre fumose un po’ Arctic, questa voce riverberata nel modo più efficace a rendere il timbro del cantate dei Bengala qualcosa a metà tra lo ieratico e il prosaico, tra il sacro e il profano: il nuovo singolo della band reduce da XFactor ’21 gode tra l’altro di una coralità che aumenta la sensazione di vertigine lisergica che il brano cerca e raggiunge.

GARA2, Cerimonia

Sound compassato il giusto per far bucare con semplicità il brano ad una voce che si bea del minimalismo di una produzione bella, elegante, un po’ Blink nel modo corretto ed efficace a non scadere nella solita retorica da inizio Duemila. Il timbro è bello, la scrittura interessante. Insomma, ingredienti giusti e cottura perfetta.

MARIANO CASULLI, Sospesi, in bilico

Un bel timbro sostenuto da un’orchestrazione di gusto che mantiene il passo del pop contemporaneo con una certa attenzione verso un approccio che mescola tradizione e futuro; la penna di Mariano si fa notare grazie ad un saggio bilanciamento tra ricerca e affermazione, tra dubbio e certezza.

WASABI, Cenere

Mood un po’ sognante, onirico e sospeso tra tinte dark a la Blade Runner e slanci melodici che richiamano ad un lirismo che ricorda i Matia Bazar di “Elettrochoc” per il nuovo singolo dei Wasabi, che vedranno pure tutto nero ma alla fine riescono a tirare fuori dalla loro tavolozza personale una risma di nuovi colori davvero convincenti.

K-ANT, Pulsar

Che sound per il rapper pugliese, che costruisce su una base dal retrogusto “old school” una cattedrale di parole che mescolano con semplicità influenze dub, reggae, hip hop e un certo gusto cantautorale che richiama con identità al primo Neffa con un respiro caparezziano a tratti.

ELISEO, Sollevami

Non mi dispiace affatto il singolo di Eliseo, che ritorna sulle scene con un mood chill che mescola lo-fi e un certo gusto new-soul che si eleva verso l’alto grazie ad un’oculata scelta di suoni e d’intenzione; il testo si fa rispettare grazie ad un’evidente predisposizione ad una scrittura che rotola con semplicità, senza troppi voli pindarici senza d’altra parte però cadere nella solita retorica post-pop da cantautore del III millennio. Un po’ calcuttiano a tratti, ma è un vizietto di forma che il tempo porterà via.

FERRETTI, Non so che voglio

Ferretti dice di non sapere cosa vuole e allora nel dubbio fa tutto: mette dentro al suo ultimo singolo un mescolone di rabbia, voglia di rinascita e dinamite dal retrogusto un po’ pop, un po’ post-rock, un po’ hip hop. La penna c’è, il timbro forse è ancora alla ricerca di un proprio centro di gravità (semi)permanente che permetta al livello espressivo di elevarsi ad un ulteriore livello di consapevolezza e naturalezza. Mezzo voto in più per il sax divagante, che è sempre una scelta giusta.

DARTE, Ma stavolta no

Dice che “stavolta no”, il buon Darte, ma alla fine lo fa di nuovo: il suo nuovo singolo è una hit come i precedenti, con un’attenzione al sound che fa piacere al cuore e alle orecchie. C’è anche un bel timbro, riconoscibile, ad alzare il livello di intensità della proposta.

LJB, Jenny

Parte il pianoforte e ti immagini già la serenata romantica, poi entra la voce di LJB e credi davvero che non serva altro per sciogliere il cuore, ma non hai ancora sentito il ritornello. Quindi, quando arriva, finisci con il tirare fuori un paio di ali e provi a volare un po’ più in là del dolore, che non si sa mai quanto arriva lontano ma con il cuore leggero si può davvero andare oltre.

SAMUELA, Joire

Il termine, in francese, significa “orgasmo” e in effetti l’effetto amplesso diventa irresistibile sin dal primo incipit vocale di un brano caldo, che scivola sotto pelle e lo fa con le mani di velluto di una scrittura che si spoglia, e nuda è ancora più bella. Bello, molto.

NINNI, For the last time

Devo dire la verità, mi aspettavo un brano completamente diverso perché, ebbene sì, mi stavo limitando a giudicare “il libro dalla copertina”; amo i gatti, ma come li ama Ninni non li può davvero amare nessuno: il risultato finale è una ballad a metà tra Elliot Smith e Eddie Vedder che fa volare orecchie e cuore.

MARTINA ZOPPI, Quello che pensate

Un buon piglio che mescola urban e new soul per Martina, che si lascia accompagnare da una chitarra nostalgica (ma solo in apparenza) per lasciar prendere il volo ad una ballad che ringhia sottovoce e finisce con l’esplodere in un vero e proprio rito catartico.

BRENSI, DEUSAMA, Boom clap

Atmosfere cupe che si colorano attraverso una scelta delle parole giuste che trovano nel timbro di Brensi la giusta cassa di risonanza per dare spessore ad un brano che potrebbe essere forse gestito un po’ meglio nel sound della voce (perché varrebbe la pena) ma che alla fine copre le lacune tecniche con una dose d’ispirazione niente male. L’accoppiata fra i due funziona eccome.

UGANDA, Bunker

Non mi dispiace affatto l’afflato un po’ giocoso con cui parte “Bunker”, con la sua semplicità priva di pretese che rende il timbro sottile di Uganda ancora più emotivamente centrato. Un testo divertente, nel suo essere esistenzialista, che trova la complicità di una produzione equilibrata e piacevolmente “indie”, come quello che sta alle origini.

SHADOUONE, Scusa ma

Inizia il brano e, per noi che conosciamo tutto della trapper, il cuore sente un colpo sordo paralizzato (nel bene) dall’apertura pianistica che preludia ad uno dei brani più pop di Shadouone; il brano gira e si fa godere a tutte le latitudini, “addolcendo” la lama dell’autrice ungendola nel giusto miele.

FEDERICO CACCIATORI, La mia visione del mondo (album)

Raga, per chi ancora non lo conoscesse Federico Cacciatori è un matto, di quelli grossi e, a loro modo, ispiranti oltreché ispirati: chi ha detto che le rivoluzioni possono essere fatte solo da “chi può permettersele”? Perché c’è quest’idea che più sei emergente, più devi seguire percorsi precisi, lineari, scritti da altri per te? Federico ha scelto il linguaggio più complesso, quello “strumentale” (anche se in questo disco si apre ad incursioni autorali che mettono in luce un’ottima vocazione pop), e ha deciso di proiettarlo verso orizzonti nuovi, per sganciarsi dalla mediocrità di un contemporaneo che ci vuole tutti livellati sulle stesse linee d’onda. Lui, invece, sembra andare in direzione ostinata e contraria: il suo disco, qui sotto, non lo troverete, perché per ascoltarlo dovrete acquistarlo su OnlyFans, ad una qualità audio che Spotify si sogna. E, a quanto pare, Cacciatori è uno dei primi in Italia a farlo…

 

SMOKIN’ VELVET, Scarseez

Mamma mia, che fotta gli Smokin’, che nel loro nuovo singolo ci mettono dentro un bel po’ di rabbia repressa (repressa, poi, mica tanto…) e il solito gusto “old school” per le cose fatte bene, come si facevano una volta e come si dovrebbero ancora fare; parole d’ordine? Autenticità, coerenza, e una buona, buonissima dose di identità. Quella non guasta mai, sopratutto quando introno a te trovi solo “scarseez” ed emulazioni.

MILLEPIANI, Krakatoa

Il ritorno del cantautore toscano non è mica roba da poco, anzi: dopo aver fatto capire a tutti che le sue spalle sono larghe abbastanza per supportare il peso di una consapevolezza poetica mica da poco (ascoltatevi il suo primo disco, “Eclissi e Albedo”, e capirete), Alessandro torna con un singolo che racconta la necessità di distruggere per rinascere diversi, e più veri. Come nell’eruzione disastrante del Krakatoa, anche qui Millepiani proietta su sé stesso una colata lavica finalizzata a mondare, a ripulire e rigenerare: sempre con lo stesso piglio autorale che contraddistingue dagli esordi le sue opere.

MATHELA, Ness’uno

Mica male il piglio rock’n’roll dei Mathela, che tornano con un singolo che mescola anni Settanta e contemporaneità con la mano dell’alchimista: un muro di suono elegante, che stempera con il pop la fotta nostalgica di una ballad che incontra a metà strada presente e passato, tradizione e futuro. La voce è giusta, e per quanto oggi chiunque faccia “rock” e abbiamo vent’anni si debba confrontare con il “paragone Maneskin” credo che, per i Mathela, sia giusto andare oltre e cercare i riferimenti in nomi ben più storici, e seminali.

MARCO BUGATTI, Fare casino

Ah, che voglia di prendere a cazzotti il mondo che ti sale dopo aver ascoltato il nuovo singolo di Marco Bugatti, uno che viene da un percorso mica da poco e che ha deciso di reinventarsi in un piglio che guarda ad inizio 2000 portandoci dentro un po’ di presente e un altro po’ di passato, di quello ancora precedente al III millennio; c’è un testo che con semplicità spacca il silenzio, senza violenza ma con una disperata necessità di rinascita.

ELETTROGRUPPOGENO, Tutti rockstar

Il ritorno del gruppo più elettrogeno di sempre è nel segno della solita, caustica follia organizzata: per l’occasione, la band resuscita un buon numero di idoli per sfatare il mito della rockstar e dimostrare che, alla fine, oggi, siamo e vogliamo essere tutti tutto. Insomma, un bello slancio a cavallo tra pop, rock, elettronica e una certa sana ironia demenziale. Che in realtà demenziale non la è per nulla.

BERNARDO SOMMANI, Non ho bevuto abbastanza

Torna anche Sommani, cantautore che a me piace molto e che ha anche il merito (e la condanna, in questa contemporaneità malata) di credere in un approccio alla musica che sia ancora collettivo, suonato, vero: c’è un afflato deliziosamente sixities che pervade lo sviluppo di una ballad per sbronzi della vita, e che finisce con il dare alla testa sui cori finali. Bella storia.

CAMPI, Un ballo di altalene (album)

C’è un nuovo talento in città (che non è solo Bologna, ma è il mondo) ed è Campi, fitta chioma di riccioli che paiono leggeri e allo stesso tempo capaci di nascondere appena i pensieri spessi che ricoprono, un po’ come la musica che la giovanissima penna bolognese propone nel suo fulmineo disco d’esordio: una produzione di spessore, per una scrittura che pare aver introiettato la tradizione con lo sguardo dritto e aperto sul futuro.

ANTON SCONOSCIUTO, Day of sun

Conosco Anton dapprima che esplodesse nel suo percorso da solista, e già come batterista degli Oga Magoga aveva saputo colpirmi per ricerca e originalità d’approccio; poi, l’esordio in solitaria, il Rock Contest, un bel po’ di soddisfazioni sparse su autostrade infuocate e camerette brulle e ora questa ballad nostalgica che ha il cuore oltremare, a cavallo tra Andy Shauf e Mac Demarco, un raggio sole opaco quanto basta per scaldare il cuore e la testa.

LIMBRUNIRE, Orocolante

E in effetti, il titolo pare più che azzeccato: c’è l’oracolo che parla, su un brano che cola e sembra quasi disciogliersi in un mantra liquido, che s’insinua, serpeggia, quasi subdolo e strisciante, nella testa di chi sa ascoltare, passando attraverso l’orifizio dei timpani per annidarsi al centro della testa e mettere in circolo idee nuove, consapevolezze diverse, capaci di farci ascoltare il nostro cuore al collasso e il nostro stomaco drammaticamente vuoto. Mentre ci affanniamo a riempirci della solita merda, Limbrunire ci restituisce un’alternativa alla quale non dobbiamo permettere di far la fine di Cassandra.

TERACOMERA, VOLPE, Il tempo che ci resta

Bella storia, bell’incontro tra i due progetti del mio cuore, che si prendono a braccetto in un giro di danze che uniscono tribale, funky e un’idea di pop che nasce dalla contaminazione tra mondi e universi diversi, vicini nella medesima ricerca di rigenerazione. Belli i suoni, e ottimo l’equilibrio fra tradizione e contemporaneità: la penna condivisa crea un filo rosso d’acciaio, utile a tenere insieme le parti attraverso l’ago della poesia.

HORNYTOORINCHOS, Non aspettatevi granché (album)

Lo dicono sin dal titolo, gli HornyTooRinchos, che sfatano le aspettative solo per fartela salire con ancora più voglia di saltare in aria sin dal primo ascolto, sin dal primo brano: la band ricerca una qualità musicale che non si eclissa affatto dietro il muro non-sense (o solo apparentemente tale, perché un senso c’è eccome) e demenziale di una scrittura che rasenta la genialità. Con irriverenza e, allo stesso tempo, estremo rispetto.

Got Something To Say:

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

 

Any Given Friday – Ogni ...

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente ...

The Weekender: ascolta gli album di ...

Da qualche anno ormai il venerdì è il giorno della settimana consacrato alle uscite discografica. Quale migliore modo allora per ...

Oggi “If I Should Fall from ...

La grandezza di Shane MacGowan non è mai celebrata abbastanza, non solo per le sue uniche qualità di paroliere, ma anche perché nel ...

Oggi “Moon Safari” ...

Alle porte del nuovo millennio due giovani di Versailles, Nicolas Godin e Jean-Benoît Dunckel, lasciarono la terra per avventurarsi in un ...

The Weekender: ascolta gli album di ...

Da qualche anno ormai il venerdì è il giorno della settimana consacrato alle uscite discografica. Quale migliore modo allora per ...

Recent Comments