Maggio 2006


A volte quando fai musica non conta dove sei nato ma ciò che senti di fare e di esprimere. Probabilmente è questo il caso degli Essex Green, progetto parallelo del chitarrista dei Ladybug Transistor che ha base alla grande mela, ma che possiede più di un legame con un certo pop di matrice britannica. Arrivato alla terza prova di studio, il terzetto newyorkese ha sfornato un disco che gioca a fare i Belle and Sebastian dei primi tempi, mescolandoli con gli Hidden Cameras e un certo tipo di indiepop alla Shins. Quello che ne esce fuori sono dodici popsongs molto ben riuscite, anche grazie ad una formula che alterna voce maschile e femminile permettendo ai brani di assumere sfumature diverse di volta in volta. Cannibal Sea è un disco assolutamente consigliato a chi ha affinità con un certo sound melodico tipico di certe produzioni d’oltremanica, ma non solo: infatti, come a voler ricordarci da dove vengono, i tre ragazzi spesso fanno incursione in territori folk-rock tanto cari a band storiche come i Byrds. Per cui si passa con facilità dalle tastiere sintetiche di “Penny & Jack” al country di “Rue de lis” oppure al folk ubriaco di “Rabbit”.Alla faccia di tutte le etichette possibili, questo disco sfugge ad una precisa catalogazione ma striscia e si insinua in ogni piccola sfumatura della struttura pop classica. Inoltre, nonostante la varietà di fonti da cui gli Essex Green attingono la loro musica, Cannibal Sea è decisamente un lavoro che comunica una grande coesione di fondo, e che non stanca una volta arrivati alla fine del disco. In poche parole procuratevelo in qualche modo,anche se probabilmente quasi nessuno se ne accorgerà dalle nostre parti, ed è un vero peccato.
Cover Album
Band Site
Cannibal Sea [ Merge - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Belle & Sebastian, Hidden Cameras, The Byrds
Rating:
1. This Isn’t Farm Life

2. Don’t Know Why (You Stay)
3. Penny & Jack
4. Snakes In The Grass
5. Rue De Lis
6. Cardinal Points

7. Rabbit
8. Uniform
9. Pride, The
10. Sin City
11. Elsinore
12. Slope Song
“«Il nostro disco è la risposta di Detroit a Nevermind dei Nirvana». Jack White è, a titolo puramente personale, uno dei tre musicisti sotto i trentacinque anni più interessanti della musica indipendente attuale, però di stronzate spesso ne dice. Pausa. Riavvolgiamo un po’ il nastro. Ho sempre creduto che non esistesse niente al mondo che mi facesse più schifo dei broccoli e dei servizi di Studio Aperto. Poi, recentemente, ho scoperto gli Hard-Fi, spinti com’erano dall’NME, ed ecco che Cash Machine diventa istantaneamente il mio personale risveglio intestinale, al mattino, e la registrazione della performance della band inglese sul palco di S.Giovanni (il primo maggio) il trucco per i casi di “emergenza stitica” (ma per il momento non ne ho avuto bisogno). Considerando tutta la pubblicità fatta dalle riviste d’oltremanica a questo gruppo, ero piuttosto scettico nei confronti dell’ennesima nuovissima ondata, Panic!At The Disco, Raconteurs e Dirty Pretty Things in primis. Superlativo relativo sbilanciatissimo. Una consuetudine. Un po’ come lo scaccolamento pressante di Maurizio Costanzo durante i suoi talk show. Mille frasi che iniziano col “the most…” o “the best…” etc etc “Capolavoro da quel genio di Barat” leggevo, e per reazione mettevo su gli Editors (così imparano a sottovalutare gli sfigati piagnoni…). “Astonishing” accoppiato al nome di Jack White: andavo molto più indietro nel tempo recuperando qualcosa di George Harrison. Poi un amico mi ha prestato ”Broken Boy Soldiers” (considerando che dalla redazione “gli atti caritatevoli” sono latitanti da un po’…) e quindi mi sono detto “EVVABBEH…M’HAI PROVOCATO…E MO ME TE MAGNO…”. Nastro riavvolto. Play. Jack White non è, come qualcuno ha scritto, il miglior chitarrista della sua generazione, ma di certo uno dei più sanguigni, istintivi e sudati. E’pieno di talento e caccia fuori dell’ottimo blues. Quest’album, nato grazie all’unione di un paio di Greenhornes e di Brendan Benson è un buon viatico di indie rock per combattere i tragitti noiosi in macchina. Niente di eccellente. Niente di brutto. Ecco: tutto suona come se i Beatles dopo aver ascoltato “White Blood Cells” si fossero arrabbiati, avessero deciso di fare un disco garage rimanendo però, alla fine, ancora molto Beatles. Non raccontiamoci cazzate, di giri di questo tipo con il basso e la chitarra a rincorrersi tra qualche stop-and-go e un po’ di blues elementare ne avrete sentiti a tonnellate nel corso degli anni. Avete già letto altrove sicuramente della stupenda voce in falsetto di White, dei rimandi a qualcosa dei Led Zeppelin e l’ispirazione a… . Basta. Com’è sto disco in confronto a uno dei White Stripes? Sentite, ma che io vi vengo a chiedere che differenza c’è tra la pasta alla carbonara di vostra zia e la cotoletta alla milanese che vi cucinate voi? Sono buone tutte e due ma per ulteriori paragoni è meglio che apriate l’ultimo numero di Rumore. In “Broken Boy Soldiers” c’è del buon garage rock dal sapore molto anni sessanta e qualche sferzata di settanta più acida, dettata da assoli sporchi, interrotti, brevi e avvelenati. Se da una parte ci sono dei buchi di qualità, come le canzoni più melodiche (in genere quelle dove canta Benson) che risultano noiose, stra inflazionate nel corso dei decenni, seppur solari e leggermente tendenti alla buona polvere del folk è anche vero che una perla come Blue Veins uno la potrebbe ascoltare per sei ore di fila anche tutta in reverse, tanto è bella. Jack White è un buon artista. Dà vita a canzoni minimali di facile presa ma con qualcosa dentro di ben condito, salvo poi concedersi per qualche bel soldone e scrivere il nuovo jingle della Coca Cola (pausa per ricordare il testo “It is In You/ You Know It Is The Right Thing To do…”. Minuto di vergogna…). Ecco, Broken Boy Soldiers affascina ma non dura negli ascolti quanto uno si potrebbe aspettare leggendo in giro tutto l’hype del mondo. Il disco è come il nostro Jack. Intrigante, grande a primo impatto ma anche molto controverso. Sempre meglio degli Hard-Fi comunque.
Cover Album
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Broken Boy Soldiers [ V2 - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: The Beatles, The Vines, The White Stripes
Rating:
1. Steady As She Goes
2. Hands
3. Broken Boy Soldies
4. Intimate Secretary
5. Together
6. Level
7. Store Bought Bones
8. Yellow Sun
9. Call It A Day
10. Blue Veins
Discography: Dinosaur (Homestead - 1985), You’re Living All Over Me (SST - 1987), Bug (SST - 1988), Green Mind (Blanco Y Nigro/Sire - 1991), Where You Been? (Blanco Y Nigro/Sire - 1993), Jayloumurph [live] (1993), Without A Sound (Blanco Y Nigro/Sire - 1994), Hand It Over (Blanco Y Nigro/Sire - 1997)
Where you been ?Una di quelle domande stupide che metterebbe in grave difficoltà, bloccandone il cervello per diversi minuti, qualsiasi indie-rocker che non abbia avuto l’accortezza di prevenirne l’eventualità è sicuramente: “Qual’è il tuo disco preferito?” Disagio, sudore, paura di offendere qualche mostro sacro che sicuramente non perdonerebbe, paura di sbagliare irrimediabilmente e non poter tornare indietro poichè, come si sa bene, tra indie-rocker ci si giudica, soprattutto, dalla musica che si ascolta. Ed ecco che a salvarmi da questa cervellotica situazione emerge la vocina pura ed irrazionale della mia infanzia, di quando non esisteva amore che non fosse per sempre, di quando ogni particolare poteva diventare istantaneamente l’unica ragione di vita, quella vocina sepolta, dimenticata si fa avanti e risponde senza dubbio alcuno: “Where you been” dei Dinosaur Jr. Provo a fermarla, a spiegarle che dei Dinosaur Jr la critica sicuramente consiglierebbe uno dei primi tre dischi: “Dinosaur” del 1985,” You’re living all over me”del 1987 oppure “Bug” del 1988, sicuramenti più influenti e seminali e se non altro riconosciuti come capolavori fondamentali da tutta la comunità indie. Inoltre è solo in quei tre dischi, ristampati giusto l’anno scorso, che troviamo l’unica vera formazione originale dei Dinosaur Jr, comprendente oltre a J Mascis, che avrebbe in seguito mantenuto il nome del gruppo per proseguire in quasi solitudine, anche Murph alla batteria e Lou Barlow al basso, quest’ultimo prima che fondasse un altro asse portante della storia della musica alternativa: i Sebadoh. Ma la vocina se ne fotte e mi induce a perdermi nei ricordi, scongelando frammenti di memoria rimossi perchè troppo intensamente struggenti e malinconici: Il mio piccolo fratellino che sapendo la mia passione per gruppi come Alice in Chains, Screaming Trees, Red Hot Chili Peppers (non storcete il naso! Era il 1993!) decide di regalarmi quell’oscuro oggetto del desiderio che era la musicassetta “Grunge Compilation” della mai abbastanza rimpianta Videomusic. Oltre ai gruppi già citati e ad altri, c’era in fondo al Lato A una canzone che mi folgorò letteralmente per la dolcezza, per quanto era strascicata, per quella voce viscerale, ubriaca e soprattutto per le discese ardite e le risalite, gli interminabili voli pindarici di quella vertiginosa chitarra che gridava, piangeva, sfuggiva, si mostrava in tutto il suo meraviglioso splendore. La canzone era “Get me” e la si poteva trovare anche in apertura al Lato B di Where you been” dei Dinosaur Jr, che comprai di lì a poco e che rimase infilato per almeno tre mesi consecutivi nel walkman. Con quel disco li conobbi, di quel disco mi innamorai e anche se in seguito venni a conoscenza anche del loro passato (di quei meravigliosi ed importantissimi dischi iniziali che fondendo stordente rumore chitarristico, cupo, potente, distorto a calde e sofferte ballate pop, tra un Neil Young in versione cartone animato e i Cure meno oscuri, avrebbero così tanto influenzatoil grunge, il lo-fi e l’indie-rock tutto che sarebbero seguiti di lì a poco) come è noto, il primo amore non si scorda mai e almeno in musica sembrerebbe essere vero . Where you been è puro J Mascis, in parole e chitarra. Pur presentando suoni più addomesticati e dolcezze orchestrali negli arrangiamenti non immaginabili ai tempi degli esordi rimane un disco di una potenza emotiva sconcertante: scuro, disperato, frastornante ed allo stesso tempo pacificante, dolce ed intimo. Senza contare che una migliore produzione, in questo caso addirittura impeccabile, non implica per forza una minore qualità ed autenticità. Ebbene, vi chiederete, perchè vi stia raccontando tutto questo: Perchè il 16 Maggio 2006 la Rhino Records ristamperà, insieme al meno riuscito “Green Mind”, proprio “Where you been” dei Dinosaur Jr e anche perchè, come sa bene chi era l’anno scorso a Urbino per il Festival Frequenze Disturbate, a distanza di diciassette anni dal loro ultimo concerto insieme, i Dinosaur Jr sono tornati miracolosamente ad esibirsi con la formazione originale ( J + Lou + Murph! ) e qualunque siano i motivi che li abbiano spinti a farlo, non possiamo far altro che ringraziare. Vi consiglio perciò di non perdervi assolutamente le prossime imperdibili date italiane
Link:
Dinosaur Jr.’s Official Site

Mp3:
Poledo
Goin Home
Freakscene

I Dinosaur Jr. Italian Tour 2006:
Lun. 29 Maggio - Bologna (Estragon)
Mar. 30 Maggio - Roma (Qube)
Merc. 31 Maggio - Torino (Hiroshima)

INFO - DNA

“Who Will Cut Our Hair When We’re Gone” è senz’ ombra di dubbio il miglio disco Canadese degli ultimi 5 anni. Andrei anche a disturbare il decennio se non cozzassi direttamente contro Mt. Zion e Godspeed Your Black Emperor!, ma tant’è, spero si accontentino del primato quinquennale. Dicevo, The Unicorns, grandissimo gruppo, sicuramente una delle risposte più credibili ai Pavement, mai formulate. Poi la dichiarazione del nostrano Ramazzotti (direttamente da un intercettazione telefonica):”Adoro gli Unicorns, se si sciolgono lascio la musica”. Capirete perciò che la clamorosa notizia del 2005, lo scioglimento degli Unicorns, fu più che altro un atto d’amore verso la musica tutta. Ma ora, il terzo giorno, per chi non si è arreso, per chi ha sperato ed atteso, ecco la resurrezione: The Islands. Nome pessimo, copertina pessima, titolo pessimo, ma come sound ci siamo ancora. Sghembità frullate fra indie rock ed elettronica, episodi sicuramente figli di preesistenti registrazioni Unicornsiane e perciò sacrosanti. Tra Pavement, Pixies, Fuck, Neutral Milk Hotel e tanta tanta neo-psichedelia ci sono i The Island. Per ora uno dei dischi migliori del 2006, Poplitical Incorrect come solo uno sgambetto o uno sputo in un occhio gratuiti sanno essere. Da avere.

P/s Interessante pure il documento fotografico che mostra nell’ ordine left-to-right: Sarah Neufeld (violin, Arcade Fire), Nick Diamonds (Islands), Mark Lawson (audio engineer), Richard Parry (upright bass, Arcade Fire), Jamie Thompson (Islands), Becky Foon (cello, A Silver Mt. Zion and Esmerine).

Recensione degli Islands precedentemente pubblicata su IndieRiviera

Cover Album Band Site
Return To The Sea [ Rough Trade - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Pavement, The Unicorns, Neutral Milk Hotel
Rating:
1. Swans (Life After Death)
2. Humans
3. Don’t Call Me Whitney, Bobby
4. Rough Gem
5. Tsuxiit
06. Where There’s A Will There’s A Whalebone
07. Jogging Gorgeous Summer
08. Volcanoes
09. If
10. Ones
Non lascerà indifferenti i molti fan della band svedese questo Pet Grief. Il percorso che ha portato al secondo Lp i Radio Dept. ( preceduti da due non memorabili ep… ) segna un abbandono, netto, di buona parte delle sonorità che avevano reso grande il luminoso esordio del 2003 intitolato Lesser Matters. Quell’album aveva colpito dritto il cuore di tutti coloro che si erano lasciati ammaliare dall’affascinante incontro dei metallici vapori shoegaze con le delicate carezze del pop più radioso che gli svedesi diffondevano per tutta la durata del cd. Pezzi come “ Why won’t you talk about it ? “, “Where damage isn’t already done “ e“ Keen on boys” erano superbi episodi fatti di solari malinconie e vortici di celestialialità chitarristiche, nebbia che ti avvolge qualche istante per poi svelarti la calda luce che illumina il paesaggio più etereo che si possa immaginare. Sentimenti insomma: amore, odio, felicità o tristezza conta poco o nulla, perché nei suoi momenti più alti Lesser Matters, con le sue dolci distorsioni sognanti li attraversava tutti. Pet Grief ci consegna dipinti simili sotto questo aspetto, ma la tavolozza a cui attingono i Radio Dept. è ( ahimè ? ) diversa. Le nubi di chitarre shoegazeriane hanno ceduto il passo, tranne che in un paio di episodi comunque molto più “puliti” rispetto al passato, a morbide trame elettroniche che vanno a braccetto con pianoforti, melodie ariose, mid tempo dal sapore dreamy, levigate e raffinate atmosfere romantiche. Profumi Kings Of Convenience,New Order e Pet Shop Boys si espandono per tutto l’album, corroborati però da quella cifra sonora che è ormai un tratto distintivo del gruppo e che sembra dare vita, in ogni pezzo, ad un piccolo ritratto estaticamente romantico, malinconicamente speranzoso seppure celato una coltre di gelida luminosità nordica. Raffinatezze pop sono quelle di “ What Will Give”, che potrebbe tranquillamente sostituire “ Silent Sight” di Badly Drawn Boy nella colonna sonora di About a Boy, della tenue “ Sleeping In “, di “ A Window “, del singolo “ The Worst Taste Music “che parebbe uscito dal repertorio dei Royksopp più morbidi se questi avessero la capacità di rendere romanticamente soavi sintetizzatori e laptop come fanno i Radio Dept. Gli unici due episodi in cui sono ancora presenti armonie chitarristiche ( e non distonie shoegaze ) sono “ Every Time “ e, in modo più marginale, “ Always A Relief “. Nonostante ad un ascolto superficiale questa nuova formula sonora possa lasciare stupiti, forse anche delusi, accettate un consiglio: date tempo a(l) Pet Grief di entrare nella vostra vita, senza fretta, in punta di piedi. Forse non sarà amore a prima vista come con Lesser Matters, ma poi difficilmente riuscirete a fare a meno di lui.
Cover Album
Band Site
Pet Grief [ Labrador - 2006] - BUY HERE
Similar Artist: Slowdive, Kings Of Convenience, Pet Shop Boys
Rating:
1. It’s Personal
2. Pet Grief
3. A Window
4. I Wanted You To Feel The Same Way
5. South Side
6. The Worst Taste In Music
7. Every Time
8. What Will Give?
9. Gibraltar
10. Sleeping In
11. Tell
12. Always A Relief
Discography: Everything All The Time (Sub Pop - 2006)
«Mannaggia a me che spreco pure tutto sto tempo a scrivere ste minchiate in inglese! Vabbèh…le domande sicuro le riciclo per qualcun altro!!!». [Driiiin! Suono della campanella!] Dunque, cari ragazzuoli, dovete sapere che ci sono gruppi che anche dopo aver dato alle stampe album davvero validi rimangono sempre umili e coscienziosi del fatto che è meglio strappare un sorriso a chi ti sta di fronte che farlo incazzare come un picchio. E’ più giudizioso fargli passare qualche momento piacevole anche in situazioni che piacevoli non lo sono per niente (vedi l’assurdo momento dell’intervista…). Per lo più sono gruppi formati da persone con i piedi per terra e poco inclini a “tirarsela” e anche se la lista non è certo infinita ho avuto già modo di verificare che, fortunatamente, esistono ancora artisti del genere. Poi ci sono quelle band che, dopo aver esordito con un album veramente ben prodotto e affascinante decidono improvvisamente che loro sono fighi e tu no. Non esiste ironia, non esiste domanda interessante. Esiste “IO” e basta. Punto. Eccoci dunque oggi ad esaminare il secondo caso descritto dal sussidiario. I Band Of Horses hanno fatto innamorare quasi tutta la redazione di Indiefordummies col loro debut intitolato “Everything All The Time” e per un attimo (ma roba di millisecondi…) sono anche riusciti a far versare alla stampa d’oltremanica un pochetto di bava colante generalmente tenuta in conserva per i gruppi post-Libertines fatti con lo stampino. Quindi, quando mi si è presentata la possibilità d’intervistarli non me lo sono fatto chiedere una seconda volta. Ebbene a giudicare dalle risposte misà che avrei dovuto. Va bene essere concisi e diretti ma il salto fino a risultare ridicoli e presuntuosi è veramente breve. [Driiiiiiin! Lezione finita. Buona lettura.]

Hi guys, let’s start with a classic one…when and how did your musical project born?
We’ve been a band for about two years. We got started after our band Carissa’s Weird broke up.

Why did you choose this name for your band, I mean…why the horses and not, for example, the elephants…or the chickens?
I like Horses. It just came to me one day.

Everything All the Time was one of our favourite’s album a couple of months ago. It’s quite an intimate blue treasure of emotions. There are many different “views” of your sound ability in it: the new-wave razor sound of “Wicked Gil”, the Arcadefiresque “The Funeral” and a few tastes of something like Nada Surf meets The Beatles versus Bob Dylan. So, now you must tell us which bands influenced your sound the most in your life and who are your personal music heroes.
I grew up with a lot of soul and rock and roll music. Later punk and indie rock changed my life. I like a lot of squeaky-voiced singers as well.

Why this sadness and melancholy inside your album? Have you been sad for something in particular while you were writing the songs or is it just a coincidence of events?
I am a sad man, and it’s a reflection of how much I despise being a person.

Let’s talk about Monsters: which are the “giant little animals” you sung about? Do you drink often guys?
They’re actually people. Terrible ones. Yes we drink all kinds of beverages and things.

Which is the song you love the most on the album and why?
I cant say I love any of them.

Which are currently your favourite bands?
Mt. Egypt. The Cant See. Sera Cahoone.

Do you have some friends inside Sub Pop or you just see Samuel Beam and think “Cut your beard and go a bit more electric you big boy!”?
We are friends with Sub Pop.

Tell us a recent underrated rock album which deserves in your personal opinion much attention.

Cass McCombs –Perfection.

Tell us an overrated one.
Band of Horses- everything all the time.

And the best album of all time too!
Right now for me it’s Hall and Oates- greatest hits.

Ok let’s talk about serious things now. U.S.A. soccer team will be versus Italy in the Germany soccer world cup very soon. Does your goalkeeper already know that Toni will be his own nightmare for quite a while?
We’re American. We don’t watch soccer.

George Bush: I give some lines to write whatever you feel for his person, his politics, his attitude… Feel free to write as many adjectives as you want. Its hard being American with that guy steering the ship.
It’s depressing to watch him speak.

Ok let’s close with a weird one: unveil only for us a secret that nobody know (yet) about you.
I dislike everyone. [non so perchè ma qualcosa mi dice che questa, in fin dei conti, potevo anche aspettarmela…]

Link:
Indie For Dummies On Band Of Horses
Band Of Horses’s Official Site

Mp3:
The Funeral
Bass Song
Dingle
Wicked

Active since the early 90’s, Gorky’s Zygotic mynci’s recent album came out in 2003. The Gorkys are a prolific band, with some 10 albums to their credit. Their early style was psych-rock, but gradually they adopted an indie pop attitude, all the while remaining faithful to their welsh origins. It is possible that the Gorkys have split up; this could account for Euros Childs’ (their frontman and lyricist) first solo album, entitled “Chops”. Roughly produced, it sounds rather like a collection of b-sides of his mother band. Or perhaps an accentuation of the indie pop attitude, which often relies on the home-made production of ear-candies. At any case, “Chops” still holds the same kind of playful variety that was present in any of the Gorkys’ albums. It opens with an a-capella poem, called “Billy the Seagull”, and goes on from there to a shiny, pompous glam-rock piece (“Donkey Island”). Childs does not neglect his welsh lyrics, here present in “Dawnsio Dros Y Mor” (as in some other songs, notably the hard rock of “Hi Mewn Socasau”), in which the music actually sounds rather Spanish. Elsewhere on the album can be found melancholic welsh ballads, drum machines, bongos, spoken word eccentricities, an analogue synth and a parody of a country-folk song. The unique mix of irony, pessimism, folk sensibilities and catchy pop that where the trade mark of Gorky’s Zygotic Mynci are actually more strongly felt in Childs’ solo work. Here he is finally left alone to his melancholia and everlasting longing (for summer, of course).
Cover Album
Band Site
Chops [ Wichita - 2006] - BUY HERE
Similar Artist: Gorky’s Zygotic Mynci, Seu Jorge, ELO
Rating:
1. Billy The Seagull
2. Donkey Islands
3. Dawnsio Dros Y Mor
4. Slip Slip Away
5. Costa Rita
6. Stella Is A Pigmy #1
7. My Country Girl
8. Circus Time
9. Cynhaeaf
10. H Mewn Socasau
11. Stella Is A Pigmy #2
12. Surf Rage
13. First Time I Saw You
14. Stella Is A Pigmy #3
Seguendo una logica che ricorda il famoso “per fare un tavolo ci vuole il legno, per fare il legno ci vuole l’albero”: per far crescere una rosa ci vuole un fertilizzante, molto meglio se naturale, cioè fornitoci da nostra signora mucca a seguito di una bella scorpacciata e successiva ruminata. E se la mucca avesse mangiato tra le altre cose una rosa? Allora il cerchio si chiude e dobbiamo concludere che seppur la rosa non abbia denti, essendo costituita di quel che si è detto: la rosa ha i denti in bocca a una bestia. Questa deduzione, che ha evidentemente conseguenze profonde e determinanti sulla visione della realtà tutta ma che tralasceremo in questa sede, proviene dalle “Investigazioni filosofiche” di Ludwig Wittgenstein e dà il titolo al nuovo lavoro dei due Matmos. Le dieci composizioni che lo compongono sono altrettanti ritratti di alcuni dei personaggi più scomodi e radicalmente anticonformisti degli ultimi secoli. Personaggi che attraverso l’arte (letteraria, cinematografica, performativa) o la musica hanno segnato ed allargato le attuali concezioni filosofiche, politiche ed etiche a partire da quelle riguardanti la sessualità. Mi piacerebbe a questo punto sapervi raccontare chi di questi ha fatto o detto cosa ma come è noto l’ignoranza è una brutta bestia e forse il primo grande pregio di un opera come questa è proprio quello di spingere e stimolare a colmare alcune lacune. Parliamo dunque dell’aspetto musicale della questione che, come avrete capito, non è l’unico ma neanche il meno importante dacchè sempre di un cd musicale si tratta. Se è vero infatti che per i Matmos il punto di partenza è sempre mentale, quasi scientifico, un’idea sezionata e studiata fin nei minimi dettagli, è anche vero che il passo successivo è fin troppo “concreto”: si tratta infatti di creare suoni da campionare attraverso gli “oggetti” che l’idea iniziale ha suggerito per poi riassemblare il tutto, con l’aggiunta di qualche strumento classicamente inteso, in forme musicalmente compiute e spesso piacevolmente fruibili. Nel caso specifico gli “oggetti” suonati sono, tra gli altri: rose, denti, letame, l’intero sistema riproduttivo di un bovino femmina, coltelli, forbici, sigarette, piatti, bicchieri, macchine da scrivere e delle simpatiche lumache che spostandosi su una fotocellula variano la frequenza e l’emissione di un theremin. Che tipo di “musica” produce tutto questo? La più svariata: si va da ritmiche affilate e graffianti farcite di divertenti e succulenti effetti cartoon ad organica electro-techno che fa muovere il piede, da liquido soul strumentale a meravigliose oscurità orchestrali e poi jazz ottocentesco che sfocia in sinfonie circensi, musica surf decomposta, un lungo e lussureggiante raga tribale, sfrigolii e singulti. Detto questo: se questa lunga pappardella vi ha solo annoiato potete fare tranquillamente a meno di questo disco, se invece vi ha oltremodo incuriosito correte a farlo vostro. Essendo difficile valutare un’opera simile, prendete con le giuste precauzioni il voto che troverete qua sotto.
Cover Album
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The Rose Has Teeth In The Mouth Of A Beast [ Matador - 2006] - BUY HERE
Similar Artist: Bjork, The Books , The Kronos Quartet
Rating:
1. Roses and Teeth for Ludwig Wittgenstein
2. Steam and Sequins for Larry Levan
3. Tract for Valerie Solanas
4. Public Sex for Boyd McDonald
5. Semen Song for James Bidgood
6. Snails and Lasers for Patricia Highsmith
7. Germs Burn for Darby Crash
8. Solo Buttons for Joe Meek
9. Rag for William S. Burroughs
10. Banquet for King Ludwig II of Bavaria
Discography: The Doldrums (Paw Track - 2004), Worn Copy (Paw Track - 2005 ), Ariel Pink’s House Arrest (Paw Track - 2006).
ARIEL PINK’ HUNTED GRAFFITI, L’ ANIMAL (COLLECTIVE) CRESCIUTO IN CATTIVITA’

Ariel Pink arriva alla notorietà artistica nel 2004, accolto tra stupore e scetticismo, oggi risulta sminuente considerare il ragazzo più disadattato di Los Angeles come un gingillo degli Animal Collective, soprattutto alla luce di una creatività tanto prolifica e genialoide quanto sghemba, senza compromessi. In Italia, per snocciolare qualche cifra, siamo già alla terza uscita (House Arrets) in poco più di un anno. Il marchio pare sempre lo stesso: melodie pop sublimi celate da un ostico muro lo-fi. Il Tutto scritto, suonato, campionato e registrato da lui medesimo con un 8 piste Yamaha MT8. Le avvertenze di rito: Ariel Pink o si ama o si odia (radicalmente), vicinissimo ai classici che dice di amare, ma abissalmente distante da ogni convenzionalismo ed etichetta musicale.

Per prima cosa potresti raccontarci del tuo primo contatto con la Paw Track Records? E se conoscevi già gli Animal Collective (gruppo già sotto contratto con la Paw e che caldeggiò l’ingresso di Ariel in scuderia. n.d.a.)?
No, non conoscevo gli Animal Collective personalmente. Poi una volta li incontrai, e allora gli allungai qualche mio pezzo, loro mi cercarono qualche mese dopo, ma non ci conoscevamo inizialmente.

Cosa ne pensi della loro musica? Ritieni di avere delle analogie con la loro?
Si, penso di potermi collegare agli Animal Collective. Ritengo che possiamo condividere delle attitudini e degli approcci simili nel fare musica. Credo che ci sia una certa mancanza di razionalità nella musica di entrambi. Un senso di “liberazione” che confina con la catarsi, questo posso avvertirlo sia in me che negli Animal Collective. Ho notato poi anche il perseguimento di una musica “nuova”, che produca un sound che non abbiamo mai ascoltato prima, che sperimenti e realizzi quello che entrambi avremmo voluto ascoltare indipendentemente da ciò che già esiste.

Le tue melodie sono davvero semplici, ma allo stesso tempo così originali, chi sono le tue influenze del passato e cosa stai ascoltando in questo periodo?
Bè, io amo gli innovatori. Gli Originali. I Classici. E il Rock’ n Roll dal 1960 in su è semplicemente la mia dottrina. Per quanto riguarda i miei ascolti, ce ne sarebbero tanti da menzionare…in questi giorni sto ascoltando i Lifetones, Robert Rental, Harry Merry, sicuramente R. Stenie Moor, Song Poems, Rodd Kieth, The Left Banke, Bobby Brown, Xhol Caravan, Throbbing Gristle, Cabaret Voltaire, Sensations Fix, Sodom, The Sound, The Germs, Metallica, Tangerine Dream, Vasti, The Cure, e la lista andrebbe ancora avanti e avanti. Penso che tutte queste band e questi artisti, abbiano fatto qualcosa di nuovo, semplicemente per la capacità di esser stati se stessi, loro hanno creato e mantenuto una loro sincera identità.

La tua musica è terribilmente “sporca” e lo-fi, ma rimanda anche alla gioia della fanciullezza. In che modo queste qualità rimandano al tuo carattere?
Solo parzialmente lo fanno. La mia musica non è di regola necessariamente così “sporca” e lo-fi. Ad esempio ora ho una miglior padronanza della produzione, rispetto ad un anno fa, per non dire di cinque anni fa. In un certo senso è conveniente, perché non sono così esperto nel suonare strumenti, la produzione infondo per me è solo un strumento come gli altri e io non sono ancora tecnicamente in pieno possesso di questa. Perciò posso dire di suonare tanto bene quanto produco, sullo stesso livello qualitativo insomma. La mia crescita artistica è stata eguale dal punto di vista dell’ esecuzione, della registrazione e della scrittura, sviluppando in tandem questi aspetti. Ma t’immagini se le mie canzoni fossero prodotte da un professionista o “pulite” o Hi-Fi. Non funzionerebbero in un contesto così diverso. Così questa è una ragione per cui non provo ad essere più critico o razionale. E alla fine della giornata, c’è solo da divertirsi. E’ come giocare con i “LEGO”.

Hai registrato la gran parte dei tuoi pezzi a casa tua giusto? E’ stata una necessità o una scelta?
Sicuramente una scelta. E’ stata una mia scelta quella di cominciare a registrare a casa. Ma posso anche dire che è stata una scelta necessaria e una decisione che ho rifiutato di compromettere per anni, senza che questo mi causasse delle difficoltà. Stavo essenzialmente facendo quello che amavo fare e nient’altro. La musica che è stata realizzata così, anche quella più lontana nel tempo, rappresenta un periodo della mia vita in cui stavo attraversando la ruvida giovinezza e questa contribuì a definire la mia coscienza musicale allo stesso modo in cui lo fecero gruppi, artisti, canzoni e album per cui andavo pazzo.

E invece il prossimo disco dove lo registrerai?
Non lo so sinceramente.

A proposito, hai qualche idea per il prossimo Lp?
Certo. Solo che niente è sicuro finche non sarà registrato.

Ma è vero che le parti ritmiche di alcuni pezzi le campioni dalla tua voce? Come ti è venuta in mente questa idea?
Non ho dovuto pensarci troppo a dir la verità. E’ stato abbastanza naturale, ho elaborato la tecnica davvero casualmente, come un ragazzino. Ho sempre avuto una mente musicale davvero attiva, ma non la preparazione e l’esperienza per realizzarla, così cominciai a registrare con la voce suggerendo come suonava la musica nella mia testa. L’unica cosa era che dovevo continuare a tenermi a mente le canzoni che sviluppavo. Ma alla fine ero solito cambiare quello a cui avevo pensato in principio, durante il processo che mi portava a fare una musica in qualche modo accettabile e più accessibile. Io credo di essermi divertito nel sorprender me stesso, non sapendo cosa fosse quella musica e dove potesse andare.

A cosa si riferisce “The Doldrums” (l’esordio di Ariel, letteralmente: zona dei venti calmi equatoriali o figurativamente depressione, malinconia, tristezza n.d.a.)?
Bè, ad un periodo o probabilmente ad un posto.

Come nascono le tue canzoni? Come scrivi i testi e le melodie, in che modo la vita di tutti i giorni t’influenza?

Ormai procedo con poca difficoltà. Certo, la vita comune è un fattore che contribuisce, probabilmente più di quanto io stesso ne sia consapevole. Ma le mie fantasie sono presumibilmente qualcosa di più di una influenza diretta o più condizionanti di quella che è la “vita reale”, ma spesso non sono nemmeno in grado di separare le due cose.

Stai per partire per il tuo tour, verrai in Italia?
In realtà, il mio gruppo è stato in Italia lo scorso Febbraio. Certamente ci sono buone probabilità che ci torneremo.

Infatti Ariel Pink, tornerà in Italia la settimana prossima e sarà ospite Martedì 23 Maggio del Sant’ Indie Festival a Porto Sant’ Elpidio, organizzata dai ragazzi di Marquee Moon.

Link:
Indie For Dummies on Ariel Pink
Ariel’s Official Site 

Mp3:
Helen
For Kate I Wait

Lo stordimento del dormiveglia, un gradevole ottundimento da colpo di sole, da rapida emersione. Elettronica strumentale, distesa e sognante quella che ci presenta nel suo esordio questo ventiduenne inglese, già esperto di dancefloor ma in momentanea (?) vacanza da beats troppo ingombranti. Uno sbrilluccichio di sguardo, stasi estatica; quella di “Drowning in a sea of love” è una danza mentale: un perdersi di pensieri e un ritrovarsi di ricordi, uno struggersi per niente e innamorarsi di tutto. In questa indigestione di girandole melodiche, di battute più o meno presenti, di ambienterie varie e gloria psichedelica si possono ritrovare i ricordi dell’infanzia e i deja vù dei Boards of Canada, le brumose glitcherie di pulviscolo ardente e fluttuante di Dntel e dell’estate infinita di Fennesz, le sdolcinatezze e l’emozionalità dei crescendi dei Mogwai di Young Team, le stesse luci nella notte, la stessa giovinezza che grida per le strade. Niente di troppo nuovo, perciò, ma il disco è bello e sembra essere arrivato anche al momento giusto. Un disco per chi attende l’Estate avendone già e sempre nostalgia, la coscienza presente di momenti meravigliosi che non torneranno.
Cover Album
Band Site
Drowning In A Sea Of Love [ Border Community - 2006] - BUY HERE
Similar Artist: Boards Of Canada, Dntel, Mogwai
Rating:
1. Stop
2. Grandfathered
3. Charlie’s House
4. Bumblechord
5. Superpositions
6. Bawsey
7. Sky Was Pink
8. You Are Here
9. Falmer
10. Long Sunny
11. Fell

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