Gio 24 Ago 2006
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Rumoroso, granitico, imponente .
Francamente non trovo altri aggettivi per definire il ritorno sulle scene dei Comets On Fire. Più ascolto le sette tracce contenute in Avatar e più mi vengono in mente maestosi obelischi egizi. Innalzati fino a toccare il cielo questi mostri di pietra sono tutt’ora, in epoca di architetture avveniristiche, opere gigantesche e al tempo stesso massima espressione di assoluta devozione per le divinità dell’epoca. Penso quindi ad Ethan Miller e soci mossi dallo stesso intento di quelle antiche popolazioni : realizzare qualcosa di mastodontico così che l’ omaggio per mitiche figure di riferimento che ne hanno forgiato il percorso musicale fosse indiscutibilmente sotto gli occhi di tutti. Il dio da venerare e onorare è essenzialmente quello del rock seventies, l’opera realizzata in intensi mesi di studio è appunto Avatar. Per questi ragazzi di Santa Cruz, non deve essere stato difficile dare fondo alle proprie reminiscenze giovanili, recuperare ascolti ed influenze che ne hanno colorato i primi passi verso una ferrea consapevolezza rock. Black Sabbath, Grateful Dead, Deep Purple rivivono in lunghe cavalcate rock-blues intrise d’acido, autentici mantra lisergici capaci di colpire anche gli ascoltatori dell’ultima generazione, pubblico che quegli anni li ha vissuti solo per sentito dire e che mostra poca propensione ad allontanarsi da certi suoni indie-melodici. Nell’appassionato ricerca e recupero di determinate sonorità è facile imbattersi in percorsi non poi così distanti dalla strada madre. Non stupisca quindi se i Comets On Fire immersi nel loro mistico deja-vù acido, finiscano per distendere sul tavolo una rosa di influenze ben più vasta. Lo stoner più aggressivo, il progressive di scuola Fripp, ed un paio di ballate visionarie (“Lucifer’s Memory” e la conclusiva “Hatched Upon The Age” pagano forte dazio a Procol Horum e Pink Floyd), sono elementi del quale è difficile non accorgersi. Nei pressi di Santa Cruz le comunità hippie esistevano trent’anni fa, sicuramente c’erano anche quando i Comets On Fire giovincelli si facevano le prime canne e probabilmente resistono ancora oggi. Questo non può che consolarmi, dopo tutto esiste qualcuno che ascoltando Avatar non considererà perfette idiozie gli accostamenti iniziali tra questa musica trascinante e obelischi, cultura egizia e divagazioni di carattere architettonico. |
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Agosto 24th, 2006 at 12:20
Gran bel disco, gran bel disco. Le mie opinioni:
- checchè se ne dica, meglio questo dell’ ultimo dei Six Organs Of Admittance (aka Ben Chasny).
- meglio questo del seppur già buono esordio.
-agli amanti del genere consiglio vivamente i Dead Meadow.
Agosto 24th, 2006 at 15:32
non sono molto pratico di “obelischi egiziani”…e, dato che questo disco non rientra nel mio stile di vita - molto mellow e tendente ad evitare i gruppi che sanno di “maledizioni” (specialmente egizie) - non so se fidarmi del consiglio e della tua bella recensione; forse ripiegherò sul mio solito folk esistenziale, fatto di poche - ma sicure -certezze, anzichè addentrarmi in qualche camera di sepoltura…
che ci volete fare: il periodo dell’essere incazzato col mondo l’ho lasciato alle spalle - sebbene mantenga con esso un onorevole guerra fredda…
PS “Macaca mulatta” è un nome che devo aver già sentito…
Agosto 24th, 2006 at 21:17
Di ritorno dalle vacanze, vedo che avete fatto i bravi e non vi siete fermati.Bene, ora vado a recuperarmi le reensioni.
Ciaps!