ROCK EN SEINE ‘06 – DAY ONE @ Domaine National De Saint-Cloud (Francia, 25/08/2006) – Part 2
Genere: festival
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LINE UP – 25/08/2006:
GRANDE SCENE: CALEXICO, NADA SURF, DIRTY PRETTY THINGS, PATRICE, MORRISSEY
SCENE DE LA CASCADE: WOLFMOTHER, INDIA ARIE, CLAP YOUR HANDS SAY YEAH, KASABIAN, THE RACONTEURS
SCENE DE L’INDUSTRIE: DEAD POP CLUB, NEIMO, FRENCH PARADOX, TV ON THE RADIO, DJ SHADOW
Eravamo rimasti alla disperata fuga verso gli stand gastronomici, giusto? Bene.
Arrivato alla meta, scelgo di prendere un piatto di tartiflette: si tratta più o meno di patate cotte in padella insieme con salsiccie e crema di latte. A cotanta delizia affianco l’ennesima birra e due graufes alla nutella. Con queste prelibatezze culinarie, comunque migliori dei pesantissimi hamburger che avevo mangiato a pranzo, mi permetto una ventina di minuti di relax sul prato dietro gli stand. Mentre sorseggio un po’ di birra e mi accendo una sigaretta, chiacchierando mi soffermo a guardare la gente che passa davanti a me. Mi rendo conto che buona parte del pubblico del Rock En Seine è più o meno mio coetaneo (cioè ha un’età intorno ai 25-30 anni), che è composta per una fetta non minore da bellissime e delicatissime parigine e che nonostante tutti bevano birra e fumino di tutto da quasi 7 ore non ho visto neanche un accenno di rissa né soprattutto uno sguardo minaccioso dopo gli inevitabili scontri durante i concerti. Uno scenario molto difficilmente riproducibile qui da noi…Vabbè, pazienza. Ci arriveremo (?).
Ora però è il momento di tornare al “ Scène De La Cascade “ per godermi alle 21,30 i Raconteurs di Jack White e Brendan Benson. Dato che arrivo con leggero anticipo in quella zona decido di fare un salto al terzo palco, dove da una mezz’oretta stanno suonando i newyorkesi Tv On The Radio. Complice l’assenza di gruppi importanti sugli altri stage, la “ Scène De l’Industrie “ è affollatissima e il gruppo di Brooklyn, in tournèe per la promozione del secondo album “ Return To Cookie Mountain”è furiosamente intento a costruire un caleidoscopio di suoni che abbracciano la new wave e cultura black, il rock di David Bowie e l’irruenza punk. Uno show di grande impatto, che la platea parigina dimostra di apprezzare non poco. Non così il sottoscritto che pur riconoscendo grandi capacità alla band non riesce proprio ad digerirla per più di 20 minuti. Se proprio dovessi dare un voto lo farei sulla base delle reazioni del pubblico, ed in questo caso penso si possa parlare di una sufficienza piena.
Ammaliato dai richiami western morriconiani che annunciano l’inizio dell’esibizione dei Raconteurs, mi fiondo verso la “Scène De La Cascade”, a pochi metri dal palco. L’impressione è che più che un side project del leader dei White Stripes, i Raconteurs siano proprio una band vera e propria. White abbandona per larga parte del concerto il ruolo del frontman e si pone come semplice membro del gruppo, rispettando il ruolo dell’altra voce Brendan Benson, che con parte dei Greenhorses completa il novero dei musicisti-narratori. Come sull’album “Broken Boy Soldier” è spesso Benson a fare la prima voce, e devo dire che il ragazzo di Detroit se la cava in modo più che soddisfacente, specie nelle acide melodie beatlesiane di “Hands”. Poi però – e non poteva essere altrimenti – sale in cattedra her majesty Jack White. Sono bastate due canzoni due per infiammare le decine di migliaia di presenti. Sono stato a decine di concerti nella mia vita, ma vi assicuro che, ad oggi, posso dire di non aver ancora visto un personaggio così genuinamente “rock”. Praticamente enorme fisicamente, con un bicipite da far impallidire i palestrati di tutto il mondo, il “fratello” (?) di Meg prende il microfono quando partono le note di “Bang Bang “ di Nancy Sinatra, dopo averci già ci deliziato in apertura con le gemme lisergiche di “Level”. Il classico della coppia Sinatra-Hazelwood viene stravolto in un fiume di distorsioni chitarristiche, un tempesta di suoni taglienti che si irradiano sulla riva della Senna lasciando attoniti gli spettatori, che forse come me non si aspettavano una cosa dal genere da un presunto “ side-project”. La voce di Jack è qualcosa di poco descrivibile, sembra che la chitarra canti e i suoi urli furiosi suonino, tutto si fonde creando un suono unico, tremendamente blues eppure quasi hard rock ma anche spiritualmente soul. Solenne e devastante. Troppo MC5 insomma! Non ho idea di cosa possa accadere ad un concerto degli Stripes, non riesco ad immaginarlo, ma deve essere qualcosa che si avvicina di molto ad una di quelle esperienze che ricorderai per tutta la vita. Davanti a me tre stilosissime parigine che sembrano uscite da una sfilata congiunta di Dior, Louis Vitton e Alexander Mc Queen che fino a poco prima osservavano composte lo show, si mettono in pratica a pogare e a dimenarsi come ossesse. La cosa peggiora quando a “Bang Bang” segue il pezzo migliore dell’album, “Broken Boy Soldier”. In quel momento ho iniziato ad immaginare che cosa possono essere i White Stripes dal vivo. Il carnefice del cantante dei Von Bondies pare posseduto dai demoni del Delta, solo che mentre lì i vecchi bluesman laceravano le anime di chi li ascoltava con storie oscure e disperate e gli accordi di una chitarra acustica, Jack White distrugge le orecchie dei presenti con una potenza inaudita, con gli urli della chitarra e le stridule note della voce, sostenuto da un drumming incessante ed ipnotico.
Da quel momento in poi non ricordo molto, se non che dopo qualche decina di minuti mi hanno trascinato a forza verso il palco centrale perché stava per cominciare il live del Moz. Che poi era l’headliner della giornata. Che in sostanza era quello per cui ero venuto in terra francese. Me ne vado a malincuore perché Morrissey è sempre Morrissey, ma vi assicuro che non è stata una scelta facile…
Ah, tornato a Roma ho comprato il dvd “ Under The Blackpool Lights”. Ora ho capito che cosa possono provocare i concerti degli Stripes…
Arrivato alla “ Grand Scène “mi accorgo di non il solo ad aver subito il fascino elettrico dei Raconteurs. Nonostante Morrissey fosse, come si diceva, l’headliner della giornata, buona parte del pubblico preferisce attardarsi dalle parti del secondo palco per cogliere le ultime briciole live del gruppo americano. Dopo qualche minuto d’attesa ed un’altra birra – l’ultima della giornata – prendo posizione ad una decina di metri dal palco e attendo impaziente l’arrivo del mancuniano.
Un live di Morrissey, il primo della mia vita, chissà perché. Eppure gli Smiths per me non sono solo un gruppo, sono parte della mia vita. Sono la prima band inglese non contemporanea che iniziai ad ascoltare da adolescente. La prima. Dopo vennero gli Stone Roses e gli Who e poi tutto il resto. I Beatles non fanno testo, li assorbi passivamente fin da quando sei piccolo e arrivi a 15 anni che già conosci buona parte delle loro canzoni senza averle mai cercate veramente. Ma Johnny Marr e Morrissey furono i primi a spiegarmi cos’erano gli “altri” anni ottanta. Non solo yuppismo, giacche con le spalline, electro pop, divertimento sintetico, dark, Joy Division e Cure. C’era dell’altro. C’erano delle canzoni esili eppure sinestetiche, che ascoltavi mentre sentivi il profumo dei fiori e l’odore dell’amore, e ti sentivi raccontare di baci sotto il ponte di ferro, di come quell’amore non fosse come tutti gli altri perché era differente, perché eravamo noi, di come in fondo sarebbe bello, di una bellezza divina, morire colpito al fianco di chi ami.
C’erano altre immagini oltre a quelle iconografie debordanti, volgari ed posticcie di cui eravamo tempestati da bambini: questi alfieri dell’ heavy metal che sembrava indossassero delle parrucche cotonate, i fulmini e i teschi di quel rock pseudo-antagonista, i residui addomesticati della cultura punk, il divismo sfrenato dei Duran Duran. Perché i ricordi dell’Helmut ragazzino sono questi, quelli che passavano davanti agli occhi di un bambino ancora lontano dall’essere, almeno, “teen”…
C’erano le immagini degli Smiths, quelle foto in chiaroscuro colpevolmente romantiche che appaiono sulle copertine degli album, di “The Queen Is Dead” o di “Louder Than Bombs”, del video di “There Is A Light That Never Goes Out “.Fragili e semplici immagini di persone ordinarie. L’icona dell’altra Inghilterra, fatta di amori inquieti, ma puri, come quelli dei bambini. E non importava se fossero amori omosessuali, disperati o tossici, quello che cantava Morrissey ce l’avevamo tutti dentro. Celato, forse. Non erano canzoni, erano poesie, anzi non erano neanche solo poesie declamate, erano poesie fatte di profumi e sensazioni, come se sognassi di averle vissute per qualche felice deja vu o come se dolorosamente cercassi di dimenticarle, perché le sue storie erano anche le tue. Se mi chiedessero di spiegare le sensazioni che ti fa provare la cruda tenerezza dell’amore, visto che non sono molto bravo con le parole, risponderei di ascoltare “Still Ill” o “Hand In Glove”.
Non credo che nessuno come loro abbia girato così tante volte nel mio stereo. Tutto passa – almeno per un po’, almeno nel mio caso- ma non loro. Non c’è mese in cui non riascolti, per più volte al giorno, “The Queen Is Dead” o “The Peel Session”. Insomma per quanto mi riguarda dipinti come “Still Il”, o “There Is A Light That Never Goes Out” hanno fatto la storia della musica, come i Beatles, come gli Who, come gli Stones. E se parliamo di musica POP non credo che qualcuno possa raggiungere lo splendore floreale di “This Charming Man” versione John Peel.
Purtroppo però i due geni hanno litigato e si sono divisi. Secondo me se si facesse un sondaggio tra tutti i loro fan nel mondo, chiedendogli se fossero disposti a sborsare, che so, 200 euro per rivederli UNA volta dal vivo insieme nella loro città, accetterebbero di corsa. Io lo farei senza esitazione.
Comunque il passato non torna, non sono più adolescente, il Moz ha 46 anni e Marr ha smarrito la sua arte creativa chissà dove, per cui mi metto l’anima in pace, asciugandomi la metaforica lacrimuccia, ed attendo pazientemente l’arrivo del Re di Manchester.
Qualche minuto d’attesa ed eccolo che arriva, accompagnato da non meno di 6\7 musicisti, tutti vestiti con pantaloni bianchi e magliette verde con su stampato il logo di “Playboy”, che mi hanno ricordato, non so perché, i personaggi del film “Querelle De Brest”…
Stilosamente dandy, as usual, Morrissey si mostra immediatamente, ed inaspettatamente, molto amichevole col pubblico, presentandosi con un “Morrissey, mercì” mentre indica, col dovuto inchino, se stesso. Si parte col botto:” Panic” è la prima canzone ed è subito anche qui, come nelle strade di Londra, delirio generale. Il vecchio Moz snocciola moltissimi brani estratti da “ Ringleader Of The Tormentors” e dal penultimo “ You Are The Quarry”: dal secondo pezzo del set “ Irish Blood, English Heart” a “ In The Future…”, da “ First Of The Gang To Die” a “ You Have Killed Me”, passando per “ How Could Anyone Possibile Know How I Feel” e “ The Youngest Was The Most Loved “. Si muove teatralmente, con un attitudine che lo fa apparire più come un bonario crooner navigato che come una delle popstar più accreditate del panorama internazionale, interpretando con infinita passione i versi della sua vita, romanticherie torbide ed intense come quelle scritte dall’Oscar Wilde ritratto sullo sfondo del palcoscenico. Non è più il tempo dei gladioli e dei garofani, ma Stephen Patrick rimane in grandissima forma. Con classe, passione, coinvolgimento totale trasporta il pubblico attraverso uno show di grande impatto emotivo, senza le commoventi melodie di una volta ma con tanti brani di superba fattura. Mancano, dicevo, i gioielli raccolti in “Suedehead”, tuttavia la scelta del repertorio regala un’ora e mezza di grande valore.
E, ad ogni modo, c’è ancora spazio per pezzi come “How Soon Is Now” e per la toccante bellezza di “Girlfriend In A Coma”, che il pubblico accoglie con un boato. Le uniche che sembrano impassibile all’atmosfera estatico-entuasiastica generale sono due ragazze vicino a me, che non trovano di meglio da fare che chiacchierare tutto il tempo tra loro, credo di lavoro e vacanze.
Il bis è uno iato temporale verso quei momenti di cui abbiamo parlato fin’ora: “ Stop Me If You Think…” . Strepitosamente trascinante, i 30mila del Rock En Seine impazziscono di gioia.
La ragazza invece continua nelle sue digressioni professionali e ci guarda stupiti. Mah…
Morrissey senza Marr non sarà mai come gli Smiths, ma resta uno dei più grandi autori di musica pop dell’ultimo quarto di secolo.
Come dicono qui, “chapeau”.
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15 settembre 2006 @ 12:39
L’avevo detto che sarei andato sul sentimentale…
15 settembre 2006 @ 13:18
helmut: l’indie-live sul rock en seine (soprattutto la part two) è davvero un articolo coi fiocchi! la parte su morrissey è eccezionale (le lezioni online che ti sto dando iniziano a dare i primi effetti…
): davvero un pezzo straordinario e toccante!
). non li ho mai visti live (e mi sembra che in italia non si faranno vedere), ma il rock’n'roll che suonano mi ha addirittura fatto dimenticare che jack whte mi sta sul culo…
per quanto riguarda la musica,
non ho mai fatto mistero di non amare i tv on the radio (o forse di non riuscire a “capire” e appassionarmi alla loro musica);
per contro, considero broken boy soldiers come uno tra I dischi dell’anno (e fra le canzoni, condivido in pieno il giudizio espresso sulla title-track…vedi, abbiamo gli stessi gusti musicali, se non fosse per quella tua insana passione per le anatre d’allevamento, anche quelli sessuali sarebbero uguali…
morrissey: toccante – ripeto – il tuo pezzo e, anche se io non ho mai amato particolarmente gli smiths, penso che andrò a rispolverare louder than bombs o the queen is dead.
axel: complimenti per i samples (slurp, slurp…
) la cover di crazy fatta dai racounteurs rivaleggia con winds of change degli scorpions cantata da me – ubriaco – in irlanda, alle sei del mattino (nb lì andavo a letto alle sei, mentre ora mi sveglio…alcune cose non cambiano mai, altre invece sì – vediamo se scovate la citazione), mentre un mio amico saltava su un carrello della spesa che aveva rubato al supermercato e urlava dentro un enorme birillo dei lavori stradali (anch’esso trafugato non si sa bene per quale motivo…).
16 settembre 2006 @ 16:15
Helmut: A parte i soliti, rinnovati complimenti per la tua recensione… devo ammettere che mi hai stupito… L’aspetto perdutamente “sentimentale” della parte su Morrissey…! Una sensibilità davvero particolare, secondo me… e ben oltre la norma per la media generale – mi permetto. (Sorvolando sul fatto che non so quanto poi nella vita tu metta a frutto o meglio, porti nella prassi, tutto questo universo interiore… Di solito chi ha di queste qualità si astiene con cura dal darlo a vedere….) Comunque, essendo io una femmina, posso tranquillamente ammettere che alla tua lacrimuccia metaforica avevo fatto corrispondere, già diverse righe prima, una evidente commozione. La descrizione che hai fatto della tematica romantica negli Smiths (e ovviamente in Morrissey) è qualcosa che non solo condivido ma ricalca le mie sensazioni: giusto l’altro ieri ho usato quasi le stesse parole su MySpace! …Stavo ricordando il primo ed unico concerto che io abbia visto di Morrissey, al Teatro di Ostia Antica il 16 luglio scorso, e oggi le tue parole mi hanno fatto rivivere ancora quell’emozione incredibile….. Ma forse – a quanto leggo qui sopra – dovrei ringraziare il tuo “maestro Pamelio”… P.S. Grazie anche per aver esaurito la mia curiosità sulle performances di Tv On The Radio e Raconteurs: per ora, mi procurerò senz’altro l’album dei secondi!
16 settembre 2006 @ 18:18
…virginia non farti ingannare…è tutta una tattica per acchiapparti…Helmut la sa troppo lunga….fìdete!!!
p.s.
probabile che adesso tu ti affacci al balcone e lui è lì che dice “Toh…guarda che coincidenza!!! Ma abiti qui???”
16 settembre 2006 @ 19:01
Ah ah ah ah!! Mooolto divertente, Giov! Mi sono immaginata la scena! Lasciati dire che una cosa del genere è fortemente improbabile…! Ah ah ehehehe!… Da morire dal ridere…. Comunque escludo che Helmut possa mai scrivere qualcosa con l’intento di “acchiappare” in un suo articolo… non ce lo vedo a sminuire così questo lavoro… Ma sicuramente saprà dire meglio lui!…
16 settembre 2006 @ 19:02
Grazie per i complimenti Virginia, in effetti speravo proprio di rendere quelle sensazioni di cui parlavi… perchè alla fine la musica è bella proprio perchè ti dà delle sensazioni che poche altre cose ti danno…per il resto che ti devo dire, mi riesce più facile esprimermi scrivendo che a parole in effetti….Ringrazieremo anche Pamello che mi ha spinto ad essere meno “professionale”….
Giov, ahahha, sei sempre il mio numero uno!
Vorrei dire che mi sono appena fatto una tazza di latte con un nuovo tipo di gocciole che si chiamano tipo “dark” o qualcosa del genere, bisoctti tremendamente gonfi di cacao…ora sto morendo, è come se avessi ingoiato una lavastoviglie SanGiorgio…questi biscotti sono da ritirare dal mercato….
16 settembre 2006 @ 19:15
Ah Virginia, abbiamo scritto nello stesso momento, è un segno del destino!!!
Ahhahahahah!!
17 settembre 2006 @ 13:09
Già me lo vedo il povero Helmut in preda alla tendinite lì a sparare refresh sul browser a ritmo di uno ogni 30 secondi per far coincidere il suo post con il prossimo di Miss Virginia…smuah!ah!ah!
No è che secondo me ste recensioni di Helmut hanno vari piani di lettura oltre a quello puramente musicale. Giov tocca farsi spiegare come si fà ad implementare nei nostri scritti quel livello subliminale che “infallibilmenteseduce qualasiasicreaturafemminileaportatadimonitor”
Beh vabbè, però ora a parte all’inopinabile qualità della recensione e alla decisione meritevolissima di “affrontare” l’esperienza Moz dall’angolazione piu umana..non è che vi incazzate se vi dico che a me Morrissey non piace?..in quei giorni ero troppo impegnato su certi bicorde per i struggimenti interiori. Mi sono sempre venuti meglio i distruggimenti esteriori mi sa…
17 settembre 2006 @ 13:56
ecco qua che io e Just ci confermiamo in piena sintonia: Morrisey non piace neanche a me, ma è innegabile il suo talento. Poi per il discorso sul livello subliminale seducente boh…io ogni tanto provo a mettere delle frasi che se lette al contrario ipnotizzano la mente delle donne convincendole ad amarmi follemente più di ogni altra cosa ma qui i risultati scarseggiano.
Helmut se refreshi per più di 40 volte al giorno interviene l’FBI e apre un indagine su di te per marpionaggio compulsivo da polipo romano che sei!!! ;D
peace.
17 settembre 2006 @ 14:30
Giov, quando scrivi le “frasi che se lette al contrario ipnotizzano la mente delle donne convincendole etc etc”… Preoccupati di una delle seguenti cose: 1) che “le frasi” siano anche SCRITTE al contrario; 2) di avvertire che ‘le donne DEVONO LEGGERE “le frasi” al contrario’; 3) o almeno, che le donne abbiano un problema – tipo dislessia, ma moolto più organizzato -: ovvero che LEGGANO SPONTANEAMENTE AL CONTRARIO (il che è senz’altro più difficile…). Altrimenti, non ti stupire poi, se “i risultati scarseggiano”…!
17 settembre 2006 @ 14:58
In effetti ci sono anche io.A me Morrissey non emoziona piu’ mdi tanto.Ascoltandolo mi rendo conto di quanto sia indiscutibilmente valido, ma non mi prende.E vi diro’ di piu’, non mi prendevano nemmeno gli Smiths.Forse sto bestemmiando, ma de gustibus no?
17 settembre 2006 @ 16:31
Gli smiths non sono mai piaciuti neanche a me…sta a vedere che qui salta fuori che siamo più quelli che non amano particolarmente la loro musica che i veri fan.
…virginia se sapessi davvero far innamorare le donne in maniera subliminale scrivendo frasi al contrario non lo farei su indieforbunnies con tutto il rispetto ma proverei a farlo sul TIME (ma anche su TV sorrisi e canzoni mi andrebbe bene) che ha un bacino d’utenza un pelino maggiore…
17 settembre 2006 @ 18:08
De Gustibus certamente…ad esempio uno degli album più venduti della storia – Ok Computer dei Radiohead – non lo sopporto proprio, l’avrò sentito tre volte in tutto…così per altri gruppi ” storici “…tutto è soggettivo…:-)
17 settembre 2006 @ 19:00
Ah certo, se aprissimo una discussione sui gruppi incensati dai piu’ che a noi non piaccciono faremmo centinaia di commenti i suppose.
17 settembre 2006 @ 19:26
La supposta è esatta Sachiel.
Cmq mi pare abbastanza normale che a chi non piace Morrissey non piacciano neppure i Smiths. Non è che il Moz fosse un caccola di passaggio nell’economica della band eh…
(oggi sono veramente poetico)
Cmq per quanto riguarda i messaggi subliminali scritti al rovescio…mmmh…mi avete un po’ deluso. Io che grossomodo le ho provate tutte per raggiungere le Donne dei miei Sogni vi rivelerò il semplice segreto: scrivere su una faccia sola del foglio e con aria di finta sbadataggine somministrare la lettura in controluce alla ingenua vittima. Non cè neppure bisogno che legga tutta la pagina..nel sonno l’incessante lavorìo dell’inconscio farà il resto. Sguah!ah!ah!
…dilettanti…
17 settembre 2006 @ 19:27
see economica!…economia volevo dire…vabbè ma tanto ormai s’è capito che non rileggo mai i miei post preso come sono dal fuoco sacro della scrittura…
eeeeeeeh!
17 settembre 2006 @ 23:26
Just dai un’occhiata al post precedente…
18 settembre 2006 @ 09:38
Letto e aggiudicato Helmut!..se è un appuntamento ufficiale potrei anche venire in configurazione Stand Alone. Per riconoscerci (a parte le orecchie rosa) ho appena deciso che per l’occasione sfoggerò alla faccia della Rough Trade, la mia spettacolosa t shirt degli Okkervil River.
Ci si vede appesi al bancone?
19 settembre 2006 @ 19:32
bellissima anche la seconda parte ^^
brividi sulla descrizione della performance di morrissey…..pur conoscendolo poco (cioè non tutti i pezzi…solo quelli famosi) mi è piaciuto veramente tantissimo
ps : anche tu sei d roma??…ma tutti d roma sono!! ^_____^
20 settembre 2006 @ 14:44
Ciao Elsa,
grazie per i complimenti, sono sempre graditi…
Il Moz non si discute, se ama…in realtà siamo di Roma solo io, Just e il Webmaster Axel…anzi stasera avverrà un simpatico simposio indieforbunnies made al circolo degli artisti per la serata Rough Trade ( Long blondes,The Veils, 1990’s)…se sei di Roma vieni, costa tipo tutto 10 euro…
Ciao!
24 settembre 2006 @ 15:49
eh lo so ma essendo di ostia non frequento molto roma di sera…
a parte quando ci sono concerti imperdibili…
per ora in programma ho solo kooks (sempre al circolo) e muse
e dovrebbero confermare i babyshambles il 23 ottobre ma non so in che locale!!!
7 novembre 2006 @ 19:17
Non sono riuscito a leggere tutta la recensione del concerto. Troppo prolisso l’ autore, troppo lungo l’ articolo. Ho smesso quando ho letto che la celeberrima canzone “Bang Bang”, veniva attribuita a Nancy Sinatra, peraltro grandissima artista, anziche’ a Sonny & Cher, autori ed esecutori. Ho pensato che nn potevo leggere bischerate ulteriori, e ho chiuso. Saluti
7 novembre 2006 @ 19:20
Non ho letto l’ articolo fino in fondo, troppo lungo. E troppo prolisso l’ autore. Pero’ mi sono fermato quando mi sono imbattuto in una bischerata, come quella che attribuiva la celeberrima canzone di Sonny & Cher,” Bang Bang” alla pur brava Nancy Sinatra. Saluti cari
29 novembre 2006 @ 15:28
Faccio ammenda per l’errore, ma devo ammettere che non me lo ricordavo assolutamente.
D’altra parte ti faccio notare che non stai leggendo The Wire ma un sito nato dall’esperienza – tutta amatoriale – di un blog, per cui è possibile che qualche volta si possa incorrere in qualche erroruccio.
Apprezzo sempre le critiche quando sono costruttive e sincere, meno quelle colme di arrogante spocchia professorale.
Poi de gustibus, ma tutto sommato il web è così ampio che le scelte non mancano…
20 dicembre 2006 @ 19:57
Luogo molto buon. Le mie congratulazioni!!! O_o