ROCK EN SEINE ’06
DAY ONE @ Domaine National De Saint-Cloud (Francia, 25/08/2006) – Part 2

 
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15 Settembre 2006
 

LINE UP – 25/08/2006:
GRANDE SCENE: CALEXICO, NADA SURF, DIRTY PRETTY THINGS, PATRICE, MORRISSEY
SCENE DE LA CASCADE: WOLFMOTHER, INDIA ARIE, CLAP YOUR HANDS SAY YEAH, KASABIAN, THE RACONTEURS
SCENE DE L’INDUSTRIE: DEAD POP CLUB, NEIMO, FRENCH PARADOX, TV ON THE RADIO, DJ SHADOW

Eravamo rimasti alla disperata fuga verso gli stand gastronomici, giusto? Bene.
Arrivato alla meta, scelgo di prendere un piatto di tartiflette: si tratta più o meno di patate cotte in padella insieme con salsiccie e crema di latte. A cotanta delizia affianco l’ennesima birra e due graufes alla nutella. Con queste prelibatezze culinarie, comunque migliori dei pesantissimi hamburger che avevo mangiato a pranzo, mi permetto una ventina di minuti di relax sul prato dietro gli stand. Mentre sorseggio un po’ di birra e mi accendo una sigaretta, chiacchierando mi soffermo a guardare la gente che passa davanti a me. Mi rendo conto che buona parte del pubblico del Rock En Seine è più o meno mio coetaneo (cioè ha un’età intorno ai 25-30 anni), che è composta per una fetta non minore da bellissime e delicatissime parigine e che nonostante tutti bevano birra e fumino di tutto da quasi 7 ore non ho visto neanche un accenno di rissa né soprattutto uno sguardo minaccioso dopo gli inevitabili scontri durante i concerti. Uno scenario molto difficilmente riproducibile qui da noi…Vabbè, pazienza. Ci arriveremo (?).

Ora però è il momento di tornare al “ Scène De La Cascade “ per godermi alle 21,30 i Raconteurs di Jack White e Brendan Benson. Dato che arrivo con leggero anticipo in quella zona decido di fare un salto al terzo palco, dove da una mezz’oretta stanno suonando i newyorkesi Tv On The Radio. Complice l’assenza di gruppi importanti sugli altri stage, la “ Scène De l’Industrie “ è affollatissima e il gruppo di Brooklyn, in tournèe per la promozione del secondo album “ Return To Cookie Mountain”è furiosamente intento a costruire un caleidoscopio di suoni che abbracciano la new wave e cultura black, il rock di David Bowie e l’irruenza punk. Uno show di grande impatto, che la platea parigina dimostra di apprezzare non poco. Non così il sottoscritto che pur riconoscendo grandi capacità alla band non riesce proprio ad digerirla per più di 20 minuti. Se proprio dovessi dare un voto lo farei sulla base delle reazioni del pubblico, ed in questo caso penso si possa parlare di una sufficienza piena.

Ammaliato dai richiami western morriconiani che annunciano l’inizio dell’esibizione dei Raconteurs, mi fiondo verso la “Scène De La Cascade”, a pochi metri dal palco. L’impressione è che più che un side project del leader dei White Stripes, i Raconteurs siano proprio una band vera e propria. White abbandona per larga parte del concerto il ruolo del frontman e si pone come semplice membro del gruppo, rispettando il ruolo dell’altra voce Brendan Benson, che con parte dei Greenhorses completa il novero dei musicisti-narratori. Come sull’album “Broken Boy Soldier” è spesso Benson a fare la prima voce, e devo dire che il ragazzo di Detroit se la cava in modo più che soddisfacente, specie nelle acide melodie beatlesiane di “Hands”. Poi però – e non poteva essere altrimenti – sale in cattedra her majesty Jack White. Sono bastate due canzoni due per infiammare le decine di migliaia di presenti. Sono stato a decine di concerti nella mia vita, ma vi assicuro che, ad oggi, posso dire di non aver ancora visto un personaggio così genuinamente “rock”. Praticamente enorme fisicamente, con un bicipite da far impallidire i palestrati di tutto il mondo, il “fratello” (?) di Meg prende il microfono quando partono le note di “Bang Bang “ di Nancy Sinatra, dopo averci già ci deliziato in apertura con le gemme lisergiche di “Level”. Il classico della coppia SinatraHazelwood viene stravolto in un fiume di distorsioni chitarristiche, un tempesta di suoni taglienti che si irradiano sulla riva della Senna lasciando attoniti gli spettatori, che forse come me non si aspettavano una cosa dal genere da un presunto “ side-project”. La voce di Jack è qualcosa di poco descrivibile, sembra che la chitarra canti e i suoi urli furiosi suonino, tutto si fonde creando un suono unico, tremendamente blues eppure quasi hard rock ma anche spiritualmente soul. Solenne e devastante. Troppo MC5 insomma! Non ho idea di cosa possa accadere ad un concerto degli Stripes, non riesco ad immaginarlo, ma deve essere qualcosa che si avvicina di molto ad una di quelle esperienze che ricorderai per tutta la vita. Davanti a me tre stilosissime parigine che sembrano uscite da una sfilata congiunta di Dior, Louis Vitton e Alexander Mc Queen che fino a poco prima osservavano composte lo show, si mettono in pratica a pogare e a dimenarsi come ossesse. La cosa peggiora quando a “Bang Bang” segue il pezzo migliore dell’album, “Broken Boy Soldier”. In quel momento ho iniziato ad immaginare che cosa possono essere i White Stripes dal vivo. Il carnefice del cantante dei Von Bondies pare posseduto dai demoni del Delta, solo che mentre lì i vecchi bluesman laceravano le anime di chi li ascoltava con storie oscure e disperate e gli accordi di una chitarra acustica, Jack White distrugge le orecchie dei presenti con una potenza inaudita, con gli urli della chitarra e le stridule note della voce, sostenuto da un drumming incessante ed ipnotico.
Da quel momento in poi non ricordo molto, se non che dopo qualche decina di minuti mi hanno trascinato a forza verso il palco centrale perché stava per cominciare il live del Moz. Che poi era l’headliner della giornata. Che in sostanza era quello per cui ero venuto in terra francese. Me ne vado a malincuore perché Morrissey è sempre Morrissey, ma vi assicuro che non è stata una scelta facile…
Ah, tornato a Roma ho comprato il dvd “ Under The Blackpool Lights”. Ora ho capito che cosa possono provocare i concerti degli Stripes

Arrivato alla “ Grand Scène “mi accorgo di non il solo ad aver subito il fascino elettrico dei Raconteurs. Nonostante Morrissey fosse, come si diceva, l’headliner della giornata, buona parte del pubblico preferisce attardarsi dalle parti del secondo palco per cogliere le ultime briciole live del gruppo americano. Dopo qualche minuto d’attesa ed un’altra birra – l’ultima della giornata – prendo posizione ad una decina di metri dal palco e attendo impaziente l’arrivo del mancuniano.

Un live di Morrissey, il primo della mia vita, chissà perché. Eppure gli Smiths per me non sono solo un gruppo, sono parte della mia vita. Sono la prima band inglese non contemporanea che iniziai ad ascoltare da adolescente. La prima. Dopo vennero gli Stone Roses e gli Who e poi tutto il resto. I Beatles non fanno testo, li assorbi passivamente fin da quando sei piccolo e arrivi a 15 anni che già conosci buona parte delle loro canzoni senza averle mai cercate veramente. Ma Johnny Marr e Morrissey furono i primi a spiegarmi cos’erano gli “altri” anni ottanta. Non solo yuppismo, giacche con le spalline, electro pop, divertimento sintetico, dark, Joy Division e Cure. C’era dell’altro. C’erano delle canzoni esili eppure sinestetiche, che ascoltavi mentre sentivi il profumo dei fiori e l’odore dell’amore, e ti sentivi raccontare di baci sotto il ponte di ferro, di come quell’amore non fosse come tutti gli altri perché era differente, perché eravamo noi, di come in fondo sarebbe bello, di una bellezza divina, morire colpito al fianco di chi ami.

C’erano altre immagini oltre a quelle iconografie debordanti, volgari ed posticcie di cui eravamo tempestati da bambini: questi alfieri dell’ heavy metal che sembrava indossassero delle parrucche cotonate, i fulmini e i teschi di quel rock pseudo-antagonista, i residui addomesticati della cultura punk, il divismo sfrenato dei Duran Duran. Perché i ricordi dell’Helmut ragazzino sono questi, quelli che passavano davanti agli occhi di un bambino ancora lontano dall’essere, almeno, “teen”…
C’erano le immagini degli Smiths, quelle foto in chiaroscuro colpevolmente romantiche che appaiono sulle copertine degli album, di “The Queen Is Dead” o di “Louder Than Bombs”, del video di “There Is A Light That Never Goes Out “.Fragili e semplici immagini di persone ordinarie. L’icona dell’altra Inghilterra, fatta di amori inquieti, ma puri, come quelli dei bambini. E non importava se fossero amori omosessuali, disperati o tossici, quello che cantava Morrissey ce l’avevamo tutti dentro. Celato, forse. Non erano canzoni, erano poesie, anzi non erano neanche solo poesie declamate, erano poesie fatte di profumi e sensazioni, come se sognassi di averle vissute per qualche felice deja vu o come se dolorosamente cercassi di dimenticarle, perché le sue storie erano anche le tue. Se mi chiedessero di spiegare le sensazioni che ti fa provare la cruda tenerezza dell’amore, visto che non sono molto bravo con le parole, risponderei di ascoltare “Still Ill” o “Hand In Glove”.

Non credo che nessuno come loro abbia girato così tante volte nel mio stereo. Tutto passa – almeno per un po’, almeno nel mio caso- ma non loro. Non c’è mese in cui non riascolti, per più volte al giorno, “The Queen Is Dead” o “The Peel Session”. Insomma per quanto mi riguarda dipinti come “Still Il”, o “There Is A Light That Never Goes Out” hanno fatto la storia della musica, come i Beatles, come gli Who, come gli Stones. E se parliamo di musica POP non credo che qualcuno possa raggiungere lo splendore floreale di “This Charming Man” versione John Peel.
Purtroppo però i due geni hanno litigato e si sono divisi. Secondo me se si facesse un sondaggio tra tutti i loro fan nel mondo, chiedendogli se fossero disposti a sborsare, che so, 200 euro per rivederli UNA volta dal vivo insieme nella loro città, accetterebbero di corsa. Io lo farei senza esitazione.
Comunque il passato non torna, non sono più adolescente, il Moz ha 46 anni e Marr ha smarrito la sua arte creativa chissà dove, per cui mi metto l’anima in pace, asciugandomi la metaforica lacrimuccia, ed attendo pazientemente l’arrivo del Re di Manchester.

Qualche minuto d’attesa ed eccolo che arriva, accompagnato da non meno di 6\7 musicisti, tutti vestiti con pantaloni bianchi e magliette verde con su stampato il logo di “Playboy”, che mi hanno ricordato, non so perché, i personaggi del film “Querelle De Brest”…
Stilosamente dandy, as usual, Morrissey si mostra immediatamente, ed inaspettatamente, molto amichevole col pubblico, presentandosi con un “Morrissey, mercì” mentre indica, col dovuto inchino, se stesso. Si parte col botto:” Panic” è la prima canzone ed è subito anche qui, come nelle strade di Londra, delirio generale. Il vecchio Moz snocciola moltissimi brani estratti da “ Ringleader Of The Tormentors” e dal penultimo “ You Are The Quarry”: dal secondo pezzo del set “ Irish Blood, English Heart” a “ In The Future…”, da “ First Of The Gang To Die” a “ You Have Killed Me”, passando per “ How Could Anyone Possibile Know How I Feel” e “ The Youngest Was The Most Loved “. Si muove teatralmente, con un attitudine che lo fa apparire più come un bonario crooner navigato che come una delle popstar più accreditate del panorama internazionale, interpretando con infinita passione i versi della sua vita, romanticherie torbide ed intense come quelle scritte dall’Oscar Wilde ritratto sullo sfondo del palcoscenico. Non è più il tempo dei gladioli e dei garofani, ma Stephen Patrick rimane in grandissima forma. Con classe, passione, coinvolgimento totale trasporta il pubblico attraverso uno show di grande impatto emotivo, senza le commoventi melodie di una volta ma con tanti brani di superba fattura. Mancano, dicevo, i gioielli raccolti in “Suedehead”, tuttavia la scelta del repertorio regala un’ora e mezza di grande valore.
E, ad ogni modo, c’è ancora spazio per pezzi come “How Soon Is Now” e per la toccante bellezza di “Girlfriend In A Coma”, che il pubblico accoglie con un boato. Le uniche che sembrano impassibile all’atmosfera estatico-entuasiastica generale sono due ragazze vicino a me, che non trovano di meglio da fare che chiacchierare tutto il tempo tra loro, credo di lavoro e vacanze.
Il bis è uno iato temporale verso quei momenti di cui abbiamo parlato fin’ora: “ Stop Me If You Think…” . Strepitosamente trascinante, i 30mila del Rock En Seine impazziscono di gioia.
La ragazza invece continua nelle sue digressioni professionali e ci guarda stupiti. Mah…
Morrissey senza Marr non sarà mai come gli Smiths, ma resta uno dei più grandi autori di musica pop dell’ultimo quarto di secolo.
Come dicono qui, “chapeau”.

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