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Intervista con RAFFAELE COSTANTINO (Snob, Meet In Town)

28 giugno 2011

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Due giorni di elettronica, dance, indie, live, dj set e performance. Apparat, Modeselektor, Lamb, Cocorosie, Zero 7, Kode 9 and the Spaceape, Gold Panda, Prins Thomas, ma soprattutto Primal Scream, unica data italiana nella quale Bobby Gillespie e soci presenteranno dal vivo, per intero, quel capolavoro di “Screamedelica”.

Tutto questo e molto altro sarà la quinta edizione di Meet In Town festival dei nuovi suoni, realizzato da Musica per Roma in collaborazione con Snob Production, che occuperà per un intero weekend, il 22 e 23 luglio, gli spazi dell’Auditorium Parco della Musica di Roma.

A meno di un mese da questo imperdibile appuntamento siamo ospiti del Carhartt Square, quartier generale Snob nel cuore di Trastevere, dove incontriamo Raffaele Costantino, dj, produttore, giornalista musicale, socio fondatore della Snob Production e direttore artistico del MIT.

Questa lunga chiacchierata ci offre l’occasione per fare il punto su un festival ormai tra i più autorevoli e apprezzati, di ripercorrere la storia recente di una società di ‘cross-media’ quasi unica nel suo genere, di analizzare la situazione attuale della scena clubbing romana.

Partiamo dalle origini. Come nasce la Snob Production?
Snob nasce circa 6 anni fa da un’ idea mia e di Marcello Giannangeli. Lui è da sempre un grande appassionato di rock, i miei ascolti invece sono essenzialmente hip hop e elettronica. Abbiamo provato ad unire i ‘nostri’ generi in una serata che andava in scena al Circolo Degli Artisti e si chiamava “Kick It”. Nelle intenzioni voleva essere ‘un calcio in culo’, un voler abbattere certe barriere, raccogliere tutti i suoni urbani senza troppo pensare all’etichette e ai generi. Questo concetto si è poi evoluto in tutte le cose che abbiamo fatto da quel momento in poi.

Immagino che la tua esperienza di produttore e dj abbia avuto un ruolo fondamentale specialmente nei primi passi della Snob.
In passato ho collaborato come consulente e come dj per l’Auditorium, ho suonato all’inaugurazione del Parco della Musica, ho presentato progetti per ‘la notte bianca’. Loro mi conoscevano bene e quando si è presentata l’esigenza di avvicinare l’elettronica al loro ‘mondo’ mi hanno chiesto di presentare un progetto. Da qui io e Marcello abbiamo realizzato una struttura che ha cominciato a lavorare a stretto contatto con l’Auditorium ma non solo, anche con la Casa del jazz, Festival Del Cinema e altre istituzioni culturali. Ci siamo presentati come radar capace di intercettare quello che succedeva nel territorio per poi portarlo all’interno di queste grosse istituzioni. Inizialmente ci siamo occupati dell’organizzazione di piccoli eventi, party in diversi club della città, concerti, rassegne e raggiunta una certa credibilità abbiamo iniziato a confrontarci con realtà più grosse che Roma e il panorama italiano proponeva.

Con This Is Rome Snob ha iniziato a intraprendere un percorso non più legato all’organizzazione di singoli eventi e serate….
Con This Is Rome abbiamo provato a metterci al di sopra di tutto quello che riguardava l’organizzazione di serate ed eventi. Era un progetto che tendeva a promuovere tutti gli altri tranne noi. La nostra missione era posizionare la scena clubbing romana con tutte le creatività annesse. Da quel momento in poi abbiamo iniziato a costruire all’interno di questa agenzia un team di lavoro con una serie di professionalità web, produzione video, art direction., ect… Siamo diventati un’ agenzia di cross media come ce ne sono poche in Italia.

Come definiresti oggi la Snob Production?
Per noi è difficile trovare la giusta definizione. Possiamo dire che adesso è diventata una sorta di officina creativa all’interno della quale si fa anche business. Lavoriamo molto nel mondo del marketing, dell’advertising, siamo consulenti per diversi marchi (Carhartt su tutti), diverse istituzioni, non c’è un livello unico sui cui lavoriamo. Facciamo campagne promozionali che sono virali oppure istituzionali, che sono soltanto web oppure fotografiche come nel caso della campagna curata per il festival del Cinema e per il Roma Jazz Festival.

Come si coinvolge la Snob su un progetto?
Snob lavora sulle passioni e sulle missioni. Una cosa del genere non nasce solamente da un’ esigenza di business, se quello che ci chiedono di organizzare o promuovere e per la quale viene richiesta una nostra consulenza artistica non rispetta le nostre passioni è inutile farla. Allo stesso modo però non ricerchiamo la cultura fine a se stessa, per noi cultura è usi, consuetudini, abitudini che bisogna dare e bisogna avere in un contesto sociale. Tutti dovrebbero poter andare ad un festival come MIT, tutti dovrebbero avere la possibilità di consultare una mappatura creativa della propria città come nel caso di This Is Rome, tutti dovrebbero sapere cosa fanno le ambasciate degli altri paesi ospitate nelle nostre città. La missione alla quale faccio riferimento è proprio l’ attitudine culturale che migliora la vita delle persone che vivono Roma.

Ci sono realtà della scena clubbing romana che reputi particolarmente interessanti ?
L-ektrica!!! Loro sono persone creative, hanno una missione, hanno un concept, non scendono a compromessi e fanno quello che gli piace. Questo si vede chiaramente, loro si divertono e la gente si diverte. A me interessa la creatività legata al progetto. Non mi interessa viceversa il nome fine a se stesso.
A Roma non abbiamo bisogno di talent scout, di cacciatori di nuovo, abbiamo bisogno di persone che inventano le cose da zero, di gente in grado di rendere credibile la città.
I Primal Scream suonano in tutta Europa e faranno una sola data in Italia. Una band così non la convinci solo facendogli vedere i soldi, ci vuole dietro un progetto e loro devono essere i primi a sentirsi parte integrante di questo progetto.

Parliamo subito allora del progetto che ha convinto una band come Primal Scream a portare Screamedelica dal vivo, in un’unica data nazionale, al MIT.
Obiettivo del MIT è offrire una panoramica su i nuovi suoni e mostrare come questi suoni negli ultimi 20/30 anni hanno modellato la musica che ascoltiamo oggi. Per ‘nuovo’ non intendo il nuovissimo produttore oggi di nicchia e domani forse superstar. Mi riferisco invece a quella serie di attrezzi e strumenti che sono serviti per tenere unito il linguaggio musicale e lo hanno ricucito, compattato, rigenerato e fatto uscire fuori più potente. Per noi l’elettronica non è un genere musicale è un mezzo. Grazie all’elettronica puoi fare un rock più innovativo, puoi attualizzare l’hip-hop e così via….
I Primal Scream sono parte integrante di questo processo. Loro erano indie veri, gente che faceva musica indipendente in Inghilterra 20 anni fa mentre dall’altra parte c’erano quelli della scena rave, come 808 State, gente che si impasticcava solo per far ballare 5.000 persone. Questi due mondi ad un certo punto hanno deciso semplicemente di incontrarsi, è arrivato Andrew Weatherall in studio con un campionatore ed è venuto fuori quel capolavoro di “Screamedelica”.
MIT quest’anno racconta questo tipo di storie. La musica nera che grazie all’elettronica diventa quello che fa oggi Nicolas Jaar, il rock che si evolve in quello che fa Apparat o Stateless, il dub trasmesso anni fa dalle radio pirata mutato in dubstep fino al recente Kode9…e così via…

A proposito cosa dobbiamo aspettarci da Apparat? Lui non è la prima volta che passa a Roma…
Avete ascoltato qualcosa del disco che pubblicherà dopo l’estate?

In realtà siamo fermi all’ottimo “Walls” del 2007.
Il nuovo disco di Apparat uscirà a fine settembre e dal primo singolo che abbiamo ascoltato su soundcloud sembra fantastico. Ci dicono che sarà pieno di parti vocali e strumentazione da live set, insomma un disco rock e lui verrà a presentarlo al MIT con un’intera band. Anche lui è perfettamente integrato nel concetto di ‘nuovi suoni’.

L’anno scorso Roma poteva contare su due festival del lo spessore di Dissonanze e Meet In Town. Come avete vissuto questa concomitanza di eventi e qual’e’ il vostro rapporto con Dissonanze?
Snob è la realtà che tutti conosciamo anche e soprattutto grazie al nostro atteggiamento di networking. Non abbiamo mai lavorato escludendo la possibilità di collaborare con tutto il mondo degli eventi, della cultura, del divertimento.
Io inoltre ho fatto il consulente, non ufficiale considerata la grande amicizia che mi lega a Giorgio Mortari, per Dissonanze, l’orchestra Brasilintime con tra gli altri Tony Allen alla batteria, Flying Lotus, sono artisti che ho voluto far esibire io all’interno del festival. Il booking di MIT quando era ancora una rassegna era fatto da Dissonanze (Stockhausen è merito loro se è passato a Roma). Insomma tra queste due importanti realtà c’è sempre stata collaborazione e una città che possa sempre disporre di due eventi come Dissonanze e MIT per noi sarebbe l’ideale.

Come avete accolto la notizia che l’edizione 2011 di Dissonanze non sarebbe andata in scena?
Considero Dissonanze un festival finito nella sua formula. Il primo ad accorgersene è stato Giorgio Mortari ‘inventore’ di Dissonanze e persona che considero tra le più illuminate a Roma. Ricordo eravamo insieme sulla terrazza del Palazzo dei Congressi, fu lui stesso a darci la notizia che quella sarebbe stata l’ultima sera del festival.
Quando un festival come Dissonanze si trova di fronte alla totale assenza delle istituzioni, con 2000 persone che chiedono accrediti e solo per mantenere la struttura è costretto a richiamare soprattutto nomi che attirano le ‘grandi folle’, significa semplicemente che è arrivato alla fine del suo percorso.
Comunque forse la gente non se accorge ma Dissonanze è ancora in movimento, si farà sentire e vedere ancora una volta molto presto, il festival potrebbe tornare magari in un altro formato chissà…

Credi che MIT possa un giorno incontrare le stesse problematiche che hanno portato Dissonanze ad essere un progetto ‘finito’?
Assolutamente no. Non siamo interessati ad organizzare un festival da 100.000 persone. Noi siamo all’Auditorium, dove tra qualche mese parte “Luglio Suona Bene” dove si esibiranno Lou Reed e Elton John e non ci interessa portare i grandissimi nomi della dance solo per soddisfare un’ esigenza economica. Lavoriamo per una istituzione culturale e soprattutto non viviamo di solo MIT. Meet In Town è uno dei tanti progetti che seguiamo se per qualche motivo non avesse più senso portarlo avanti ci concentreremo su altro.

Dopo 5 anni, 3 vissuti come rassegna 2 come festival, a che punto consideri giunta la vostra ‘missione’ Meet In Town?
In passato le istituzioni hanno sempre visto il mondo degli amanti dell’elettronica, dei nuovi suoni, dell’indie, della musica alternativa, come una sorta di referente ‘extra terrestre’. Oggi invece grazie a MIT e a molte altre realtà come Dissonanze, Club To Club in Italia la musica elettronica e i nuovi suoni, si sono posizionati in un riconoscimento ufficiale, le istituzioni hanno riconosciuto questo mondo musicale come il mondo contemporaneo. E’ questa la realtà con cui dobbiamo confrontarci oggi. Ecco perché ad un certo punto, soprattutto quest’anno, abbiamo dovuto razionalizzare il fatto che non rappresentavamo più niente di nuovo. MIT adesso ha una funzione pratica ha reso Roma una città capace di organizzare un festival di questo livello e dignità in una location incredibile come l’Auditorium Parco Della Musica.

Quest’anno per la prima volta il festival si terrà per 2 giorni. Consideri questa la formula perfetta per MIT?
Il progetto MIT è in continua evoluzione. L’anno scorso era una domenica pomeriggio, quest’anno passeremo a 2 intere giornate, molte cose potrebbero cambiare anche a partire dal 2012. Potrebbe diventare una settimana, una sola notte, è difficile dirlo ora. Io però mi concentrerei più sul fatto che ad oggi MIT è diventato un marchio per l’Auditorium e rappresenta un intero mondo di nuove sonorità attraverso il quale cureremo aperitivi e djset durante la rassegna “Luglio Suona Bene”, organizzeremo party, continueremo a proporre musica dal vivo come nel caso dei Einstürzende Neubauten. Il festival è solo la parte di un percorso allestito all’interno dell’Auditorium.

Il MIT coltiva l’ambizione o semplicemente la speranza di potersi un giorno confrontare con i mastodontici festival europei?
Il MIT non hai mai avuto la presunzione di diventare un festival internazionale, e noi non abbiamo mai avuto interesse a raggiungere eventi come Sonar o Primavera. In questo tipo di confronti si commette spesso l’errore di prendere come metri di paragone festival che nascono e crescono in situazioni ambientali completamente diverse dalla nostra. Eventi come il Primavera e il Sonar hanno alle spalle enormi sostegni, grandi strutture e grandi città. A Barcellona paghi 30 euro per dormire, il taxi è il modo più semplice ed economico di muoverti e così via….
A mio avviso è molto provinciale l’idea di provare ad essere internazionali. A me interessa che in questa città ci sia uno sviluppo e lo sviluppo deve essere per forza sostenuto da progetti veri come era Dissonanze, come è MIT come è stato Enzimi, sono questi che arricchiscono la tua città. Se poi viene gente dall’estero per assistere ai nostri eventi sono il primo ad essere contento, ma considero prioritario pensare a Roma e ai suoi cittadini.

Immaginando un MIT stile ATP a quale artista daresti la possibilità di ‘curare’ per intero la prossima edizione del festival Meet In Town?
Mos Def. Un intellettuale della musica nera, un profeta, uno che studia, una persona concettualmente molto vicina alla mia idea di ‘direttore artistico’ di un festival come il MIT

Quale artista invece avresti voluto avere quest’anno e che per qualche motivo non sei riuscito ad inserire in cartellone?
Mi sarebbe piaciuto portare James Blake. Ci abbiamo anche provato formulando una proposta economica, ancora prima che diventasse un artista così richiesto. In seguito lui ha fatto una serie di concerti in Giappone e molte cose sono cambiate, è diventato particolarmente complicato farlo suonare da noi. Ma comunque difficilmente mi ‘fisso’ sui nomi. Non provo particolare orgoglio a infilare il grande artista in cartellone mi interessa sempre più il progetto che riesco a costruire intorno a quell’artista.
Per esempio una delle mie più grandi soddisfazioni è stato portare a Roma Carl Craig con un progetto che non recuperava da circa dieci anni Innerzone Orchestra. Lo abbiamo fatto esibire all’Auditorim, pagato uno studio di registrazioni, affidato un’intera troupe televisiva che ha girato un video-documentario dedicato, abbiamo realizzato un film uscito in DVD e sponsorizzato dalla Carhartt … tutto questo è molto diverso e decisamente più stimolante di mettergli in tasca 10.000 euro solo per farlo esibire in un qualsiasi club romano.

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