BLOW UP #2: CHARLES SPENCER CHAPLIN

 
4 Novembre 2015
 

La vita di Charlie Chaplin è una parabola dickensiana con sviluppi novecenteschi.
Charles nasce a Londra nel 1889. La sua infanzia è segnata dalla miseria, dall’assenza paterna, dalla cronica mancanza di mezzi di sopravvivenza: persino la registrazione anagrafica ufficiale della sua nascita non esiste. Conosce l’ospizio per i poveri a sette anni e subito dopo, con il fratello Sydney, la Central London District School for paupers, un istituto fondato nel 1857 cui erano destinati i bambini provenienti da famiglie indigenti: la sua è una delle testoline tristi e serie che guardano verso l’obiettivo in una foto di gruppo scattata nel 1897.
La miseria, si sa, rende completamente indifesi e porta con sé una crudele catena di conseguenze. Nell’Inghilterra vittoriana essere poveri è una colpa, e i provvedimenti presi all’epoca per “mitigare” le sofferenze di chi non possiede nulla non sono che inumani strumenti di controllo di una massa considerata promiscua, pericolosa, potenzialmente sovversiva. Dopo un breve ricongiungimento con i figli, la madre di Charles e Sydney, Hannah, viene rinchiusa nel Cane Hill Mental Asylum, un istituto psichiatrico, per una sindrome psicotica dovuta, sembra, alla sifilide e alla malnutrizione. I ragazzi vanno a vivere con il padre alcolizzato, che morirà di cirrosi epatica a soli 38 anni. Hannah, intanto, viene dimessa per brevi periodi dal manicomio, ma non guarirà mai più, e vi morirà dopo un ricovero definitivo.
Charles non accetterà mai la fine disperata di sua madre.

Il talento artistico di Charles è in un certo senso ereditario: tutti e due i genitori erano stati performers. Il padre, Charles Sr., era un cantante; la madre, con il nome d’arte di Lily Harley, un’attrice. Entrambi calcavano palcoscenici di teatri popolari, dove anch’egli si fa le ossa, fin da piccolo.
Nel 1906 Charles viene reclutato dalla prestigiosa compagnia teatrale di Fred Karno, durissima scuola di apprendistato per un giovane pallido e timido come lui, che gli fornirà essenziali strumenti di mimica e controllo del corpo.
La svolta nella carriera di Charles avviene nel 1912, quando la compagnia di Karno (in cui milita anche Stan Laurel, che diventerà famoso nel cinema comico hollywoodiano come Stanlio in coppia con Oliver Hardy, Ollio) si reca in tour negli Stati Uniti, riscuotendo un notevole successo. Nel 1914 Charles inizia infatti a lavorare nel cinema con la casa di produzione Keystone di Mack Sennett, boss dei film comici dell’epoca. La scuola teatrale è una base molto solida per la preparazione di Charles, ma solo il mezzo cinematografico gli consentirà di esprimere al meglio il suo talento.

I film interpretati per la Keystone sono tutti uguali, concepiti per il pubblico dell’epoca: brevi, con sceneggiature esilissime che fanno solo da incerto sfondo a inseguimenti, cadute, situazioni grossolane.
Nel film “Il romanzo di Tillie” (“Tillie’s Punctured Romance”, 1914) appare un personaggio che contiene in nuce Charlot. L’alter ego di Charles sboccerà un anno dopo, nel 1915, quando Chaplin lascerà la Keystone per stipulare un contratto con un’altra casa di produzione, la Essanay, che gli concederà libertà totale sulla scrittura e la direzione dei propri film.
Chaplin è già famoso su entrambe le sponde dell’Oceano ed inizia così la serie di avventure con Charlot protagonista: “Charlot Boxeur (The Champion)”, “Charlot Vagabondo (The Tramp)”, “Charlot Marinaio (Shanghaied)”.
La comicità di Chaplin, grazie alla maggiore libertà creativa, inizia a rivelare quegli accenti profondi e poetici che caratterizzeranno la sua cinematografia negli anni a venire. Charlot è un personaggio sostanzialmente solo, che deve affrontare ogni tipo di avversità contando solo sulle proprie forze; non mancano, in questi primi film, accenni di critica sociale che diverranno decisamente marcati nelle opere successive. La comicità di Chaplin contiene un costante fondo di amarezza, sicuro portato della sue dolorosa biografia; tuttavia, il personaggio di Charlot è saldamente ancorato alla realtà contemporanea, di cui la malinconica comicità denuncia le sopraffazioni, le ingiustizie, la violenza.
L’aspetto e il modo di fare di Charlot sono unici e sovversivi, e questo stile comico innovativo e sagace procurerà a Chaplin non pochi guai, in futuro.
Il passaggio, nel 1916, ad un’altra casa di produzione, la Mutual, segnerà per Charles un ulteriore perfezionamento della sua poetica. La critica alle ingiustizie sociali è ormai aperta e puntuale: in Il Vagabondo (The Vagabond) la miseria è rappresentata in modo acuto, mai banale, ironico e realistico. In Charlot emigrante (The Immigrant) il sogno americano viene demolito con la vicenda della famiglia che approda negli Stati Uniti in cerca di felicità, ma trova, proprio come nel Paese da cui era partita, di nuovo povertà e solitudine.

Nel 1918 Chaplin realizza due dei suoi film più riusciti, “Vita da cani” (“A Dog’s Life”) e “Charlot soldato (Shoulder Arms)”. Quest’ultimo, in particolare, gli provoca diversi guai con la censura, poiché manifesta una visione ideologica apertamente pacifista. La critica al sistema capitalista, alle sue storture, alla sua violenza mascherata è ormai palese e contribuisce a delineare un’affascinante e pericolosa caratteristica del personaggio-Charlot: l’anarchismo.
Chaplin avrebbe potuto intraprendere esclusivamente la strada del cinema ideologico; invece, decide di non privare la sua arte di un altro elemento caratteristico: il sentimentalismo. Il bambino cresciuto tra le privazioni emerge in continuazione nella poetica chapliniana, impersonato di volta in volta dalla figura del vagabondo, dell’orfano, della ragazza sola e in difficoltà. Gli anni Venti e Trenta del ‘900 saranno caratterizzati da produzioni come “Il monello” (“The Kid”, 1921), “Le luci della Città” (“City Lights”, 1931), diventate celebri presso un pubblico di diverse generazioni.
Ne “Il monello”, Charlot incontra un piccolo orfano, che ama ed accudisce come un padre. Il film, nonostante la trama strappalacrime, è venato di un ottimismo che non compariva nelle opere precedenti e che sarà ribadito anche dai finali di “Tempi Moderni” (“Modern Times”, 1936) e “Il grande dittatore” (“The Great Dictator”, 1940).

Le opere dagli anni Venti in poi sono lontanissime dalle “comiche” in cui Charlot era ancora intriso di macchiettismo: la scrittura, la regia, la costruzione dei personaggi li rendono film “veri”. L’uso dei mezzi tecnici è messo con maturità al servizio delle capacità espressive, la scioltezza e la fluidità del discorso cinematografico sono davvero notevoli, così come l’attenzione posta sulla recitazione.
Il limite di Chaplin si rivela paradossalmente proprio nel passaggio al lungometraggio: le corrosive capacità di critica e di sintesi dimostrate nei suoi primi cortometraggi si diluiscono, lasciando spazio ad intenti moralistici e sentimentalistici, come si accennava più sopra, che spuntano armi potenzialmente letali per gli ambienti culturali e di potere dell’epoca.
L’alternanza di comicità e patetismo, la visione individualistica ed umanizzata della realtà caratterizzeranno anche “La febbre dell’oro” (“The Gold Rush”,1925) e “Il Circo” (“The Circus”,1928), privando anche queste opere di una visione più “politica”.
Si accennava più sopra alle opere più celebri di Chaplin: “Tempi Moderni” (“Modern Times”, 1936) e “Il Grande Dittatore” (“The Great Dictator”, 1940). Il discorso critico rispetto all’anarchismo del personaggio di Charlot (che, anche sotto mentite spoglie, è sempre presente nella poetica chapliniana) e alla diluizione delle sue potenzialità dinamitarde si fa ancora più evidente in questi due film.

“Tempi Moderni” esce dopo tre anni di lavorazione: gli Stati Uniti ed il mondo stanno attraversando una crisi finanziaria, economica e sociale mai vista prima, che ha messo a nudo le brutture del sistema capitalistico di stampo fordista-taylorista. Il film resterà un esempio quasi unico di satira su questo tipo di argomento per molti anni; l’intreccio narrativo e l’insistenza sulla critica al sistema funzionano, così come l’eleganza estetica e l’originalità realizzativa, ma il potenziale deflagrante del personaggio di Charlot, operaio in una grande fabbrica dai ritmi di produzione ossessivi, è stemperato da una visione individualista impressa da Chaplin al suo protagonista. In sostanza, la lotta è tra il singolo ed il sistema, secondo una visione “umanitaristica” già presente in altri autori (ad esempio D.W. Griffith), e non tra il sistema e la classe sociale che quel singolo rappresenta.
Il sentimento prevale quindi sulla ragione, e la stessa visione si ripropone ne Il Grande Dittatore. Il film esce nel 1940, un anno prima che gli Stati Uniti entrino in guerra contro Italia, Giappone e Germania, e non riceve un’accoglienza particolarmente favorevole.
La struttura narrativa de Il Grande Dittatore è costituita, a differenza di quanto accade in altri film di Chaplin in cui le due storie principali si intrecciano, da due piani narrativi paralleli fin quasi al finale. I due personaggi principali, ça va sans dire, sono interpretati entrambi da Chaplin. Si tratta di un barbiere ebreo che torna alla sua bottega, dopo un’amnesia durata 15 anni, in un’irriconoscibile Germania in mano al dittatore dal fantastico nome di Adenoid Hynkel (Woody Allen, tra i tanti eredi di Chaplin, deve non poco al suo maestro).
Il film è una continua alternanza tra la vita semplice del barbiere e i deliri tragicomici del dittatore, fino ad un finale in cui, complice l’impressionante somiglianza tra i due, il barbiere si sostituirà a Hynkel pronunciando un discorso di amore e fratellanza.
Le due opere di Chaplin appena citate costituiscono anche una sorta di “manifesto” all’ottimismo del New Deal rooseveltiano, e chiudono un’epoca storica. Dopo la Seconda Guerra Mondiale niente sarà più come prima; il conflitto più sanguinoso mai combattuto (e subìto) porterà profondi ed irrevocabili mutamenti sociali e culturali, che si rifletteranno ovunque.

Chaplin, autore dall’attività prevalentemente solitaria ed estranea allo show-business hollywoodiano, realizzerà nel 1947 un’opera completamente diversa dalle precedenti, che in qualche modo segna un ritorno alle origini autobiografiche del suo cinema ma allo stesso tempo costituirà una vera e propria frattura storica e artistica. Il film in questione è “Monsieur Verdoux”.
Il sognante Charlot è scomparso: al suo posto ecco Henri Verdoux, un uomo cinico e senza scrupoli. Egli ha una moglie gravemente malata che accudisce con affetto sincero ma, spinto proprio dalle necessità economiche familiari, non esita a fingersi rispettabile antiquario per circuire, sposare ed uccidere donne ricche e sole dopo essersene assicurato l’eredità. La doppia personalità di Verdoux è la doppia morale delle dittature prima e del capitalismo del dopoguerra poi: nulla è cambiato, l’interesse del singolo o del gruppo di potere giustifica qualsiasi abominio, che riesce ad essere anche socialmente tollerabile se veste i panni pregiati di un borghese altolocato.
“Monsieur Verdoux” è un’opera isolata, non riconducibile alla produzione cinematografica chapliniana precedente né successiva. I film che Chaplin realizzerà successivamente (“Luci della Ribalta” – 1952, “Un Re a New York” -1957, “La Contessa di Hong Kong” – 1966) sono piuttosto statici, senza guizzi particolari. L’America del secondo dopoguerra non è più un bel posto, per Chaplin: la paranoia maccartista lo colpirà, e le accuse di “attività antiamericane”, per un intellettuale già inviso al potere, lo costringeranno a realizzare Un Re a New York in Gran Bretagna.
Le opere successive a Monsieur Verdoux mostrano un tratto autoriale datato ed una visione del mondo che in alcuni momenti, da romantica e anarcoide che era fino agli anni ’30, si fa addirittura conservatrice.

Al di là di tutto, comunque, il potere di Chaplin come autore sta nell’aver inventato un modo di raccontare al contempo buffo, originale, poetico e graffiante, e nell’aver trasmesso al pubblico, attraverso i suoi film più amati, sentimenti universali. Ancora oggi, infatti, iniziative come quella della Cineteca di Bologna che ha riproposto in versione restaurata alcune perle come Il monello o Charlot Soldato, riempiono le piazze e riconsegnano bellissimi e struggenti frammenti di passato ad un pubblico emozionato e felice.

Blow Up è una rubrica a cadenza mensile che si propone di raccontare i grandi registi del cinema occidentale, a partire dall’era del Muto. Le autrici e gli autori sono raccontati con un occhio alla Storia in cui sono immersi e, di conseguenza, al contesto umano, sociale e politico che ha condotto alla genesi dei singoli linguaggi, stili ed estetica cinematografica.

 

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