Notte.
Ore”…non saprei.

Bella la vita dello scrittore no?

Acido quello che viene fuori.
Le casse buttano fuori roba strana e io sto lì, seduto a un tavolo e non capisco molto perchè credo di aver bevuto un po’ troppo.
Lo crede anche altra gente, quindi è più che verosimile ma la cosa è marginale.

Hai presente quando ascolti musica dal vivo ma, invece di sentire, percepisci solo le vibrazioni delle frequenze più basse con lo stomaco e assisti con lo sguardo attonito a un vortice? Varie cose che girano e accenni di canzoni che si vanno a depositare tra la parte più alta del cervello e il fondo del bicchiere… .

Questa è una di quelle sere storte: nate tardi e affogate subito in qualcosa di forte.
Guardo Alex Maas sul palco; lui mi guarda a sua volta, ma penso non veda granchè. Trasparente, più che bianco, credo di riuscire a fare uso solo del gusto e del tatto al momento. Il gusto dice “basta così” e di tatto non ne ho mai abbastanza, quindi rimane non pervenuto.

Hey Alex! mi piacerebbe dirgli “…Allooora, come va, sai, io sono uno scrittore, spesso scrivo di musica, parlo un po’ di lingue, ho vissuto in mille posti diversi, fatto lavori del cazzo, conosciuto tanta tanta gente, e viste tante cose, insomma roba così, e tu? Cioè, dico, bella cosa sta storia della vita no? Cioè vai in giro, suoni, fai esperienza, insomma”…dai racconta, facciamoci una birra, dai racconta, dai, dai dai”…
Stavolta niente di tutto ciò.
Io non sono lucido e lui non è come Devendra, che parla per ore, basta dargli il via.
Niente.

Esco dal locale, guardo l’asfalto e le gocce di pioggia che gli cadono sopra.
Poi guardo l’asfalto alla metà  della distanza di soli due secondi prima.
Piegato, vomito.

Acido quello che viene fuori.
(Che classe ragazzi)

Bella la vita dello scrittore eh?

La cosa bella dell’essere un giornalista free lance che scrive di musica indipendente è che hai sempre un’altra chance. In questo caso la mia seconda chance è questo disco e non devo imbastire nessun discorso.
Ascoltare.
Scrivere.
Punto.

Qui la cosa è facile: anni sessanta, un sacco di riverbero, tanto fumo (sotto cui si nasconde anche un pezzo, neanche troppo grande, d’arrosto) e psichedelia stratificata. Un ritmo lento e i fan dei Brian Jonestown Massacre o dei Black Rebel Motorcycle Club che si rilassano credendo che questo sia il gruppo perfetto con cui dondolare la testa. Parte “Bad Vibrations” e pensate ai Warlocks di “Phoenix”, “Entrance Song” vi fa pensare alla Entrance Band e così via. Distorsioni, batteria che pesta come una marcia militare che uccide lo stress e cambi di ritmo e riff facili facili gonfiati col “gain” dell’amplificazione fino a che pensate persino ai White Stripes (“The Sniper”). Il quintetto texano, che prende il nome da una canzone dei Velvet Underground (“The Black Angel’s Death Song”) vede proprio nella band di Lou Reed un punto di partenza, per poi passare attraverso le atmosfere degli Spacemen 3 (soprattutto negli episodi precedenti) e infine approdare su quella che sembra una spiaggia più tranquilla e rilassante. Se proprio devo fare un nome su tutti al quale la musica di quest’album si accosta direi che è quello dei Raveonettes: schitarrate elettriche semplici e shoegazer a piccole dosi. Distorsioni ma con uno spirito pop (a volte che strizza l’occhio seppur da una spiaggia opposta e lontana ai ritmi e alle atmosfere surf).

Insomma dai, avete capito, una chance questo disco lo merita sicuramente e mentre la maggior parte scrive che no, è sicuramente inferiore ai precedenti, è una pillola per addormentarsi”… noi di Indieforbunnies vi consigliamo sicuramente l’ascolto, magari in streaming dalla pagina Myspace della band, convinti che a molti di voi possa piacere.