Non sembra essere il momento giusto per uscirsene con un nuovo disco, schiacciati tra ottime nuove produzioni e risvegli di pezzi da novanta, un’overdose sonora che sta riempiendo le nostre orecchie in questo inizio del 2011. Senza bisogno di fare nomi, basta scorrere le ultime uscite e le ultimissime recensioni. O le news che anticipano quelle in arrivo a breve, annunciate con la logica enfasi. Nessun problema, non fosse che sarebbe proprio un peccato se un album come questo, il nuovo lavoro dei The Low Anthem, a tre anni di distanza dal precedente “Oh My God, Charlie Darwin”, passasse inosservato e senza la giusta attenzione.

Non urla, non permette un ascolto distratto e non regala melodie immediate e perfette che si stampano in mente al primo ascolto. La sua bellezza la trovate nei dettagli, nella cura maniacale con la quale i suoni e le suggestioni sono state trasposti in ciascuno di questi undici pezzi. A partire dalla scelta del luogo dove registrarli, visto che alla perfezione (“…asettica?) di un vero studio hanno preferito la sacralità  (“…pagana) di una fabbrica abbandonata nel Rhode Island, loro terra d’origine. Questo tempio del lavoro ormai in disuso e vuoto ha regalato ai suoni una spazialità  e una matericità  palpabili, assolutamente evidenti. In un’epoca ormai totalmente digitale e votata alla perfezione del mezzo, i nostri, diventati quattro con l’ingresso di Mat Davidson al fianco dei ritrovati Ben Knox Miller, Jeff Prystowsky e Jocie Adams, sembrano degli artigiani votati a trasmettere antiche sapienze, a tramandare la bellezza di suoni analogici e sporchi, imperfetti ma assolutamente caldi.

Vivono indubbiamente sulle spalle di giganti del passato, riconoscibilissimi e giustamente omaggiati. Come nella stupenda “Burn”, per esempio, declamata con la pacata intensità  di un Cohen d’altri tempi, o nella spoglia “Matter Of Time”, dove la disperazione di un Bruce uscito dal Nebraska si stempera e si addolcisce con l’aiuto del tempo che passa. Le coordinate complessive del suono restano quelle del precedente lavoro, ma il passo in avanti è evidente. La crescita artistica di questi anni, per loro fortunati grazie ai meritati riconoscimenti ricevuti, ha portato a lavorare per sottrazione, ampliando con abilità  la paletta di strumenti e riferimenti, ma lasciando al centro la voce e la melodia. Lasciatevi cullare per tutti gli abbondanti sette minuti della ballata che chiude il disco, l’omonima “Smart Flesh”, con la voce che riempe il campo, letteralmente inchiodata al microfono, la chitarra sullo sfondo, lontana e sfuocata, immersa nel buio, come un lampo rubato alle Trinity Sessions che ci hanno fatto innamorare di altri tossici cowboy.

Due pezzi si staccano e si allontanano dai toni intimi e raccolti che prevalgono. Il wall-of-sound di “Boeing 737”, un inno arrabbiato, con tanto di fiati da fanfara militare coperti da un diluvio degno dei migliori Arcade Fire, e l’elettricità  urgente di “Hey, All You Hippies!”, rubata al Dylan appena scappato dai territori acustici e country dei primi lavori con l’aiuto della Band.

A suo modo, però, ogni pezzo meriterebbe attenzione e valorizzazione, e chiunque può rintracciare riferimenti diversi, pescando ovviamente anche tra nomi più recenti e indubbiamente moderni. I miei, colpevole la sabbia della clessidra che scorre e scivola verso il basso, sono legati al passato, ancorati al calore di suoni e atmosfere delle quali questo lavoro è assolutamente saturo.

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Smart Flesh
[ Bella Union – 2011 ]
Similar Artist: Bruce Springsteen, Leonard Cohen, Bob Dylan, Felice Brothers, Bon Iver
Rating:
1. Ghost Woman Blues
2. Apothecary Love
3. Boeing 737
4. Love and Altar
5. Matter of Time
6. Wire
7. Burn
8. Hey, All You Hippies!
9. I’ll Take Out Your Ashes
10. Golden Cattle
11. Smart Flesh